Anche la Francia a rischio declassamento

da www.ragionpolitica.it

Qualche giorno prima del summit europeo del 23 ottobre la Francia rischia di dover rinunciare alla sua tripla A. Con una dichiarazione ad orologeria, Moody’s rende noti i risultati del monitoraggio su Parigi, avanzando l’ipotesi di una revisione dell’outlook in senso negativo. Perché il paese non cresce. Perché il debito aumenta. Perché, insomma, la crisi dell’eurozona sta per contagiare anche la Francia. Male. Anche perché Sarkozy non sarà l’unico a dover fare i conti futuri con pesanti e impopolari misure d’austerità, quali tagli di pensioni e stipendi, aumenti generalizzati delle tasse o fendenti sulla spesa pubblica.

Anche la Merkel, infatti, dovrà affrontare la sua recessione «importata». Leggi il seguito di questo post »

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Il patto per salvare l’euro

 

da www.ragionpolitica.it

Giorni grigi per la moneta unica. Moody’s ventila l’ipotesi di un downgrading dei titoli di Stato portoghesi e persino Pechino si dichiara preoccupata per la gestione della crisi del debito da parte dell’eurogruppo. In buona sostanza, tutti i pensieri sono rivolti alle conclusioni della presidenza Van Rompuy che, apparentemente gravide di intenti, sembrano quasi coprire con un velo di finto ottimismo le contraddizioni emerse nei dialoghi intergovernativi di Bruxelles.

Già, perché se tutti sono d’accordo sull’impellenza di riformare la governance economica europea, risulta invece difficile rinvenire una risposta unanime su come realizzare tale riforma. Le declamazioni magniloquenti del Rapporto sembrano voler dire tutto e nulla. Bisogna potenziare le riforme infrastrutturali secondo la strategia di Europa 2020; onorare gli impegni di bilancio ed eliminare i disavanzi eccessivi; attuare i programmi di risanamento di Irlanda e Grecia; infine, rafforzare il sistema finanziario da un punto di vista normativo ma anche di vigilanza, con particolare attenzione sugli stress test sull’apparato bancario.

Splendido. Ma sembra quasi che stiamo circumnavigando l’isola senza mai avvistare terra. Da un lato, infatti, ci sono la Merkel e Sarkozy, serrati dentro un guscio di nazionalismo e impegnati a rendere timide, ambigue o meramente programmatiche le determinazioni volte a concedere ulteriori prestiti per gli Stati poco virtuosi. Dall’altro c’è chi, come Berlusconi e Juncker, crede ancora nell’Europa e propone l’emissione di titoli di debito «eurosovrani». Infine, c’è Downing Street, che teme esternalità negative e preme per ottenere garanzie affinché le misure anticrisi non influenzino gli Stati membri fuori dall’Eurozona.

Qual è, dunque, il compromesso raggiunto? In primo luogo, è stata messa in agenda una riforma del Patto di Stabilità e Crescita, sia nella parte preventiva, per inserire nuove norme di monitoraggio dell’incremento del debito, che nella parte correttiva, a livello di procedura per il disavanzo eccessivo. Inoltre è stato approvato all’unanimità l’accordo dell’Ecofin di fine novembre, che prevedeva un’importante modifica al Trattato sul funzionamento dell’UE. In particolare, verrebbe aggiunto un terzo paragrafo all’art. 136, già contenente misure di politica economica applicabili nell’Eurozona. In virtù del nuovo inciso, sarà possibile attivare un Meccanismo di Stabilità (ESM) per salvaguardare la stabilità della zona euro nel suo insieme, ma solo ove indispensabile. In più, la concessione di assistenza finanziaria sarà soggetta a una rigorosa condizionalità.

Questo nuovo piano «salva-Stati», innescabile – lo ribadiamo – solo in quanto extrema ratio, sembrerebbe confezionato ad arte per soddisfare le richieste della cancelliera tedesca, unico leader uscito pienamente vittorioso dal Consiglio. La demagogia di Berlino, infatti, spinta dal fatto che due terzi dei tedeschi sarebbero favorevoli a un ritorno al marco, insiste sul netto rifiuto a fornire liquidità ad ulteriori bail-out. Bene, bravi. È chiaro che la Germania tenga più al proprio surplus di bilancio che non all’euro. Eppure è ancor più limpido che i costi della crisi toccherebbero anche gli stessi tedeschi, incastonati in un’Europa debole, impossibilitata a competere sia con gli Stati Uniti che, soprattutto, con l’Asia.

Il patto salva-euro, allora, sembra aver bisogno di un forte ricostituente. Occorrono regole forti e chiare, efficaci deterrenti e un grande impegno nell’assistenza finanziaria. L’Argentina è dietro l’angolo perché la bancarotta non è, purtroppo, una prerogativa dei soli Paesi in via di sviluppo e l’euro non si è affatto dimostrato immune dal ciclone recessivo.


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