La piccola Cipro mette in crisi l’Europa

ylenia citino

il Presidente cipriota Anastasiades

da ragionpolitica.it

Cipro. Appena più piccola di Sicilia e Sardegna. Un milione e poco più di abitanti. Il suo PIL, di circa 17,8 miliardi di euro ammonta a un settantesimo di quello italiano. Un cinquecento millesimo di quello dell’Eurozona. Eppure le scosse finanziarie di Cipro stanno mettendo sull’allerta i capi di stato che potrebbero riunirsi in un Eurosummit d’urgenza a breve. La vicenda cipriota è stata seguita solo saltuariamente dai media italiani, perciò è sempre bene ricapitolare i fatti per capire cosa sta succedendo in quell’isola ancora contesa dalla Turchia. Leggi il seguito di questo post »

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Le critiche del GOP alla politica estera di Obama

da ragionpolitica.it

Si apre un altro fronte nella campagna per le presidenziali americane. A poche settimane dall’Election Day, i repubblicani ingrossano il fascicolo contro Obama per il fallimento nella gestione dell’attacco all’ambasciata americana a Bengasi. Risale ad appena un mese fa l’assedio dove hanno perso la vita l’ambasciatore Christopher Stevens e altri quattro americani. La gravità dell’episodio, verificatosi in concomitanza con Leggi il seguito di questo post »


Scintille tra Turchia e Siria

da ragionpolitica.it

La vicenda: si deteriorano sempre di più le relazioni fra la Siria insanguinata da Assad e la Turchia di Erdogan, perenne candidata a un ingresso nell’Unione Europa. Dall’euro alle bombe, in un Paese con un vicino di casa troppo turbolento. Una polveriera, la Siria, le cui detonazioni incessanti hanno toccato persino il suolo turco. Risalgono a qualche giorno fa, infatti, i colpi di mortaio siriani finiti su Akcakale, città di confine che oggi piange la perdita di due donne e tre bambini. Leggi il seguito di questo post »


Damasco come Srebrenica?

Immagine

da www.ragionpolitica.it

28 luglio 2012

Damasco come Srebrenica. Continua il massacro dopo che la Russia e la Cina hanno fatto veto. Una risoluzione Onu conteneva sanzioni economiche contro il regime di Assad. Nulla di fatto. Passa una settimana di tensioni senza che la situazione in Siria possa migliorare. Leggi il seguito di questo post »


Siria, un Paese lacerato dal cruento declino di Assad

da ragionpolitica.it

Un anno di brutali violazioni. Sembra ieri che la polverosa Siria aveva dimenticato di trovarsi in una polveriera.Da paradiso per gli archeologi a sepolcreto di vittime innocenti. Qualche tempo fa, se si pensava a Damasco e alle regioni limitrofe, venivano in mente le fulgide bellezze dichiarate patrimonio dell’Unesco, i minareti, le rovine delle antiche cittadelle crociate, gli arabeschi e i mosaici, i santuari e le moschee islamiche, i bazar. Oggi, i tetti appesantiti dalle macerie sembrano uno smisurato sudario che si estende da sud fino al nord, fino ad arrivare ai burrascosi confini con la Turchia. Leggi il seguito di questo post »


La dubbia parabola ascendente di Assad

da www.ragionpolitica.it

Lo avevano dato per spacciato. O moribondo, per lo meno. Stando alle conclusioni affrettate di molti commentatori, lo scoppio della Rivoluzione dei gelsomini avrebbe contagiato anche quella terra. Forse, si era detto, la verve agitatrice avrebbe facilitato lo strappo dal potere anche in capo al temibile e dinastico reggente in Siria. Eppure, se alla primavera araba va ascritto il merito di aver depennato tre pesanti dittature, a nulla sono valse le analoghe proteste contro il governo di Damasco, se non a fomentare un criminoso e quotidiano eccidio. Leggi il seguito di questo post »


Effetto Fukushima

 

da www.ragionpolitica.it

 

La tragedia in Giappone avrà dei pesanti effetti collaterali. Non solo nel Paese colpito dal disastro, che, dalle stime della World Bank, subirà una perdita di 4 punti percentuali del PIL solo per ripianare i danni. Ma anche nel resto del mondo, il cui equilibrio energetico sta soffrendo forti scosse, amplificate dalle operazioni in Libia. In Europa, per ciò che ci riguarda, è stato avviato un vero e proprio autodafè in merito alle 200 centrali nucleari operative nel Vecchio Continente. E così da Bruxelles si leva il monito del Consiglio straordinario dell’energia: urge sottoporre a stress test tutte le centrali nucleari. È questo l’effetto Fukushima. Finché le cose non accadono, nessuno si cura di esse. Ma quando poi si verificano, ecco che fanno tutti a gara per levarsi cappello e pastrano al fine di rimboccarsi le maniche.

Per non piombare in un insidioso qualunquismo, allora, è essenziale fare i dovuti distinguo. In Giappone sappiamo bene come è andata. La combinazione di un terremoto di magnitudo 9 della scala Richter – il quarto più potente della storia – e di un’onda alta più di 14 metri è stata micidiale. Le centrali nucleari sono dotate di sofisticati meccanismi di sicurezza e di dispositivi antisismici. Tuttavia, nella centrale di Fukushima, le misure di emergenza erano affidate solo a sistemi «attivi» – mancavano dunque quelli «passivi» – che si caratterizzano per essere alimentati da energia elettrica. E terremoto e tsunami hanno reciso ogni collegamento. Esistevano, tra l’altro, 4 motori diesel sostitutivi, ma lo tsunami è stato in grado di mettere fuori uso anche quelli. In più, i reattori di Fukushima risalgono al 1971. Non stupisce, perciò, che la loro obsolescenza stia rendendo impervie le manovre di raffreddamento del nocciolo. Sfortuna vuole che i reattori avrebbero dovuto essere spenti entro quest’anno, considerato che la vita massima prevista si aggira intorno al quarantennio.

Ma l’Europa non è un arcipelago. E il placido Mediterraneo difficilmente potrebbe vendicarsi con travolgenti muri d’acqua. Circostanze simili sarebbero alquanto improbabili. Non ci troviamo in una zona, come il cd. «punto triplo» del Giappone, in cui si riuniscono ben quattro placche tettoniche. Noi siamo comodamente adagiati sulla placca euroasiatica, le cui frizioni con quella africana sono ben lungi dal provocare eventi apocalittici. Del resto, il retaggio di Chernobyl, di cui molti conservano ancora vividi ricordi, ci ha portato ad essere molto più accorti, evitando di prolungare la vita di centrali superate e mirando sempre su impianti di ultima generazione. Detto questo, l’effetto Fukushima non deve essere visto negativamente se i fari puntati sul nucleare porteranno a misure di sicurezza più rigide. Come ragionevolmente afferma il Ministro degli Esteri, Frattini, non serve avere «nessun ripensamento sul nucleare in Italia ma solo, dopo quanto accaduto in Giappone, una doverosa riflessione per fare meglio». In un momento come questo, in cui ci si appresta a votare un referendum su tale spinosa questione, la cautela è d’ordine. Eppure, chiarifica Frattini, quando «noi parliamo di nucleare, lo facciamo in prospettiva. Ci riferiamo a centrali di nuova generazione, sicure. Cosa completamente diversa rispetto a quelle giapponesi, vecchie di 30-40 anni». Bene, quindi, la decisione del consiglio di Bruxelles di esperire entro la fine dell’anno controlli, a partire dalle centrali di prima generazione. Stress test volontari sono stati chiesti anche a paesi vicini come l’Ucraina e la Russia. La fase immediatamente successiva consisterà nel fissare dei criteri precauzionali sulle centrali. Criteri che potranno riguardare i sistemi di raffreddamento, la tutela contro gli errori umani, l’età degli impianti, i tipi di reattori, le protezioni da inondazioni, eventi tellurici o attacchi terroristici. Verso un nucleare sempre più sicuro.


La cartografia degli armanenti

 

Bisognerebbe ridisegnare il nostro planisfero, se l’estensione geografica dei territori fosse legata al possesso di armi di ciascuna nazione. Gli Stati Uniti sarebbero grandi come tutta l’Asia. Il Giappone più esteso della Cina. Israele e Taiwan diventerebbero più ampi dell’Australia mentre l’Africa si ridurrebbe ad un arcipelago di puntini. L’immagine cartografica che presento è del 2002, ma dopo otto anni la situazione generale non è cambiata se non per il fatto che gli Stati Uniti sono passati a spendere più di 660 miliardi di dollari per esigenze militari, raddoppiando gli stanziamenti così come ha fatto Medvedev.

Al centro di tale bizzarro mappamondo, l’Italia, grazie a giganti come Finmeccanica, potrebbe misurarsi ragionevolmente con l’intero continente sudamericano. Ad esempio, nel commercio delle armi leggere è seconda solo agli Stati Uniti (fonte: International Center for Strategic Studies). Impressionante.

In questa staffetta mondiale delle armi, però, vengono a galla alcune riflessioni:

-          le maggiori imprese produttrici di armi si influenzano a vicenda con partecipazioni incrociate e patti di voto vincolanti (es. Boeing, Northrop, Lockheed, General Dynamics). Sembrerebbe quasi che intendano creare situazioni di monopolio, forti nel condizionare i poteri pubbilci;

-          l’emergenza del terrorismo ha esasperato tali vincoli e opacizzato il mercato;

-          l’opacità delle transazioni ha reso meno individuabili i flussi di traffico illecito, che si concentrano oggi soprattutto in Colombia, sud-est asiatico e Africa dei grandi laghi;

-          i fondi sovrani hanno cominciato a investire considerevolmente nel mercato delle armi e questa è la cosa più spaventosa: in pratica il Paperone di turno sarebbe in grado di controllare lo smercio di armi in una data zona del mondo;

-          infine il possesso di armamenti nucleari, nonostante le iniziative di smantellamento e dismissione degli arsenali esistenti, crea ancora forti attriti e isolamento nei confronti degli Stati sospettati di sviluppare programmi nucleari (cioè Iran e Corea del Nord).

 L’euforia finanziaria verso gli investimenti nel terrore non è stata soggetta alla crisi, anzi si è sviluppata grazie ad essa e continua ad esserlo, alimentando un mercato temibile, forse fonte di ulteriore instabilità geopolitica globale. Ecco perché l’Unione Europea si è cominciata a preoccupare veramente di attuare PESC e PESD! La grande potenza tranquilla e pacifica svilupperà adesso programmi di liberalizzazione del mercato delle armi con l’obiettivo di creare nuovi colossi in grado di competere, ovviamente, con gli americani. Aumento della sicurezza e difesa in Europa, dunque, o semplicemente… affari?


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