Opzione guerra preventiva in Iran

da www.ragionpolitica.it

L’amministrazione Obama si era distinta, almeno ai suoi albori, per una marcata volontà di cambiamento nel dialogo con Teheran, tant’è che un’appena insediata Casa Bianca aveva mandato un messaggio privato alla suprema autorità religiosa, l’Ayatollah Khomeini, per spingere i rispettivi paesi a impegnarsi proficuamente su importanti questioni di interesse reciproco. Tra queste, in prima linea c’era quella del nucleare. Non importa se per usi pacifici o militari, l’avanzamento tecnologico sulla fissione del nucleo di uranio ha da sempre fomentato un odio biunivoco che oggi, dopo una serie di episodi escalatori, sta facendo vagliare, alla luce dei fermenti elettorali statunitensi, l’opportunità di una guerra preventiva contro l’Iran (c’è chi è d’accordo e chi no). Leggi il seguito di questo post »

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Riyad si sgancia dalle redini dell’opec

 

 

da www.ragionpolitica.it

 

Il più grande fallimento dell’Opec negli ultimi decenni vede protagonista l’Arabia Saudita, che ha deciso di mettersi in proprio nella produzione del petrolio. Beninteso, non è che abbandona il cartello dell’oro nero. Ma fa la furbetta e prende atto del mancato agreement sulle politiche dell’output di greggio per decidere in libertà le proprie regole di esportazione. E qui arriva il totale sovvertimento delle politiche passate: la produzione di petrolio sarà volta interamente a soddisfare la domanda. Quanto mi chiedono, tanto do. Via libera, dunque, allo smercio di 10 milioni di barili al giorno a partire da luglio. Perché, effettivamente, Riyad fino ad oggi aveva allontanato a malincuore i gonfi portafogli di cinesi e indiani, presentatisi a corte gongolanti. Se questi ultimi, infatti, dovevano far fronte ai bisogni crescenti di uno sviluppo mostrificato, l’Opec beneficiava dei capalla produzione, giacché, ad un aumento della domanda, sarebbe corrisposto l’elementare aumento dei prezzi.

Ciò appare ancora più chiaro oggi, dopo che la dichiarazione di indipendenza del ministro del Petrolio saudita ha provocato un’immediata flessione del Brent. Sembrerebbe quasi che gli arabi siano improvvisamente diventati clementi con i consumatori. Eppure la voglia di contenere i prezzi deriva da una banale constatazione: il mercato energetico sta orientandosi verso altre fonti di energia. I costi crescenti del petrolio hanno portato ad una contrazione della domanda a partire dal 2008. E la crisi economica ha svolto un ruolo cruciale, creando un circolo vizioso e perverso. Solo adesso, trascorso lo tsunami finanziario, le previsioni della domanda di petrolio sono tornate in crescita. La penisola persica, in sostanza, non sta facendo altro che proteggere il suo mercato.

Poco realistiche, allora, le dietrologie di alcuni, che vedrebbero nello sganciamento saudita dalle politiche Opec il segno di un più profondo turbamento dell’alleanza ovvero l‘incipit di una crisi diplomatica con Teheran. Proprio con l’Iran, invero, si registra un caso di frizioni per le medesime ragioni. Nel 1986 Riyad voleva riappropriarsi della fetta di mercato rubatale da Teheran, quindi aumentò la propria produzione e creò un «oil crash». Oggi, però, alle ragioni puramente concorrenziali si sommano le turbolenze della primavera araba. Libia, Siria e Yemen destano non poche preoccupazioni e la loro crisi politica ha sottratto al cartello ben 1.6 milioni giornalieri di barili di greggio. L’instabilità del dollaro si aggiunge a tutto ciò come ulteriore fattore di rialzo dei prezzi.

Eppure, dopo tutto, l’uscita dal coro dell’Arabia Saudita non va affatto vista come un male. Perché il patologico squilibrio fra domanda e offerta di petrolio potrebbe trovare una cura nella rinnovata capacità produttiva dell’indisciplinato paese. I paesi del Golfo Persico, infatti, potrebbero da soli soddisfare una buona parte della domanda mondiale. Tanto più che Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Qatar sono molto legati al regno. Questo, ovviamente, se non ci fossero le restrizioni dell’Opec. Un po’ di insubordinazione a questo delicato intreccio di regole, dunque, non può che portare stabilizzazione alla piazza. Mercati più aperti alla concorrenza, come ci insegnano i principi europei in materia di antitrust, sono più trasparenti e onesti nei confronti dei consumatori. Le vendite dipendono esclusivamente dalla disponibilità di questi ultimi a comprare e non, come avviene nel mercato petrolifero, dall’offerta concertata in regime di oligopolio. Da qui, ecco levarsi a gran voce le perplessità degli hedge funds di tutto il mondo e dei potentati della finanza di Wall Street che speculano sul rialzo dei prezzi del petrolio. Come Goldman Sachs, che avrebbe deplorato la scelta saudita poiché, a detta loro, rischia di esaurire le sue capacità di mantenimento di scorte di petrolio.


Fronteggiare la possibile crisi petrolifera

 

da www.ragionpolitica.it

 

Abbiamo tutti familiarità con gli effetti dirompenti delle oscillazioni del prezzo del petrolio. I picchi e i crolli di quella fantomatica linea spezzata rossa assomigliano quasi ad un elettroencefalogramma che, lungi dall’essere piatto, sta salendo all’impazzata. Ebbene, oggi siamo nuovamente a rischio infarto.

La peggiore recessione mai verificatasi, dopo la Seconda Guerra Mondiale, fu la prima crisi petrolifera, fra il ’73 e il ’75. La seconda arrivò nel ’79, provocata dall’Opec durante la rivoluzione iraniana. Ma anche la piccola crisi determinata dall’invasione del Kuwait, da parte di Saddam Hussein, pare sia stata prodromica alla recessione dell’inizio anni ’90. Se gli shock sull’offerta dell’oro nero avvengono spesso in concomitanza con eventi turbolenti nell’area mediorientale, essi sono doppiamente dannosi, poiché fanno salire i prezzi e ridurre la produzione.

Le attuali pressioni sul greggio paiono essere pesantemente condizionate dall’ultima tempesta rivoluzionaria. Il prezzo del Brent è salito del 15% subito dopo lo scoppio dei tumulti in Libia. C’è chi teme che si possano raggiungere i picchi del 2008, quelli della crisi a pieno regime. In quell’anno, il record di chiusura fu di 146,50$. Oggi stiamo intorno ai 105$, ma le previsioni degli analisti a 12 mesi fanno salire il prezzo a 120$. Certo, la Libia non è l’unico fattore scatenante. La sua produzione di petrolio la fa collocare al diciottesimo posto nella graduatoria mondiale, con una quota del 2,1%. Ma se la guerra civile dovesse affermarsi, con conseguente blocco delle estrazioni, è chiaro che nel lungo periodo andrebbe ad incidere sul prezzo al barile.

A questo punto, possono verificarsi due rischi paralleli: a) che l’estrazione del greggio diminuisca sensibilmente, facendo aumentare esponenzialmente i prezzi; b) che tale aumento incida sui costi delle imprese e, dunque, sui prezzi degli altri beni, scatenando una spirale inflazionistica.

Per adesso, gli shock sull’offerta sono stati ridotti. I disordini in Libia hanno inciso sulla produzione mondiale solo dell’1%, mentre nel famoso ’73 era diminuita più del 7%. Rispetto ad allora, oggi ci sono nuove o diverse fonti di energia; gli Stati hanno costituito cospicue riserve; gli approvvigionamenti avvengono da molti più rifornitori. Eppure, l’instabilità sul mercato può creare pericolosi meccanismi a catena in un settore sempre in fibrillazione come quello del petrolio.

Se l’economia sembra essersi premunita dalle pericolosi oscillazioni del greggio, tuttavia non significa che essa sia diventata completamente immune. Ed ecco che i primi effetti concreti non tardano a manifestarsi. A livello europeo, la Bce prende atto della situazione e fa annunciare a Trichet che i tassi potrebbero salire già da aprile. I leader europei sanno che è un momento cruciale, proprio adesso che paesi come la Grecia, l’Irlanda o il Portogallo si stanno reimmettendo sui binari. La timida ripresa, dunque, potrebbe essere contraddetta dalla tempesta nordafricana.

In Italia, del resto, che stiano salendo i prezzi ce ne stiamo accorgendo a nostre spese. Basta recarsi dal benzinaio per farsi sopraffare da cifre record. Maglietta nera all’Agip e alla Q8, il cui prezzo «consigliato» della benzina si attesta a 1,570 euro al litro. Mentre per il diesel vince in negativo sempre la Q8, con quota 1,464 al litro. Se aggiungiamo gli incrementi facoltativi imponibili dai distributori al dettaglio e le addizionali regionali, si capisce come in realtà i picchi siano parecchio più alti.

Quali sono, allora, gli interventi di politica economica che i singoli Stati possono mettere in atto, per fronteggiare lo shock? La storia ci insegna che la via delle politiche espansive è quella più facilmente percorribile. Ma è chiaro che tale via dà ulteriore margine di aumento all’inflazione. Dovremmo forse rassicurarci dalle minimizzazioni fatte dai ministri del petrolio di alcuni paesi? Al Sada, ministro del Qatar, ha affermato, ad esempio, che la fornitura mondiale di petrolio non è a rischio. Se il prezzo sta salendo, questo è solo frutto di condizionamenti psicologici e speculativi. Per contro, il ministro algerino, Yousfi, si mostra preoccupato della situazione, ma poi rinfranca che per il momento non ci sono deficit fisici del mercato e che i prezzi correnti hanno avuto un rialzo di solo breve termine.

Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. E noi, che per la dipendenza energetica dall’Est e dal Medio Oriente siamo tristemente noti, stiamo già cominciando a mettere le mani avanti con la spinta verso il nucleare. Berlusconi ha criticato di recente il «falso ambientalismo ideologico della sinistra», dando un’accelerata alla realizzazione delle centrali per la produzione di energia che andrebbe a soddisfare pienamente il fabbisogno nazionale. Fattore maggiormente auspicabile in un periodo come questo, che è destinato ad assistere all’esaurimento delle scorte di petrolio e, a seguire, carbone e gas nel giro di mezzo secolo.

La fine della sottoposizione ai capricci dell’oro nero, quindi, potrebbe avvenire non con politiche di incentivi, causa di effetti dopanti in settori poco redditizi, destinati a dipendere sempre dal Governo, ma con politiche concrete ed infrastrutturali, volte alla creazione di un mercato nel quale gli altri Stati europei operano già da decenni. Fino ad ora abbiamo sostenuto i rischi della vicinanza delle centrali straniere al confine italiano. Adesso è venuto il tempo di ottenere benefici da noi stessi.


India: il patrimonio dei suoi miliardari cresce più velocemente che l’economia nazionale.

tratto da “A Voce Alta”

 

Forbes stila la classifica dei più ricchi in India e i risultati sono sconvolgenti. Rispetto al 1996, anno in cui erano solo in due, oggi i tycoons sono 52 e, sommati i loro patrimoni, essi accumulano ben 276 miliardi di dollari, ben più di 100 miliardi sopra i loro avversari cinesi, che arrivano a un totale netto di 170 miliardi di dollari.

I settori maggiormente produttivi sono quelli immobiliare, informatico e dell’acciaio. Grazie a loro, il tasso di crescita annuale dell’India è del 6,5% e soltanto la borsa da gennaio ha registrato un incremento del 76%. Dati estremamente vertiginosi se solo si pensa ai meno che da mesi campeggiano nelle statistiche economiche relative all’Italia. Se la crisi globale  solo oggi sembra aver subito un rallentamento, tale da far predire una imminente fine della recessione, essa non ha toccato minimamente il patrimonio dei supermagnati indiani, impegnati in megafusioni tra companies, alleggerimento di debiti azionari e miglioramento delle infrastrutture nazionali privatizzate.

Attraverso la creazione di importanti cordate, come la Tata nel settore autostradale o la Jamshedpur in quello siderurgico, i baroni delle proprietà hanno sopperito alle carenze governative indiane creando un sistema formativo, innovativo ed energetico parallelo a quello statale. Al di là dei benefici di tali miglioramenti, in molti hanno criticato l’andazzo, sulla base dei noti fallimenti dei meccanismi oligopolistici. Solo qualche mese, peraltro, è l’età di una prima legge antitrust varata in India, con la quale, si spera, si otterranno meno miliardari e più milionari.


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