Damasco come Srebrenica?
Pubblicato: 4 settembre 2012 Archiviato in: Esteri | Tags: adbel basat saida, assad, ban ki moon, bosnia, cina, consiglio nazionale siriano, damasco, emergenza umanitaria, Esteri, giulio terzi, istanbul, lega araba, massacro siria, mladic, obama, onu, PKK, russia, Siria, stati uniti, Turchia Lascia un commento »28 luglio 2012
Damasco come Srebrenica. Continua il massacro dopo che la Russia e la Cina hanno fatto veto. Una risoluzione Onu conteneva sanzioni economiche contro il regime di Assad. Nulla di fatto. Passa una settimana di tensioni senza che la situazione in Siria possa migliorare. Leggi il seguito di questo post »
La cartografia degli armanenti
Pubblicato: 7 ottobre 2010 Archiviato in: Esteri | Tags: africa, arsenali, asia, australia, cina, fondi sovrani, giappone, mercato delle armi, nucleare, pesc, pesd, russia, stati uniti, traffico illecito, Unione Europea Lascia un commento » 
Bisognerebbe ridisegnare il nostro planisfero, se l’estensione geografica dei territori fosse legata al possesso di armi di ciascuna nazione. Gli Stati Uniti sarebbero grandi come tutta l’Asia. Il Giappone più esteso della Cina. Israele e Taiwan diventerebbero più ampi dell’Australia mentre l’Africa si ridurrebbe ad un arcipelago di puntini. L’immagine cartografica che presento è del 2002, ma dopo otto anni la situazione generale non è cambiata se non per il fatto che gli Stati Uniti sono passati a spendere più di 660 miliardi di dollari per esigenze militari, raddoppiando gli stanziamenti così come ha fatto Medvedev.
Al centro di tale bizzarro mappamondo, l’Italia, grazie a giganti come Finmeccanica, potrebbe misurarsi ragionevolmente con l’intero continente sudamericano. Ad esempio, nel commercio delle armi leggere è seconda solo agli Stati Uniti (fonte: International Center for Strategic Studies). Impressionante.
In questa staffetta mondiale delle armi, però, vengono a galla alcune riflessioni:
- le maggiori imprese produttrici di armi si influenzano a vicenda con partecipazioni incrociate e patti di voto vincolanti (es. Boeing, Northrop, Lockheed, General Dynamics). Sembrerebbe quasi che intendano creare situazioni di monopolio, forti nel condizionare i poteri pubbilci;
- l’emergenza del terrorismo ha esasperato tali vincoli e opacizzato il mercato;
- l’opacità delle transazioni ha reso meno individuabili i flussi di traffico illecito, che si concentrano oggi soprattutto in Colombia, sud-est asiatico e Africa dei grandi laghi;
- i fondi sovrani hanno cominciato a investire considerevolmente nel mercato delle armi e questa è la cosa più spaventosa: in pratica il Paperone di turno sarebbe in grado di controllare lo smercio di armi in una data zona del mondo;
- infine il possesso di armamenti nucleari, nonostante le iniziative di smantellamento e dismissione degli arsenali esistenti, crea ancora forti attriti e isolamento nei confronti degli Stati sospettati di sviluppare programmi nucleari (cioè Iran e Corea del Nord).
L’euforia finanziaria verso gli investimenti nel terrore non è stata soggetta alla crisi, anzi si è sviluppata grazie ad essa e continua ad esserlo, alimentando un mercato temibile, forse fonte di ulteriore instabilità geopolitica globale. Ecco perché l’Unione Europea si è cominciata a preoccupare veramente di attuare PESC e PESD! La grande potenza tranquilla e pacifica svilupperà adesso programmi di liberalizzazione del mercato delle armi con l’obiettivo di creare nuovi colossi in grado di competere, ovviamente, con gli americani. Aumento della sicurezza e difesa in Europa, dunque, o semplicemente… affari?
Alchimie politiche per l’ambiente a L’Aquila
Pubblicato: 8 luglio 2009 Archiviato in: Esteri | Tags: ambiente, cina, effetto serra, energia, g8, inquinamento, l'aquila, misure sostenibili, obama, politiche energetiche, sostenibilità, stati uniti 1 Commento » tratto da “A Voce Alta”Venerdì è stato approvato alla House of Representatives americana un bill of rights per l’ambiente che si propone di ridurre le emissioni dei gas responsabili dell’effetto serra e di incentivare l’uso delle fonti energetiche ecosostenibili. Se questo documento verrà approvato anche dal Senato passerà alla storia come uno dei primi papers capaci di allineare gli indisciplinati Stati Uniti agli standard europei. Ori e allori per Obama.
Ma già le prime polemiche sono state sollevate in vista del G8 all’Aquila, non essendosi raggiunto alcun accordo né sul termine iniziale da prendere come riferimento per gli studi scientifici ambientalistici (c’è chi vuole il 1999 e chi il 2005) né sullo scalino di temperatura media mondiale da ridurre entro il 2050, la cui quantità sarebbe tuttora oggetto di litigio.
C’è chi, come il danese Christensen, un pezzo grosso nel campo degli studi sui cambiamenti climatici, teme l’eventualità di un’intesa bilaterale Cina-U.S. Una tale relazione potrebbe avere, non a torto, effetti devastanti per l’intero ambiente essendo entrambi gli Stati i maggiori produttori mondiali di gas-serra. L’instaurazione di rapporti diplomatici bilaterali, che escludano quindi il resto della comunità internazionale, porterebbe quasi sicuramente alla fissazione di standard comuni più bassi fra i due Stati e cancellerebbe nell’immediato i virtuosismi incipienti dell’amministrazione Obama. Deludendo le aspettative mondiali, quindi, gli Stati Uniti aggirerebbero nuovamente il pesante fardello del global warming e sarebbero, ahimé, seguiti a ruota libera da paesi in via di sviluppo con emissioni alte, come l’India, o da paesi con politiche forestali detrimenti, come il Brasile, che per sottrarsi a responsabilità nella comunità internazionale, si potrebbero tranquillamente appigliare al rispetto degli standard statunitensi. Senza contare che la produzione capitalistica americana e asiatica, vincolata a misure di sicurezza e standard minori rispetto alle industrie del vecchio continente, sarebbe in grado di competere a costi minori – e già lo fa -, facendo leva su un maggiore impatto concorrenziale e creando esternalità negative (per l’appunto l’inquinamento) che inevitabilmente finirebbero in parte a carico anche delle imprese europee, sempre più indotte a delocalizzare i loro stabilimenti. Un eterno circolo vizioso.
L’aggravamento di questo circolo non può che portare a una flebile ma inarrestabile recessione economica per l’Europa, sempre più dipendente dall’Asia per risparmiare su manodopera e lavorazione delle materie prime. Tuttavia, in questo modo, i paesi in via di sviluppo non potranno più contare sui fondi e sugli stanziamenti dei paesi economicamente avanzati in grado di consentire a loro di avviare processi di allineamento con gli standard antinquinamento necessari a proteggere l’ambiente. Per evitare questo scenario catastrofico, l’unica via possibile, in occasione del summit dei big mondiali, è la ricerca di una delicata e probabilmente esplosiva alchimia politica che faccia mettere tutti anche solo temporaneamente d’accordo e che tenti di raggiungere un equilibrio necessario e auspicabile.

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