La moratoria sul nucleare è un atto di responsabilità

 

da www.ragionpolitica.it

 

La moratoria sul nucleare, prevista da un emendamento del Governo al decreto omnibus, non è una truffa, come è stata etichettata con leggerezza da una certa parte dell’emiciclo. È, piuttosto, un atto di responsabilità. Quando Berlusconi, a latere dell’incontro con Sarkozy, ha fatto luce sulle ragioni della moratoria, insistendo sull’esigenza di evitare una brusca battuta d’arresto sul nucleare, non immaginava di sollevare un simile vespaio.Il premier, infatti, non è mosso da intenti ostruzionistici o elusivi. I presupposti della sua decelerazione sono dettati dall’altissima considerazione che egli ha del popolo.

I cittadini, infatti, devono essere messi nelle condizioni di poter esprimere un giudizio più che consapevole sul quesito referendario, cosa che sarebbe alquanto improbabile in un momento come questo, nel quale viviamo in uno stato di sbigottimento e ansia indotto dalla tragedia di Fukushima. L’effetto di suggestione negativa finirebbe per prevalere su considerazioni di tipo utilitaristico sul nucleare, portando l’italiano medio ad esprimere un impulsivo e secco rifiuto di fronte alle urne. Ben diversi possono essere gli esiti dettati da scelte ponderate, piuttosto che da conclusioni tratte in contesti di allarmismo psicologico di massa.Il suo invito a riflettere a mente fredda su un tema così importante, come l’avvento di percorsi energetici alternativi, deve essere interpretato, invece, come un segno di profonda comprensione della situazione attuale. «In Italia – ha spiegato il premier – l’accadimento giapponese ha spaventato moltissimi cittadini». Quindi, «se fossimo andati al referendum, il nucleare non sarebbe stato possibile per molti anni». Cinque, per l’esattezza, come previsto dalla legge.

Il messaggio del Presidente Berlusconi, quindi, è lungi dall’essere espressione di sottili o subdoli stratagemmi da politica becera. È un messaggio limpido e trasparente: gli italiani hanno il diritto di ragionare e la libertà di pensare in modo autonomo, al di fuori di ogni condizionamento o manipolazione dettata da eventi contingenti. In questo momento, uno strumento come il referendum non può avere quell’effetto demiurgico che i promotori intendono assegnargli. Non è la vittoria del popolo contro un governo egoista e tirannico. Tutt’altro! È giocoforza interpretare l’accanimento referendario degli ultimi anni come un nuovo, disdicevole modo di fare politica. Una politica vuota di contenuti e tesa solo al decostruttivismo. Una politica che fa leva sul tradizionale strumento di democrazia popolare per piegarlo a una bassa forma di autopromozione. Checché se ne voglia pensare, infatti, i dati delle ultime consultazioni hanno decretato il fallimento di questa strategia. È dal 1995 che non si svolge validamente neppure un referendum per mancato raggiungimento del quorum iniziale. Il trend dell’afflusso alle urne è pericolosamente basso. Siamo arrivati a un flebile 23%. E il verace 77% dei primi anni ’90 sembra oggi un ricordo. Allora, la fuga dalle urne è il sintomo dell’apatia degli italiani o è, piuttosto, una chiara presa di posizione nel senso del rifiuto dei referendum come arnesi di politica oppositiva e partigiana? Non è che forse, dietro tale «irrispettosa» assenza dal voto, si celi la volontà che il referendum ritorni ad essere l’istituto di carattere eccezionale ed episodico così come era stato configurato dai Padri Costituenti?

La patata bollente adesso è nelle mani della Corte di Cassazione, che dovrà sfrondare la giungla pretoriana della Consulta, per chiarire se il quesito, caduta la sua norma di riferimento, rimanga ammissibile. Il ragionamento della Corte verterà sulla valutazione se l’emendamento del Governo abbia un carattere meramente formale o, viceversa, sostanziale. Solo nell’ultima ipotesi, dimostrata la diversità dei principi alla base della modifica legislativa, il referendum sarebbe annullato. La parcellizzazione dei criteri in base ai quali viene espletato il controllo di ammissibilità, però, impedisce di poter fare pronostici realistici. Il giudizio è affidato alla discrezionalità e, come è successo in passato, si rasenteranno i confini della politica costituzionale. La moratoria, in definitiva, non deve apparire come una truffa. Perché la funzione legislativa è inesauribile, in base al principio di continuità del potere delle Camere, e certamente non è bloccata dal corso del procedimento referendario. Un emendamento che modifica la disposizione su cui poggia il referendum è piuttosto un atto di tutela dei cittadini, volto a proteggerli non solo dall’ingabbiamento dei quesiti, che costringono a scegliere fra un «sì» o un «no», ma anche da tecniche di politica “a graffio» che vorrebbero eludere la necessità di salvaguardia dell’unità di azione del nostro Stato.

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