La piccola Cipro mette in crisi l’Europa

ylenia citino

il Presidente cipriota Anastasiades

da ragionpolitica.it

Cipro. Appena più piccola di Sicilia e Sardegna. Un milione e poco più di abitanti. Il suo PIL, di circa 17,8 miliardi di euro ammonta a un settantesimo di quello italiano. Un cinquecento millesimo di quello dell’Eurozona. Eppure le scosse finanziarie di Cipro stanno mettendo sull’allerta i capi di stato che potrebbero riunirsi in un Eurosummit d’urgenza a breve. La vicenda cipriota è stata seguita solo saltuariamente dai media italiani, perciò è sempre bene ricapitolare i fatti per capire cosa sta succedendo in quell’isola ancora contesa dalla Turchia. Leggi il seguito di questo post »

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Scintille tra Turchia e Siria

da ragionpolitica.it

La vicenda: si deteriorano sempre di più le relazioni fra la Siria insanguinata da Assad e la Turchia di Erdogan, perenne candidata a un ingresso nell’Unione Europa. Dall’euro alle bombe, in un Paese con un vicino di casa troppo turbolento. Una polveriera, la Siria, le cui detonazioni incessanti hanno toccato persino il suolo turco. Risalgono a qualche giorno fa, infatti, i colpi di mortaio siriani finiti su Akcakale, città di confine che oggi piange la perdita di due donne e tre bambini. Leggi il seguito di questo post »


Monti e l’Europa: il dialogo tra sordi

da Ragionpolitica.it

Monti si è recato a Bruxelles, dove si svolge l’Ecofin per provare ad esporre la strategia di crescita dell’Italia, nel difficile intento di presentare un Paese ormai maturo, pronto per una virata di cambiamento. Certo, avrà un bel da fare nell’impedire che tale virata diventi un inchino fatale, perché quando si varano decreti «lacrime e sangue» il livello di pressione interna si alza a tal punto che diventa poi impossibile mantenere l’impianto originale. E allora via agli annacquamenti. Ciò che conta è scongiurare la lotta cittadina, la guerra civile. Ma alla fine, delle decisioni prese non è più soddisfatto nessuno. Leggi il seguito di questo post »


Murdoch attacca nuovamente Berlusconi

27 ottobre 2011

Non ci stanno, alcune lobby inglesi, a credere che l’Italia abbia riacquistato piena fiducia e credibilità nell’Eurozona, dopo le rassicurazioni e gli stretti impegni temporali presi con la lettera di intenti dal Presidente Berlusconi. Non ci stanno per niente e per mostrare il loro disagio non rimane loro che scimmiottare le nostre opposizioni con articoli di fondo lambiccati e scopiazzati dal solito paiolo anti-berlusconiano.

C’è un editoriale del Times, ad esempio, che apre con una affermazione apodittica: l’Italia si libererebbe volentieri di Silvio Berlusconi.
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Anche la Francia a rischio declassamento

da www.ragionpolitica.it

Qualche giorno prima del summit europeo del 23 ottobre la Francia rischia di dover rinunciare alla sua tripla A. Con una dichiarazione ad orologeria, Moody’s rende noti i risultati del monitoraggio su Parigi, avanzando l’ipotesi di una revisione dell’outlook in senso negativo. Perché il paese non cresce. Perché il debito aumenta. Perché, insomma, la crisi dell’eurozona sta per contagiare anche la Francia. Male. Anche perché Sarkozy non sarà l’unico a dover fare i conti futuri con pesanti e impopolari misure d’austerità, quali tagli di pensioni e stipendi, aumenti generalizzati delle tasse o fendenti sulla spesa pubblica.

Anche la Merkel, infatti, dovrà affrontare la sua recessione «importata». Leggi il seguito di questo post »


Un’Europa senza Grecia?

 
da www.ragionpolitica.it
 
C’è una singola affusolata candelina che fa capolino sulla torta. L’Europa «festeggia», se così si può dire, il suo primo anno di austerità finanziaria. E lo fa con una notizia inquietante. La celebre testata tedesca «Der Spiegel» annuncia con squilli di tromba che misteriose «fonti governative» avrebbero spifferato l’imminente uscita della Grecia dall’Eurozona. Lo scoop sarebbe assicurato dall’aggiunta di un incontro segreto fra i Ministri europei con un odg sul caso greco e il ritorno alla dracma. Il castello crolla dopo le dichiarazioni di Claude Junker, presidente dell’Eurogruppo, secondo il quale si tratta di «notizie infondate che fanno il gioco degli speculatori», mentre per il premier greco George Papandreou sono affermazioni «al limite del criminale».
 
Anche la stampa tedesca, dunque, ogni tanto combina qualche guaio. E non di poco conto, visto che Standard&Poor’s ha sferrato un’ulteriore stoccata ai titoli di debito pubblico ellenici, declassandoli ancora di due livelli. Da BB- a B. Praticamente, il messaggio è: meglio non investire in quei titoli, perché le variazioni di mercato sono talmente oscillanti da renderli pura «spazzatura finanziaria» (junk bonds). Da Atene si sono levate grandi voci di protesta, accusando l’agenzia di rating statunitense di alimentare i rumours sui mercati e di operare downgradings sulla base di semplici turbolenze, scatenate dalla pubblicazione di false notizie. Eppure, l’emergenza c’è. Pur non essendo state emesse dichiarazioni ufficiali, orientate verso una possibile ristrutturazione del debito greco, tutti ne parlano. Analizzano la situazione e tirano le somme finali. Orsù, la Grecia ha bisogno dell’Europa, ma l’Europa può vivere senza la Grecia, ammonisce Bild, un altro settimanale tedesco. Tuttavia, non è solo quello lo Stato a rischio. Solo un anno fa si varava il piano di salvataggio per Atene, un bailout di 110 miliardi di euro. Ma dopo è stato il turno dell’Irlanda e adesso del Portogallo. E se ci fosse un effetto domino?
 
La riunione straordinaria dei Ministri a Lussemburgo, che effettivamente si è tenuta, ma con un odg non incentrato sulla Grecia, si è trovata costretta ad affrontare il problema, prevedendo la discussione di aggiustamenti del programma di aiuti nel prossimo Ecofin. Esclusa quindi qualsiasi menzione a una eventuale ristrutturazione del debito pubblico greco. Se Atene dovesse effettivamente tornare alla dracma, posto che ciò sia giuridicamente possibile senza comportare anche l’uscita della Grecia dall’Unione Europea, ci sarebbe un enorme deflusso di capitali, che causerebbe uno shock sul mercato. Per fronteggiarlo, il governo probabilmente imporrebbe dei tetti e delle barriere, contravvenendo ai basilari principi di mobilità dei capitali. L’area euro perderebbe parte della fiducia degli investitori, meno propensi ad immettere capitale nel Vecchio Continente perché non si escluderebbero ulteriori defezioni. La bordata si trasmetterebbe sul già debole settore bancario, al quale verrebbe a mancare la base monetaria, cedendo a paurose insolvenze. Ne risentirebbe persino la Banca Centrale Europea e, infine, tutti noi contribuenti. Anche la ristrutturazione del debito, probabilmente, farebbe affacciare sulla scena simili scenari. Perché il verbo «ristrutturare», che sembra quasi comportare un abbellimento della tetra scenografia a cui assistiamo, comporta in realtà un alleggerimento dell’onere debitorio, dato da una modifica delle condizioni del prestito. In parole povere, Atene pagherebbe, ma di meno.
 
Sarebbe, allora, più auspicabile una cornice di regole più ferree e uniformi, capaci di orientare i governi più indisciplinati per il bene comune di tutta l’Europa. Perché la stretta integrazione fa sì che la forza meccanica di traino operi non solo sul piano dello sviluppo economico ma anche su quello della crisi. La crisi della Grecia, allora, diventa la crisi di tutti. Sorprende, quindi, che i quotidiani teutonici facciano i dispetti a Papandreou, visto che le banche tedesche sono fortemente esposte verso i titoli spazzatura dell’Egeo. Forse tutto ciò non sarebbe avvenuto, se la governance economica europea fosse stata sostenuta da un’adeguata e sollecita governance politica.

Petroliera italiana abbordata dai pirati somali

 

da www.ragionpolitica.it

 

Savina Caylyn, la petroliera battente bandiera italiana e armata dai fratelli D’Amato, stava trasportando un carico di petrolio grezzo, con 22 marinai a bordo. Doveva dirigersi a Pasir Gudang, in Malaysia quando, alle 6.57 secondo il fuso orario italiano, è stata attaccata e, successivamente, abbordata da cinque pirati somali mentre transitava a est dell’isola yemenita di Socotra. Il gruppo avrebbe aperto il fuoco sulla nave, senza però causare ferimenti.

La fregata della Marina Militare Zeffiro, già in campo nell’ambito della missione antipirateria dell’Unione Europea «Atalanta», ha poi immediatamente modificato la sua rotta per raggiungere e soccorrere la nave abbordata, cosa che avverrà, come si presume, entro un paio di giorni, data l’attuale distanza di quasi 600 miglia. La Caylyn è costantemente sotto monitoraggio da Roma e, dato il rallentamento della sua velocità di crociera, si ipotizza che i pirati abbiano preso il controllo della nave.

Secondo i dati forniti dall’International Maritime Bureau, il fenomeno della pirateria è in preoccupante aumento. 1016 membri di diversi equipaggi sono stati presi in ostaggio, di cui 8 hanno perso la vita, solo nello scorso anno. Gli attacchi tentati o portati a termine nelle acque territoriali somale sono passati dai 10 registrati nel 2006 a ben 139 nel 2010. Una decuplicazione del fenomeno che deve le recrudescenze degli ultimi due anni alla situazione di instabilità politica e istituzionale della Somalia, in assenza di un governo effettivo dal 1991.

Seri problemi, inoltre, emergono dalla circostanza che questi attacchi, spesso condotti nell’intenzione di chiedere un riscatto, vengono portati a termine con l’uso di armi letali, suscettibili non solo di ferire o uccidere persone ma altresì di creare gravi danni ai vascelli che trasportano carichi pericolosi, financo a causarne l’affondamento, con conseguenze inimmaginabili per l’ambiente.

Se gli elevati riscatti hanno influito sul mercato assicurativo per il trasporto commerciale via nave e, di conseguenza, le navi preferiscono sempre più spesso modificare le proprie rotte per evitare le zone ad alto rischio, il fenomeno sta causando danni enormi all’economia somala, facendo arricchire le élites del Puntland che fanno affari con i pirati. Il rischio di uno spostamento o, peggio ancora, allargamento dell’area di pirateria ha portato Nato e Unione Europea a impegnarsi direttamente con le operazioni Ocean Shield e Atalanta. Altre Nazioni hanno inviato navi da guerra con funzioni di pattugliamento. Eppure, gli sforzi non sono stati sufficienti a far quantomeno diminuire il fenomeno.

In Italia, invece, il Pdl si sta già impegnando per promuovere la discussione di possibili soluzioni. Esiste già, ad esempio, un disegno di legge recante «Disposizioni in materia di misure di contrasto alla pirateria marittima», che intenderebbe consentire agli armatori italiani di imbarcare security team private in grado di porre in essere specifiche misure di difesa dalle minacce alla sicurezza. In altre parole, nelle acque internazionali in cui esiste un rischio di pirateria, si potrebbe viaggiare sicuri grazie all’impiego di guardie giurate armate, a protezione di merci e valori.

A nulla varrebbero, dunque, i timori di possibili effetti «escalatori» derivanti dal possesso di armi o ancora la preoccupazione che il particolare status giuridico internazionale delle agenzie private di sicurezza possa consentire eventuali traffici illeciti di armamenti. L’episodio che si è verificato martedì ci ha dimostrato che la presenza di navi militari nelle zone ad altissimo rischio non ha, purtroppo, un sufficiente ruolo di deterrenza. Il possesso di armi, allora, verrebbe ammesso per soli scopi difensivi, non già per fomentare poco probabili battaglie navali. Inoltre, controlli su vasta scala effettuati dalle navi in partenza dai porti italiani risulterebbero di serio ostacolo alla nascita di traffici illeciti. La situazione è talmente grave che non possiamo più restare con le mani in mano. Che il dibattito cominci, allora, nella speranza che i provvedimenti già in nuce possano entrare pienamente in vigore.


La cartografia degli armanenti

 

Bisognerebbe ridisegnare il nostro planisfero, se l’estensione geografica dei territori fosse legata al possesso di armi di ciascuna nazione. Gli Stati Uniti sarebbero grandi come tutta l’Asia. Il Giappone più esteso della Cina. Israele e Taiwan diventerebbero più ampi dell’Australia mentre l’Africa si ridurrebbe ad un arcipelago di puntini. L’immagine cartografica che presento è del 2002, ma dopo otto anni la situazione generale non è cambiata se non per il fatto che gli Stati Uniti sono passati a spendere più di 660 miliardi di dollari per esigenze militari, raddoppiando gli stanziamenti così come ha fatto Medvedev.

Al centro di tale bizzarro mappamondo, l’Italia, grazie a giganti come Finmeccanica, potrebbe misurarsi ragionevolmente con l’intero continente sudamericano. Ad esempio, nel commercio delle armi leggere è seconda solo agli Stati Uniti (fonte: International Center for Strategic Studies). Impressionante.

In questa staffetta mondiale delle armi, però, vengono a galla alcune riflessioni:

-          le maggiori imprese produttrici di armi si influenzano a vicenda con partecipazioni incrociate e patti di voto vincolanti (es. Boeing, Northrop, Lockheed, General Dynamics). Sembrerebbe quasi che intendano creare situazioni di monopolio, forti nel condizionare i poteri pubbilci;

-          l’emergenza del terrorismo ha esasperato tali vincoli e opacizzato il mercato;

-          l’opacità delle transazioni ha reso meno individuabili i flussi di traffico illecito, che si concentrano oggi soprattutto in Colombia, sud-est asiatico e Africa dei grandi laghi;

-          i fondi sovrani hanno cominciato a investire considerevolmente nel mercato delle armi e questa è la cosa più spaventosa: in pratica il Paperone di turno sarebbe in grado di controllare lo smercio di armi in una data zona del mondo;

-          infine il possesso di armamenti nucleari, nonostante le iniziative di smantellamento e dismissione degli arsenali esistenti, crea ancora forti attriti e isolamento nei confronti degli Stati sospettati di sviluppare programmi nucleari (cioè Iran e Corea del Nord).

 L’euforia finanziaria verso gli investimenti nel terrore non è stata soggetta alla crisi, anzi si è sviluppata grazie ad essa e continua ad esserlo, alimentando un mercato temibile, forse fonte di ulteriore instabilità geopolitica globale. Ecco perché l’Unione Europea si è cominciata a preoccupare veramente di attuare PESC e PESD! La grande potenza tranquilla e pacifica svilupperà adesso programmi di liberalizzazione del mercato delle armi con l’obiettivo di creare nuovi colossi in grado di competere, ovviamente, con gli americani. Aumento della sicurezza e difesa in Europa, dunque, o semplicemente… affari?


Delitti d’onore: una Turchia europea?

tratto da “A Voce Alta”

E pensare che in Italia il delitto d’onore è stato definitivamente abrogato soltanto nel 1981. Sembra ieri quando il giudice concedeva l’attenuante a chiunque avesse cagionato «la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto di scoprirne la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia». Cose d’altri tempi. Già. Ma neanche troppo lontane.

Accade proprio sotto il nostro naso, e precisamente nella Turchia dai ferventi preparativi all’ingresso nel calderone europeo, che una donna, povera malcapitata, si veda mozzati naso e orecchie in quanto “sospettata” di adulterio. I giornali si palleggiano lo scoop. Traboccano quasi di felicità, tanto è assurda la notizia. E c’è addirittura chi, navigando da un blog all’altro, si prende beffe della vittima, commentando con un laconico “Così impara a fare le corna!” e un “Il tradimento viene preso sotto gamba, non esiste più rispetto per la famiglia”.

Il problema, qui, non è tanto la prevenzione di un “disonorevole adulterio”, quanto la tutela della donna in paesi che ancora oggi, nonostante gli impegni della comunità internazionale, si ostinano a mantenere disparità tra sessi celandole dietro sbandierate e logore tradizioni culturali e religiose. E non si può continuare a puntare il dito solo su sultani, imam, beduini, sceicchi e altre componenti maschiliste e patriarcali delle società mediorientali. Sono le donne stesse che si cullano della loro situazione di inferiorità. Sono le donne che stanno in silenzio quando assistono alle mutilazioni inferte alle loro sorelle, figlie o amiche. Sono loro ad essere omertose. E adorano gli abaya perché possono nascondere dentro tutta la loro amarezza e la loro debolezza e far finta che vada tutto bene.

Ecco la prova che ci aspettavamo dalla Turchia: un paese moderno, in costante progresso. Un paese di contraddizioni. E soprattutto un paese che difficilmente sembra propenso a rinnegare le proprie radici.


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