L’Italia in tempo di crisi secondo l’Istat
Pubblicato: 30 maggio 2012 Archiviato in: Economia | Tags: BCE, crisi economica, debito pubblico, istat, italia, merkozy, moody's, relazione annuale 2012, statistiche Lascia un commento »
L’Istat fotografa l’Italia ma non c’è da rasserenarsi. C’è stato un periodo in cui chi parlava di crisi era considerato il solito pessimista. Fra il 2009 e metà 2010. Si pensava davvero ad una ripresa dell’economia. Se la crisi del 2008, infatti, si era riverberata in Italia seguendo gli stadi patologici del contagio da virus subprime, quella del 2010-2011 è nata come una recessione endogena. Endogena ma Leggi il seguito di questo post »
Anche la Francia a rischio declassamento
Pubblicato: 19 ottobre 2011 Archiviato in: Unione Europea | Tags: CECA, Cerb, debito, Francia, Germania, moody's, Parigi, recessione, Regno Unito, Schauble, Unione Europea Lascia un commento »
Qualche giorno prima del summit europeo del 23 ottobre la Francia rischia di dover rinunciare alla sua tripla A. Con una dichiarazione ad orologeria, Moody’s rende noti i risultati del monitoraggio su Parigi, avanzando l’ipotesi di una revisione dell’outlook in senso negativo. Perché il paese non cresce. Perché il debito aumenta. Perché, insomma, la crisi dell’eurozona sta per contagiare anche la Francia. Male. Anche perché Sarkozy non sarà l’unico a dover fare i conti futuri con pesanti e impopolari misure d’austerità, quali tagli di pensioni e stipendi, aumenti generalizzati delle tasse o fendenti sulla spesa pubblica.
Anche la Merkel, infatti, dovrà affrontare la sua recessione «importata». Leggi il seguito di questo post »
Perché l’Italia non è a rischio default
Pubblicato: 7 ottobre 2011 Archiviato in: Economia | Tags: Antonio Borges, berlusconi, crisi finanziaria, downgrade, Fitch, Fondo Monetario Internazionale, grecia, moody's, Portogallo, S&P, Spagna, tremonti 3 Commenti »
da http://www.ragionpolitica.it
L’Italia è ben lungi dal cadere in default. Sembrerebbe un’affermazione paradossale, in un momento in cui il nostro paese viene da un downgrade di trenotches da parte di Moody’s. Tuttavia, per interpretare al meglio la decisione di declassare il merito del nostro credito al livello A2 (che nella scala che parte da una tripla A si trova al sesto posto), bisogna arrivare a comprendere che spesso queste prese di posizione derivano sì da valutazioni economico-finanziarie, ma anche e soprattutto da considerazioni prettamente politiche Leggi il seguito di questo post »
Tempesta finanziaria: l’Italia e gli altri
Pubblicato: 21 luglio 2011 Archiviato in: Economia | Tags: credit default swaps, grecia, Ireland, italia, moody's, piazza affari, Portugal, speculazione, Unicredit Lascia un commento »
La «tempesta d’opinione» lanciata dai mercati sull’Italia ci ha regalato questo singolare lunedì nero. Spread sui bond in rialzo ai massimi storici. Vendite di titoli allo scoperto e in ribasso. Oscar Giannino che narra della «danza macabra degli spread» in attesa del perverso e previsto «eurocrac» (in arrivo per il 2013). Ma quanto di tutto ciò è pienamente imputabile al Paese Italia o al suo sistema bancario? Quale dovrebbe essere, invece, il compito dell’Europa e quanto incisivo è stato lo zampino degli americani?
Le questioni sono complesse ed estremamente intricate. Perché l’Italia sicuramente ci ha messo del suo, in questi ultimi giorni, aggiungendo al calderone bollente della finanza internazionale, già surriscaldato dalle scintille elleniche, la sua buona dose di fermenti politici, incasinamenti finanziari e opposizioni che chiedono governi tecnici (ma non hanno imparato dal governo Amato e dalla crisi della lira del ’92?). Eppure ieri, tagliando le gambe alle infauste aspettative di molti, la prima asta di titoli pubblici (Bot) si è chiusa bene. L’attesa è forte per la ventura asta di oggi su 3-5 mld di Btp. Piazza Affari, che era arrivata a cedere anche il 4%, ha poi dimezzato le perdite, mentre i listini di Unicredit e Generali sono stati riaperti. Le banche, infatti, sono state parecchio influenzate dalla turbolenza, possedendo portafogli gonfi di titoli di stato. E queste aste sono, e saranno, di estrema importanza perché da esse dipende il costo di ripianamento del nostro debito. Più i rendimenti si alzano, più sarà oneroso per lo Stato saldare il deficit. La manovra finanziaria potrebbe, in ultima analisi, rivelarsi insufficiente. Potrebbe.
Ma il 44% del debito italiano è detenuto da investitori esteri: fondi sovrani, banche, Stati. In molti scommettono sul futuro dell’Italia. E qui entrano in gioco i criticatissimi credit default swaps, quei mefistofelici strumenti derivati che puntano al default di uno Stato, facendone aumentare il rischio piuttosto che assicurare contro lo stesso. Perché spesso in finanza, così come in economia, le aspettative finiscono per autorealizzarsi. Quelle sull’Italia, tuttavia, non erano così pessime.
In aprile, il Fondo Monetario Internazionale aveva effettuato un’analisi in base alla quale il nostro Paese risultava essere tra i meno bisognosi di interventi di finanza pubblica. Crescita stagnante ma Stato solido, perché, a fronte di un debito pubblico di 1.900 mld di euro sono disponibili ben 8.000 mld di ricchezza privata. Come a dire, un capitolo diverso rispetto alla vecchia storia dei subprime statunitensi, con cittadini indebitati fino al collo ed insolventi. L’Italia è spendacciona e sempre coi conti in rosso, ma l’italiano è saggio e risparmiatore.
Eppure, i mercati ci si sono lanciati contro. Forse, viene da pensare, realizzando la profezia della statunitense Moody’s, che qualche tempo fa aveva declassato i titoli italiani, che qualcuno ci possa guadagnare. Ma chi? Di certo non l’Europa, che se vedesse inasprirsi gli attacchi contro l’Italia per effetto del temuto «effetto contagio», vivrebbe un vero e proprio cataclisma. Noi, infatti, non abbiamo lo stesso peso economico di Grecia, Irlanda o Portogallo. Nell’eurozona siamo secondi solo a Germania e Francia. La prova del nove (che fugherà ogni timore sulla solidità delle banche italiane) giungerà il 15 luglio, data in cui verranno comunicati i risultati degli stress test sugli istituti di credito europei.
Potrebbe, forse, venire il dubbio che a guadagnarci siano proprio gli americani. Anche loro hanno qualche problemuccio di debito, possibilmente in grado di mettere una pagliuzza nell’«armonioso rapporto» fra democratici e repubblicani. E, dunque, meglio mettere sotto i riflettori la povera, sgangherata Europa. È più facile drammatizzare sugli altri. Perché un euro forte e un dollaro debole sarebbe una combinazione poco conveniente per fondi, intermediari e banche d’oltreoceano.
Forse allora, da un lato bisognerebbe fare un bel riordino della finanza mondiale. Riaggiustarla dai canoni degli anni Novanta, darle una veste più prudente, patrimonializzare maggiormente le banche seguendo gli accordi di Basilea 3 e rendere effettivi e armonizzati meccanismi come il «core tier 1».L’Europa, dal canto suo, pensi a degli strumenti efficaci per salvare non solo i PIGS, ma l’Europa in quanto tale. In quest’ottica, torna utile la proposta di Tremonti e Juncker per l’emissione di eurobond. Ma, lo si tenga bene in mente, ad un indebitamento comune deve corrispondere un’altrettanto comune (e solida) governance finanziaria.
Per leggere l’articolo originale:
http://www.glieuros.eu/Tempesta-finanziaria-l-Italia-e,4997.html
Dopo Grecia e Irlanda la crisi mette in ginocchio anche il Portogallo
Pubblicato: 12 aprile 2011 Archiviato in: Economia | Tags: bailout, CIA, crisi, debito pubblico, FMI, grecia, irlanda, Lisbona, moody's, Portogallo, Socrates, Standard&Poors, UE Lascia un commento »
Grecia e Irlanda non potevano far di più. Ce l’hanno messa proprio tutta, chiedendo venia in nome degli speculatori che avevano fatturato facili provvidenze e degli astuti contabili che avevano ritoccato certi capitoli di bilancio con ardite operazioni di cosmesi. Ma alla fine sono dovuti intervenire i massicci interventi di bailout di Ue e Fondo Monetario Internazionale per concedere una salvifica boccata d’ossigeno. Eppure, è una storia destinata a ripetersi. Stessa trama, piccole varianti: il prossimo della fila è il Portogallo. E l’inquietudine degli investitori non fa che creare contagiose reazioni a catena. Il mercato dei titoli di debito sovrano è in tumulto, si impennano i tassi di interesse e rendono sempre più difficile la collocazione sui mercati internazionali.
Il fatto. Sulla scia di Standard&Poors, anche la Moody’s ha effettuato un downgrading sui titoli di debito portoghesi, facendo passare il rating da un livello A3 a Baa1. In pratica, nel giro di un mese, il giudizio su tali investimenti è sceso da una soglia di rischio bassa ad una moderata. Certo, sempre meglio di S&P, che mantiene un credit watch negativo e giudica la solvibilità di Lisbona pari quasi a quella dei cosiddetti titoli spazzatura (junk bonds). L’ulteriore ribasso è comunque un importante campanello di allarme.
Da un punto di vista strettamente politico, infatti, non bisogna trascurare le dimissioni del premier socialista José Socrates, rassegnate poco tempo fa nelle mani del presidente Silva in seguito al respingimento assembleare del nuovo piano di austerity. Se con tale piano egli intendeva evitare l’inevitabile (ossia un’estrema richiesta d’appello all’Europa), le forze politiche hanno bocciato ogni tentativo, chiudendo le porte a qualsiasi soluzione compromissoria. Da ministro uscente, Socrates l’ha presa oggi «sul personale»: nessun aiuto finanziario prima delle elezioni politiche del 5 giugno. Come a dire che qualsiasi intervento su una materia come questa, delicata e suscettibile di influenzare le dinamiche interne, è off limits.
Quali sono le varianti rispetto a Grecia e Irlanda? Lo scorso maggio in Grecia, come è noto, si dovette varare un piano di salvataggio d’urgenza di circa 110 mld di euro per ripianare le falle scoperte nei conti ateniesi, fino ad allora mascherati. I tagli di spesa pubblica e l’inasprimento considerevole delle tasse causarono violenti tumulti e scioperi nelle piazze. In Irlanda, invece, il prestito accordato ammonta a 119 mld di euro. Il rosso dei conti era diventato incontrollato e la variabile era il sistema bancario, portato al collasso dall’esplosione della crisi finanziaria. Anche il Portogallo ha un debito pubblico elevato (il 15° nella graduatoria mondiale del CIA World Factbook a fronte di un 8° posto dell’Italia!!!), esposto sempre più alle turbolenze del mercato a causa della bassa produttività, della rigidità del mercato del lavoro e della schiacciante concorrenza di Asia ed Europa Centrale. Ma in questo caso la crisi politica ha contribuito ad aumentare la sensazione di incertezza e di poca affidabilità del Portogallo sui mercati finanziari. Circostanza che potrebbe, come già anticipato, dare origine a un pericoloso effetto domino in grado di travolgere la fiducia degli operatori.
Se il Portogallo fosse stato fuori dall’eurozona, la misura più facile da prendere sarebbe stata una svalutazione della moneta nazionale combinata con un’efficace leva fiscale: in questo modo si sarebbe accresciuta la competitività delle esportazioni, favorito il consumo dei beni nazionali e diminuito il peso degli interessi sul debito. L’impossibilità di agire d’autorità sul corso dell’euro, da parte dei singoli stati, rende però più opaci quei segnali di avvertimento, come la svalutazione di una moneta, che comparirebbero in caso di crisi.
Che fine hanno fatto gli Stati Uniti d’Europa? Ogni volta che si profila una recessione economica, ciascuno sembra voler lavare i panni sporchi in casa propria, aborrendo la mano tesa dei vicini per paura di irrimediabili interferenze politiche. Questo atteggiamento testimonia che la disperata corsa verso l’integrazione sta subendo pesanti battute d’arresto. I nuovi Meccanismi di Stabilità potrebbero non servire ad arginare le voragini aperte dalla crisi, in mancanza di voglia di cooperazione. Il federalismo delle parole mostra tutta la sua impalpabilità nel momento in cui, ahimé, tocca passare ai fatti.
Il patto per salvare l’euro
Pubblicato: 12 gennaio 2011 Archiviato in: Economia | Tags: crisi, euro, grecia, irlanda, moody's, recessione, spread, stress test, van rompuy Lascia un commento »
Giorni grigi per la moneta unica. Moody’s ventila l’ipotesi di un downgrading dei titoli di Stato portoghesi e persino Pechino si dichiara preoccupata per la gestione della crisi del debito da parte dell’eurogruppo. In buona sostanza, tutti i pensieri sono rivolti alle conclusioni della presidenza Van Rompuy che, apparentemente gravide di intenti, sembrano quasi coprire con un velo di finto ottimismo le contraddizioni emerse nei dialoghi intergovernativi di Bruxelles.
Già, perché se tutti sono d’accordo sull’impellenza di riformare la governance economica europea, risulta invece difficile rinvenire una risposta unanime su come realizzare tale riforma. Le declamazioni magniloquenti del Rapporto sembrano voler dire tutto e nulla. Bisogna potenziare le riforme infrastrutturali secondo la strategia di Europa 2020; onorare gli impegni di bilancio ed eliminare i disavanzi eccessivi; attuare i programmi di risanamento di Irlanda e Grecia; infine, rafforzare il sistema finanziario da un punto di vista normativo ma anche di vigilanza, con particolare attenzione sugli stress test sull’apparato bancario.
Splendido. Ma sembra quasi che stiamo circumnavigando l’isola senza mai avvistare terra. Da un lato, infatti, ci sono la Merkel e Sarkozy, serrati dentro un guscio di nazionalismo e impegnati a rendere timide, ambigue o meramente programmatiche le determinazioni volte a concedere ulteriori prestiti per gli Stati poco virtuosi. Dall’altro c’è chi, come Berlusconi e Juncker, crede ancora nell’Europa e propone l’emissione di titoli di debito «eurosovrani». Infine, c’è Downing Street, che teme esternalità negative e preme per ottenere garanzie affinché le misure anticrisi non influenzino gli Stati membri fuori dall’Eurozona.
Qual è, dunque, il compromesso raggiunto? In primo luogo, è stata messa in agenda una riforma del Patto di Stabilità e Crescita, sia nella parte preventiva, per inserire nuove norme di monitoraggio dell’incremento del debito, che nella parte correttiva, a livello di procedura per il disavanzo eccessivo. Inoltre è stato approvato all’unanimità l’accordo dell’Ecofin di fine novembre, che prevedeva un’importante modifica al Trattato sul funzionamento dell’UE. In particolare, verrebbe aggiunto un terzo paragrafo all’art. 136, già contenente misure di politica economica applicabili nell’Eurozona. In virtù del nuovo inciso, sarà possibile attivare un Meccanismo di Stabilità (ESM) per salvaguardare la stabilità della zona euro nel suo insieme, ma solo ove indispensabile. In più, la concessione di assistenza finanziaria sarà soggetta a una rigorosa condizionalità.
Questo nuovo piano «salva-Stati», innescabile – lo ribadiamo – solo in quanto extrema ratio, sembrerebbe confezionato ad arte per soddisfare le richieste della cancelliera tedesca, unico leader uscito pienamente vittorioso dal Consiglio. La demagogia di Berlino, infatti, spinta dal fatto che due terzi dei tedeschi sarebbero favorevoli a un ritorno al marco, insiste sul netto rifiuto a fornire liquidità ad ulteriori bail-out. Bene, bravi. È chiaro che la Germania tenga più al proprio surplus di bilancio che non all’euro. Eppure è ancor più limpido che i costi della crisi toccherebbero anche gli stessi tedeschi, incastonati in un’Europa debole, impossibilitata a competere sia con gli Stati Uniti che, soprattutto, con l’Asia.
Il patto salva-euro, allora, sembra aver bisogno di un forte ricostituente. Occorrono regole forti e chiare, efficaci deterrenti e un grande impegno nell’assistenza finanziaria. L’Argentina è dietro l’angolo perché la bancarotta non è, purtroppo, una prerogativa dei soli Paesi in via di sviluppo e l’euro non si è affatto dimostrato immune dal ciclone recessivo.







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