Perché l’Italia non è a rischio default
Pubblicato: 7 ottobre 2011 Archiviato in: Economia | Tags: Antonio Borges, berlusconi, crisi finanziaria, downgrade, Fitch, Fondo Monetario Internazionale, grecia, moody's, Portogallo, S&P, Spagna, tremonti 3 Commenti »
da http://www.ragionpolitica.it
L’Italia è ben lungi dal cadere in default. Sembrerebbe un’affermazione paradossale, in un momento in cui il nostro paese viene da un downgrade di trenotches da parte di Moody’s. Tuttavia, per interpretare al meglio la decisione di declassare il merito del nostro credito al livello A2 (che nella scala che parte da una tripla A si trova al sesto posto), bisogna arrivare a comprendere che spesso queste prese di posizione derivano sì da valutazioni economico-finanziarie, ma anche e soprattutto da considerazioni prettamente politiche Leggi il seguito di questo post »
Grecia: segua le regole di risanamento
Pubblicato: 5 luglio 2011 Archiviato in: Esteri, Unione Europea | Tags: atene, Austerity, crisi del debito, Fondo Monetario Internazionale, grecia, IMF, papandreou, Portogallo, Spagna, The Economist Lascia un commento »
Asserragliato dai manifestanti, il Parlamento ellenico approva le ultime misure per salvare il salvabile. Bisogna placare gli animi e ingoiare il boccone amaro dell’austerity. L’unica cosa che resta da fare è stringere la cinghia, dar prova di virtuosismo e ottenere la quinta tranche del megaprestito. Sapendo che comunque non sarà sufficiente. E che, probabilmente, di bailout ne servirà un secondo.
Il problema è convincere la gente della bontà delle misure draconiane. È chiaro che, se una popolazione è stata per anni abituata ad un tenore di vita superiore rispetto al tasso di crescita (negativo), assieme ad un sistema assistenziale lasso negli sprechi e generoso nelle prestazioni, adesso non si può fare altro che tentare la via dell’austerity. Il problema della Grecia, allora, è duplice: da un lato, sull’onda degli indignados iberici anche a Piazza Syntagma ha preso piede la protesta. Per assistere a scene simili dobbiamo risalire alla carica contestativa sessantottina. Ma se quello era un movimento sociopolitico eterogeneo che reclamava una maggiore apertura della società, le masse che vediamo oggi nelle piazze si sollevano per ragioni economiche. Infatti, e questo è il secondo problema, ciò avviene a causa di un radicale scollamento fra i cittadini e i loro rappresentanti politici.
La sfiducia generale, testimoniata dall’arrancare di Papandreu e del suo traballante rimpasto, culmina nell’aggregazione spontanea in strada. Senza bandiere né colori politici. Fra i due litiganti, dunque, dovrebbe trovarsi un compromesso. Che non è la pretesa incondizionata del popolo di mantenere quelle stesse condizioni di vita che hanno portato al collasso. E che non è nemmeno l’idea di svendere le attività pubbliche con i 50 miliardi di privatizzazioni in cantiere (che puzza molto di Prima Repubblica all’italiana). Proprio su questa manovra, peraltro, Trichet ha detto la sua, uscendo dal coro. Per lui, Atene «ha un asso nella manica, ossia la capacità di mobilitare denaro privato sulla base di privatizzazioni» ritenute «di enorme importanza». Bene, ma un così imponente provvedimento non può essere emanato senza fissare, a latere, regole severe sulla governance di impresa, sull’indipendenza dalla politica, sui conflitti d’interessi. Altrimenti, si rischia un inceppamento delle istituzioni economiche. La Grecia dovrebbe seguire le regole di risanamento stabilite in sede europea.
La soluzione che prevede il successivo parziale coinvolgimento del Fondo Monetario Internazionale, invece, non è interamente auspicabile. Certo, è sicuramente meglio della prospettiva attendistica assunta dagli decision-maker europei. Questi sembrerebbero voler elargire ossigeno monetario, tranche dopo tranche, per prendere tempo fino all’entrata in vigore (2013) del meccanismo di stabilità europea (European Stability Mechanism), che altro non è che un fondo permanente di prestito. Ma l’intervento del FMI ci metterebbe nuovamente nelle mani di un’organizzazione sovranazionale non del tutto scevra da interessi peculiarmente propri. Che dire di un possibile default ellenico, per fare tabula rasa come fece l’Argentina? Vorrebbe dire ritorno alla dracma. E, nonostante le rassicurazioni contabili di coloro che valutano la Grecia solo in base al suo peso rispetto al PIL europeo, i rischi sarebbero comunque elevati. Poiché la dracma porterebbe inflazione, crisi delle banche e venti di contagio per i vicini più deboli (Portogallo, Spagna).«The Economist» propone una soluzione: perché non ristrutturare il debito?
Se Atene si comportasse bene, con un gesto consistente ma improcrastinabile (per evitare di estendere le perdite di banche e risparmiatori), seguendo le regole di risanamento già tracciate in sede europea, non ci sarebbe bisogno di interventi last minute, costosi e inadeguati. Tutto è rimesso, ancora una volta, nelle mani dei nostri leader europei che, invece di esitare, dovrebbero sciogliere la riserva e decidere. Subito.
Un’Europa senza Grecia?
Pubblicato: 11 maggio 2011 Archiviato in: Economia, Unione Europea | Tags: atene, bailout, claude junker, ecofin, governance economica, governance politica, grecia, irlanda, papandreou, Portogallo, Unione Europea Lascia un commento »
Dopo Grecia e Irlanda la crisi mette in ginocchio anche il Portogallo
Pubblicato: 12 aprile 2011 Archiviato in: Economia | Tags: bailout, CIA, crisi, debito pubblico, FMI, grecia, irlanda, Lisbona, moody's, Portogallo, Socrates, Standard&Poors, UE Lascia un commento »
Grecia e Irlanda non potevano far di più. Ce l’hanno messa proprio tutta, chiedendo venia in nome degli speculatori che avevano fatturato facili provvidenze e degli astuti contabili che avevano ritoccato certi capitoli di bilancio con ardite operazioni di cosmesi. Ma alla fine sono dovuti intervenire i massicci interventi di bailout di Ue e Fondo Monetario Internazionale per concedere una salvifica boccata d’ossigeno. Eppure, è una storia destinata a ripetersi. Stessa trama, piccole varianti: il prossimo della fila è il Portogallo. E l’inquietudine degli investitori non fa che creare contagiose reazioni a catena. Il mercato dei titoli di debito sovrano è in tumulto, si impennano i tassi di interesse e rendono sempre più difficile la collocazione sui mercati internazionali.
Il fatto. Sulla scia di Standard&Poors, anche la Moody’s ha effettuato un downgrading sui titoli di debito portoghesi, facendo passare il rating da un livello A3 a Baa1. In pratica, nel giro di un mese, il giudizio su tali investimenti è sceso da una soglia di rischio bassa ad una moderata. Certo, sempre meglio di S&P, che mantiene un credit watch negativo e giudica la solvibilità di Lisbona pari quasi a quella dei cosiddetti titoli spazzatura (junk bonds). L’ulteriore ribasso è comunque un importante campanello di allarme.
Da un punto di vista strettamente politico, infatti, non bisogna trascurare le dimissioni del premier socialista José Socrates, rassegnate poco tempo fa nelle mani del presidente Silva in seguito al respingimento assembleare del nuovo piano di austerity. Se con tale piano egli intendeva evitare l’inevitabile (ossia un’estrema richiesta d’appello all’Europa), le forze politiche hanno bocciato ogni tentativo, chiudendo le porte a qualsiasi soluzione compromissoria. Da ministro uscente, Socrates l’ha presa oggi «sul personale»: nessun aiuto finanziario prima delle elezioni politiche del 5 giugno. Come a dire che qualsiasi intervento su una materia come questa, delicata e suscettibile di influenzare le dinamiche interne, è off limits.
Quali sono le varianti rispetto a Grecia e Irlanda? Lo scorso maggio in Grecia, come è noto, si dovette varare un piano di salvataggio d’urgenza di circa 110 mld di euro per ripianare le falle scoperte nei conti ateniesi, fino ad allora mascherati. I tagli di spesa pubblica e l’inasprimento considerevole delle tasse causarono violenti tumulti e scioperi nelle piazze. In Irlanda, invece, il prestito accordato ammonta a 119 mld di euro. Il rosso dei conti era diventato incontrollato e la variabile era il sistema bancario, portato al collasso dall’esplosione della crisi finanziaria. Anche il Portogallo ha un debito pubblico elevato (il 15° nella graduatoria mondiale del CIA World Factbook a fronte di un 8° posto dell’Italia!!!), esposto sempre più alle turbolenze del mercato a causa della bassa produttività, della rigidità del mercato del lavoro e della schiacciante concorrenza di Asia ed Europa Centrale. Ma in questo caso la crisi politica ha contribuito ad aumentare la sensazione di incertezza e di poca affidabilità del Portogallo sui mercati finanziari. Circostanza che potrebbe, come già anticipato, dare origine a un pericoloso effetto domino in grado di travolgere la fiducia degli operatori.
Se il Portogallo fosse stato fuori dall’eurozona, la misura più facile da prendere sarebbe stata una svalutazione della moneta nazionale combinata con un’efficace leva fiscale: in questo modo si sarebbe accresciuta la competitività delle esportazioni, favorito il consumo dei beni nazionali e diminuito il peso degli interessi sul debito. L’impossibilità di agire d’autorità sul corso dell’euro, da parte dei singoli stati, rende però più opaci quei segnali di avvertimento, come la svalutazione di una moneta, che comparirebbero in caso di crisi.
Che fine hanno fatto gli Stati Uniti d’Europa? Ogni volta che si profila una recessione economica, ciascuno sembra voler lavare i panni sporchi in casa propria, aborrendo la mano tesa dei vicini per paura di irrimediabili interferenze politiche. Questo atteggiamento testimonia che la disperata corsa verso l’integrazione sta subendo pesanti battute d’arresto. I nuovi Meccanismi di Stabilità potrebbero non servire ad arginare le voragini aperte dalla crisi, in mancanza di voglia di cooperazione. Il federalismo delle parole mostra tutta la sua impalpabilità nel momento in cui, ahimé, tocca passare ai fatti.






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