Dopo Grecia e Irlanda la crisi mette in ginocchio anche il Portogallo

 

da www.ragionpolitica.it

 

Grecia e Irlanda non potevano far di più. Ce l’hanno messa proprio tutta, chiedendo venia in nome degli speculatori che avevano fatturato facili provvidenze e degli astuti contabili che avevano ritoccato certi capitoli di bilancio con ardite operazioni di cosmesi. Ma alla fine sono dovuti intervenire i massicci interventi di bailout di Ue e Fondo Monetario Internazionale per concedere una salvifica boccata d’ossigeno. Eppure, è una storia destinata a ripetersi. Stessa trama, piccole varianti: il prossimo della fila è il Portogallo. E l’inquietudine degli investitori non fa che creare contagiose reazioni a catena. Il mercato dei titoli di debito sovrano è in tumulto, si impennano i tassi di interesse e rendono sempre più difficile la collocazione sui mercati internazionali.

Il fatto. Sulla scia di Standard&Poors, anche la Moody’s ha effettuato un downgrading sui titoli di debito portoghesi, facendo passare il rating da un livello A3 a Baa1. In pratica, nel giro di un mese, il giudizio su tali investimenti è sceso da una soglia di rischio bassa ad una moderata. Certo, sempre meglio di S&P, che mantiene un credit watch negativo e giudica la solvibilità di Lisbona pari quasi a quella dei cosiddetti titoli spazzatura (junk bonds). L’ulteriore ribasso è comunque un importante campanello di allarme.

Da un punto di vista strettamente politico, infatti, non bisogna trascurare le dimissioni del premier socialista José Socrates, rassegnate poco tempo fa nelle mani del presidente Silva in seguito al respingimento assembleare del nuovo piano di austerity. Se con tale piano egli intendeva evitare l’inevitabile (ossia un’estrema richiesta d’appello all’Europa), le forze politiche hanno bocciato ogni tentativo, chiudendo le porte a qualsiasi soluzione compromissoria. Da ministro uscente, Socrates l’ha presa oggi «sul personale»: nessun aiuto finanziario prima delle elezioni politiche del 5 giugno. Come a dire che qualsiasi intervento su una materia come questa, delicata e suscettibile di influenzare le dinamiche interne, è off limits.

Quali sono le varianti rispetto a Grecia e Irlanda? Lo scorso maggio in Grecia, come è noto, si dovette varare un piano di salvataggio d’urgenza di circa 110 mld di euro per ripianare le falle scoperte nei conti ateniesi, fino ad allora mascherati. I tagli di spesa pubblica e l’inasprimento considerevole delle tasse causarono violenti tumulti e scioperi nelle piazze. In Irlanda, invece, il prestito accordato ammonta a 119 mld di euro. Il rosso dei conti era diventato incontrollato e la variabile era il sistema bancario, portato al collasso dall’esplosione della crisi finanziaria. Anche il Portogallo ha un debito pubblico elevato (il 15° nella graduatoria mondiale del CIA World Factbook a fronte di un 8° posto dell’Italia!!!), esposto sempre più alle turbolenze del mercato a causa della bassa produttività, della rigidità del mercato del lavoro e della schiacciante concorrenza di Asia ed Europa Centrale. Ma in questo caso la crisi politica ha contribuito ad aumentare la sensazione di incertezza e di poca affidabilità del Portogallo sui mercati finanziari. Circostanza che potrebbe, come già anticipato, dare origine a un pericoloso effetto domino in grado di travolgere la fiducia degli operatori.

Se il Portogallo fosse stato fuori dall’eurozona, la misura più facile da prendere sarebbe stata una svalutazione della moneta nazionale combinata con un’efficace leva fiscale: in questo modo si sarebbe accresciuta la competitività delle esportazioni, favorito il consumo dei beni nazionali e diminuito il peso degli interessi sul debito. L’impossibilità di agire d’autorità sul corso dell’euro, da parte dei singoli stati, rende però più opaci quei segnali di avvertimento, come la svalutazione di una moneta, che comparirebbero in caso di crisi.

Che fine hanno fatto gli Stati Uniti d’Europa? Ogni volta che si profila una recessione economica, ciascuno sembra voler lavare i panni sporchi in casa propria, aborrendo la mano tesa dei vicini per paura di irrimediabili interferenze politiche. Questo atteggiamento testimonia che la disperata corsa verso l’integrazione sta subendo pesanti battute d’arresto. I nuovi Meccanismi di Stabilità potrebbero non servire ad arginare le voragini aperte dalla crisi, in mancanza di voglia di cooperazione. Il federalismo delle parole mostra tutta la sua impalpabilità nel momento in cui, ahimé, tocca passare ai fatti.

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