Luci e ombre della nuova costituzione ungherese
Pubblicato: 7 gennaio 2012 Archiviato in: Esteri, Uncategorized | Tags: amnesty international, Budapest, diritti del nascituro, economia ungheria, Fidesz, FMI, italia, Jobbik, matrimonio omosessuale, norvegia, orbàn, radici cristiane, Silvio Berlusconi, Spagna, UE, usa, valori famiglia, viktor orbàn Lascia un commento » 
Più di diecimila manifestanti, dicono, si sono riversati nelle gelide piazze ungheresi, e non per festeggiare il primo dell’anno ma per protestare contro l’entrata in vigore della nuova costituzione ungherese. La stragrande maggioranza dei media occidentali e statunitensi si è mostrata accorata per le sorti della democratica Ungheria, che rischierebbe di essere travolta dalla «cappa conservatrice» forzosamente e unilateralmente imposta dal partito «di regime». Leggi il seguito di questo post »
La Siria non è la Libia, tira vento di guerra fredda
Pubblicato: 4 dicembre 2011 Archiviato in: Esteri, Uncategorized | Tags: ahmedinejad, assad, bashir, damasco, Francia, Iran, iraq, Siria, teheran, terzi s. agata, UE, usa 1 Commento »
Occhi sempre più puntati sulla Siria, stato canaglia relegato a un grave isolamento diplomatico per via dei gravissimi crimini perpetrati dal regime di Assad. Solo negli ultimi giorni Damasco ha assistito impotente alla sua sospensione dal consesso della Lega Araba, l’organizzazione internazionale che riunisce i paesi nordafricani e della penisola araba (molti dei quali già protagonisti della rivoluzione del gelsomino). Oltre a ciò, Leggi il seguito di questo post »
Dopo Grecia e Irlanda la crisi mette in ginocchio anche il Portogallo
Pubblicato: 12 aprile 2011 Archiviato in: Economia | Tags: bailout, CIA, crisi, debito pubblico, FMI, grecia, irlanda, Lisbona, moody's, Portogallo, Socrates, Standard&Poors, UE Lascia un commento »
Grecia e Irlanda non potevano far di più. Ce l’hanno messa proprio tutta, chiedendo venia in nome degli speculatori che avevano fatturato facili provvidenze e degli astuti contabili che avevano ritoccato certi capitoli di bilancio con ardite operazioni di cosmesi. Ma alla fine sono dovuti intervenire i massicci interventi di bailout di Ue e Fondo Monetario Internazionale per concedere una salvifica boccata d’ossigeno. Eppure, è una storia destinata a ripetersi. Stessa trama, piccole varianti: il prossimo della fila è il Portogallo. E l’inquietudine degli investitori non fa che creare contagiose reazioni a catena. Il mercato dei titoli di debito sovrano è in tumulto, si impennano i tassi di interesse e rendono sempre più difficile la collocazione sui mercati internazionali.
Il fatto. Sulla scia di Standard&Poors, anche la Moody’s ha effettuato un downgrading sui titoli di debito portoghesi, facendo passare il rating da un livello A3 a Baa1. In pratica, nel giro di un mese, il giudizio su tali investimenti è sceso da una soglia di rischio bassa ad una moderata. Certo, sempre meglio di S&P, che mantiene un credit watch negativo e giudica la solvibilità di Lisbona pari quasi a quella dei cosiddetti titoli spazzatura (junk bonds). L’ulteriore ribasso è comunque un importante campanello di allarme.
Da un punto di vista strettamente politico, infatti, non bisogna trascurare le dimissioni del premier socialista José Socrates, rassegnate poco tempo fa nelle mani del presidente Silva in seguito al respingimento assembleare del nuovo piano di austerity. Se con tale piano egli intendeva evitare l’inevitabile (ossia un’estrema richiesta d’appello all’Europa), le forze politiche hanno bocciato ogni tentativo, chiudendo le porte a qualsiasi soluzione compromissoria. Da ministro uscente, Socrates l’ha presa oggi «sul personale»: nessun aiuto finanziario prima delle elezioni politiche del 5 giugno. Come a dire che qualsiasi intervento su una materia come questa, delicata e suscettibile di influenzare le dinamiche interne, è off limits.
Quali sono le varianti rispetto a Grecia e Irlanda? Lo scorso maggio in Grecia, come è noto, si dovette varare un piano di salvataggio d’urgenza di circa 110 mld di euro per ripianare le falle scoperte nei conti ateniesi, fino ad allora mascherati. I tagli di spesa pubblica e l’inasprimento considerevole delle tasse causarono violenti tumulti e scioperi nelle piazze. In Irlanda, invece, il prestito accordato ammonta a 119 mld di euro. Il rosso dei conti era diventato incontrollato e la variabile era il sistema bancario, portato al collasso dall’esplosione della crisi finanziaria. Anche il Portogallo ha un debito pubblico elevato (il 15° nella graduatoria mondiale del CIA World Factbook a fronte di un 8° posto dell’Italia!!!), esposto sempre più alle turbolenze del mercato a causa della bassa produttività, della rigidità del mercato del lavoro e della schiacciante concorrenza di Asia ed Europa Centrale. Ma in questo caso la crisi politica ha contribuito ad aumentare la sensazione di incertezza e di poca affidabilità del Portogallo sui mercati finanziari. Circostanza che potrebbe, come già anticipato, dare origine a un pericoloso effetto domino in grado di travolgere la fiducia degli operatori.
Se il Portogallo fosse stato fuori dall’eurozona, la misura più facile da prendere sarebbe stata una svalutazione della moneta nazionale combinata con un’efficace leva fiscale: in questo modo si sarebbe accresciuta la competitività delle esportazioni, favorito il consumo dei beni nazionali e diminuito il peso degli interessi sul debito. L’impossibilità di agire d’autorità sul corso dell’euro, da parte dei singoli stati, rende però più opaci quei segnali di avvertimento, come la svalutazione di una moneta, che comparirebbero in caso di crisi.
Che fine hanno fatto gli Stati Uniti d’Europa? Ogni volta che si profila una recessione economica, ciascuno sembra voler lavare i panni sporchi in casa propria, aborrendo la mano tesa dei vicini per paura di irrimediabili interferenze politiche. Questo atteggiamento testimonia che la disperata corsa verso l’integrazione sta subendo pesanti battute d’arresto. I nuovi Meccanismi di Stabilità potrebbero non servire ad arginare le voragini aperte dalla crisi, in mancanza di voglia di cooperazione. Il federalismo delle parole mostra tutta la sua impalpabilità nel momento in cui, ahimé, tocca passare ai fatti.
Ankara chiude il dialogo democratico coi curdi. L’UE si acciglia.
Pubblicato: 8 dicembre 2009 Archiviato in: Esteri | Tags: Ahmet turk, Armenia, Bruxelles, DTP, Erdogan, ingresso turchia, Kurdistan, Ocalan, PKK, questione curda, Siria, Turchia, UE Lascia un commento » tratto da “A Voce Alta”
Il segretario del DTP, Ahmet Turk
Recep Tayyp Erdogan, nelle vesti di segretario dell’AKP, Partito per la Giustizia e lo Sviluppo turco, non parrebbe pronto a salutare con molto favore la possibile decisione della Corte Costituzionale turca circa lo scioglimento del DTP, Demokratik Toplum Partisi o Partito della Società Democratica. Se l’imminente sentenza, infatti, avesse un esito in tal senso, nel parlamento a maggioranza musulmana si rischierebbe di ricorrere nuovamente alle urne. Ma non solo.
La questione curda è ancora sanguinolenta mentre il PKK, Partito dei lavoratori curdi, è ancora fuorilegge. Il leader, Abdullah Öcalan, peraltro, è oggi in stato di detenzione in territorio turco, nel costante rischio di essere sottoposto a pena di morte. Certo, nel conflitto fra stato turco e PKK ci hanno rimesso la vita circa 40.000 persone e Öcalan è ritenuto colpevole di numerosi crimini contro l’umanità. Ma ha comunque diritto a un processo che gli garantisca il diritto di difesa. Se questo rappresenterebbe un passo verso la democrazia, così come è stata la sorta di amnistia concessa ai gruppi militanti del PKK, un enorme passo indietro sarebbe, invece, quello della sentenza contro il DTP.
Occorre sapere, infatti, che tale movimento rappresenta l’unico valido interlocutore in seno al parlamento per la negoziazione della questione curda. Il suo leader, Ahmet Türk, ha dichiarato che, qualora il suo partito venisse dichiarato fuorilegge, essi continueranno a lottare dal basso per i diritti del popolo curdo, una volta bloccati a livello istituzionale.
Ankara e il governo Erdogan non farebbero di certo una bella figura nei lustri dei salotti europei, deludendoci nonostante la buona condotta con l’Armenia, con la quale si starebbero riallacciando i primi rapporti commerciali, con la Siria, nuovo partner politico a seguito della pietra posta sopra Alessandretta, nonché con il Kurdistan, all’interno del quale, nonostante le accuse di sostegno alla guerriglia curda, è stata annunciata l’apertura di un consolato. Se i segni di distensione e di non sottomissione alla politica militare americana – in Turchia sono ancora presenti basi statunitensi ma non c’è stata nessuna prova di collaborazione nella guerra contro l’Iraq – si sposano volentieri con il progressivo laicismo nazionale come inaugurato da Ataturk, l’apogeo turco riprecipita verso il basso in vista di una tale probabile sentenza. Mentre gli europei, quindi, si accigliano per via della chiusura repentina di un canale di dialogo con l’unico esponente legale dei curdi, Erdogan si acciglia ancor di più, poiché, col via libera della sentenza, 14 membri del DTP sarebbero cacciati dal Parlamento e, sommandosi alle attuali vacanze, costringerebbero la nazione allo svolgimento di nuove elezioni.
La maggioranza, detenuta dallo stesso Erdogan, ha comunque in mano la situazione: dovrà dare il suo assenso alle dimissioni forzate dei parlamentari. La partita, quindi, è ancora aperta. Eppure, da Bruxelles si rimugina quotidianamente sull’opportunità dell’ingresso della Turchia in Europa, poiché, si vocifera, se tale decisione andasse in porto e il DTP fosse sciolto, non è escluso che Ankara e dintorni siano presi d’assalto da attacchi terroristici in segno di ritorsione.






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