Gli Stati Uniti alle prese col problema del debito pubblico
Pubblicato: 26 gennaio 2011 Archiviato in: Economia | Tags: bond, cina, crisi, debito pubblico, giappone, inflazione, repubblicani, spread Lascia un commento »
Anno nuovo, vita nuova, ma sempre con gli stessi, drammatici problemi. Se in Europa persiste la crisi del debito, con continui cali degli spread dei bond nelle nazioni a rischio, il gigante americano non è da meno. Nonostante una confortante diminuzione della disoccupazione, gli USA saranno costretti a dover affrontare una nutrita serie di nodi gordiani, vuoi per l’inevitabile calo dei consensi per Obama, testimoniato dalla recente vittoria dei Repubblicani nelle mid-term, vuoi per l’insostenibilità di lungo periodo del loro debito pubblico. Proprio su quest’ultimo terreno, infatti, si combatterà la battaglia più aspra nella forzata coabitazione fra Repubblicani e Democratici. Una battaglia ancor più complessa per via delle necessarie concessioni che i primi dovranno fare ai Tea Party, senza l’aiuto dei quali non avrebbero potuto raggiungere l’importante maggioranza di 242 contro 193 seggi alla Camera Bassa.
Se a marzo, come è probabile stando all’attuale trend, si dovesse raggiungere il tetto massimo di debito prefissato, il Congresso dovrebbe votare un nuovo aumento della soglia. Eppure, diversamente dalle volte passate, proprio questo voto potrebbe essere il punto di maggiore scontro non solo all’interno del Congresso, ma financo col presidente Obama, il quale non esiterebbe a porre il proprio veto su una legge che imponga tagli e misure draconiane.
Il debito pubblico americano, che nell’istante in cui scriviamo ammonta a 14.027.9506.000 $, aumenta ogni 5 secondi di centomila dollari, come mostra spaventosamente il sito http://www.usdebtclock.org/. A partire dalla recessione del 2008, la situazione fiscale statunitense ha subìto un consistente deterioramento, com’era ragionevole aspettarsi in una congiuntura economica debole. Il piano Paulson e le varie altre misure di salvataggio hanno certamente smussato parte degli effetti negativi della crisi. Eppure ancora oggi la ripresa economica d’Oltreoceano appare fragile. Bernanke, presidente della FED, ha rivelato nell’ultimo rapporto che la situazione del debito americano è strutturale e non ciclica. Dunque, anche dopo che l’economia si sarà normalizzata, il passaggio a un debito sostenibile non sarà automatico. L’invecchiamento della popolazione e il crescente costo degli ammortizzatori sociali determineranno un calo di produttività e un aumento della spesa pubblica.
Gli studi del Congressional Budget Office (CBO) prevedono, infatti, che il debito arriverà a pesare il 185% del PIL nel 2035. Oggi tale percentuale si attesta a circa il 60% del PIL. Le possibili conseguenze che potrebbero scaturire se tali previsioni si rivelassero esatte, e non fossero compensate da simili aumenti del tasso di crescita, sono note a tutti nella loro gravità: gli investitori avrebbero sempre meno fiducia e, nonostante gli elevati rendimenti dei titoli di debito, i flussi privati verrebbero dirottati verso nazioni più solide. Basta ripensare al caso della Grecia. Nell’ipotesi più grave di tutte, peraltro, le entrate dello Stato finirebbero per finanziare solo gli interessi da remunerare, e non più il capitale stesso, finché esse non riuscirebbero a pagare più nemmeno i soli interessi.
Inoltre Cina e Giappone, che attualmente possiedono quote elevatissime del debito statunitense (assieme costituiscono più del 40% dei Treasuries in mano straniera) acquisterebbero, se non ce l’hanno già, una venefica forza di ricatto a livello finanziario o, persino, la capacità di influenzare in modo pericoloso le politiche interne. John Ikenberry direbbe, allora: «Ve l’avevo detto! La strategia imperialista americana è crollata sotto le macerie dei suoi palazzi finanziari, a causa del rogo acceso dal dragone cinese. Il modello occidentale è fallito. Gli Stati Uniti sono definitivamente tramontati».
Forse, tuttavia, la scossa innescata dall’ascesa repubblicana potrebbe rendere visionarie le previsioni di molti opinion maker. Se l’ostruzionismo dei Democratici, che già hanno cominciato a ripassare i regolamenti procedurali della Camera per escogitare le prime astuzie, non impedirà di realizzare nuove riforme, probabilmente si metterà in atto il cavallo di battaglia elettorale dei Repubblicani: invece di incrementare il gettito fiscale, gli aumenti nella spesa pubblica dovranno essere finanziati da tagli. Il contenimento della spesa sarà, dunque, accompagnato da nuove politiche occupazionali e da un’auspicata riforma delle leggi sull’immigrazione, scacciando così il timore che ulteriori aumenti delle tasse rallentino la già debole crescita.
Ma è sull’inflazione che si concentrano le attenzioni di molti economisti. Krugman e Rogoff, per citarne alcuni, hanno suggerito che un aumento del tasso di inflazione non farebbe affatto male all’economia statunitense, rendendo più leggeri i costi da rientro nel deficit. Il problema, di conseguenza, verterebbe sul ruolo della Fed. Questa, infatti, persegue fin dagli anni ’80 una politica anti-inflazionistica e la sua indipendenza dal governo impedirebbe un qualsivoglia raccordo fra politiche monetarie e politiche fiscali.
Insomma, di mix di politiche economiche ce n’è per tutti i gusti. Le misure di austerity e l’attenzione sul livello dei prezzi dovranno essere dosate in modo oculato, per evitare che il trade-off con la disoccupazione aumenti. Se gli economisti si concentreranno sulla curva di Phillips, i Repubblicani guarderanno dritto negli occhi dei loro elettori.
Il patto per salvare l’euro
Pubblicato: 12 gennaio 2011 Archiviato in: Economia | Tags: crisi, euro, grecia, irlanda, moody's, recessione, spread, stress test, van rompuy Lascia un commento »
Giorni grigi per la moneta unica. Moody’s ventila l’ipotesi di un downgrading dei titoli di Stato portoghesi e persino Pechino si dichiara preoccupata per la gestione della crisi del debito da parte dell’eurogruppo. In buona sostanza, tutti i pensieri sono rivolti alle conclusioni della presidenza Van Rompuy che, apparentemente gravide di intenti, sembrano quasi coprire con un velo di finto ottimismo le contraddizioni emerse nei dialoghi intergovernativi di Bruxelles.
Già, perché se tutti sono d’accordo sull’impellenza di riformare la governance economica europea, risulta invece difficile rinvenire una risposta unanime su come realizzare tale riforma. Le declamazioni magniloquenti del Rapporto sembrano voler dire tutto e nulla. Bisogna potenziare le riforme infrastrutturali secondo la strategia di Europa 2020; onorare gli impegni di bilancio ed eliminare i disavanzi eccessivi; attuare i programmi di risanamento di Irlanda e Grecia; infine, rafforzare il sistema finanziario da un punto di vista normativo ma anche di vigilanza, con particolare attenzione sugli stress test sull’apparato bancario.
Splendido. Ma sembra quasi che stiamo circumnavigando l’isola senza mai avvistare terra. Da un lato, infatti, ci sono la Merkel e Sarkozy, serrati dentro un guscio di nazionalismo e impegnati a rendere timide, ambigue o meramente programmatiche le determinazioni volte a concedere ulteriori prestiti per gli Stati poco virtuosi. Dall’altro c’è chi, come Berlusconi e Juncker, crede ancora nell’Europa e propone l’emissione di titoli di debito «eurosovrani». Infine, c’è Downing Street, che teme esternalità negative e preme per ottenere garanzie affinché le misure anticrisi non influenzino gli Stati membri fuori dall’Eurozona.
Qual è, dunque, il compromesso raggiunto? In primo luogo, è stata messa in agenda una riforma del Patto di Stabilità e Crescita, sia nella parte preventiva, per inserire nuove norme di monitoraggio dell’incremento del debito, che nella parte correttiva, a livello di procedura per il disavanzo eccessivo. Inoltre è stato approvato all’unanimità l’accordo dell’Ecofin di fine novembre, che prevedeva un’importante modifica al Trattato sul funzionamento dell’UE. In particolare, verrebbe aggiunto un terzo paragrafo all’art. 136, già contenente misure di politica economica applicabili nell’Eurozona. In virtù del nuovo inciso, sarà possibile attivare un Meccanismo di Stabilità (ESM) per salvaguardare la stabilità della zona euro nel suo insieme, ma solo ove indispensabile. In più, la concessione di assistenza finanziaria sarà soggetta a una rigorosa condizionalità.
Questo nuovo piano «salva-Stati», innescabile – lo ribadiamo – solo in quanto extrema ratio, sembrerebbe confezionato ad arte per soddisfare le richieste della cancelliera tedesca, unico leader uscito pienamente vittorioso dal Consiglio. La demagogia di Berlino, infatti, spinta dal fatto che due terzi dei tedeschi sarebbero favorevoli a un ritorno al marco, insiste sul netto rifiuto a fornire liquidità ad ulteriori bail-out. Bene, bravi. È chiaro che la Germania tenga più al proprio surplus di bilancio che non all’euro. Eppure è ancor più limpido che i costi della crisi toccherebbero anche gli stessi tedeschi, incastonati in un’Europa debole, impossibilitata a competere sia con gli Stati Uniti che, soprattutto, con l’Asia.
Il patto salva-euro, allora, sembra aver bisogno di un forte ricostituente. Occorrono regole forti e chiare, efficaci deterrenti e un grande impegno nell’assistenza finanziaria. L’Argentina è dietro l’angolo perché la bancarotta non è, purtroppo, una prerogativa dei soli Paesi in via di sviluppo e l’euro non si è affatto dimostrato immune dal ciclone recessivo.






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