Effetto Fukushima

 

da www.ragionpolitica.it

 

La tragedia in Giappone avrà dei pesanti effetti collaterali. Non solo nel Paese colpito dal disastro, che, dalle stime della World Bank, subirà una perdita di 4 punti percentuali del PIL solo per ripianare i danni. Ma anche nel resto del mondo, il cui equilibrio energetico sta soffrendo forti scosse, amplificate dalle operazioni in Libia. In Europa, per ciò che ci riguarda, è stato avviato un vero e proprio autodafè in merito alle 200 centrali nucleari operative nel Vecchio Continente. E così da Bruxelles si leva il monito del Consiglio straordinario dell’energia: urge sottoporre a stress test tutte le centrali nucleari. È questo l’effetto Fukushima. Finché le cose non accadono, nessuno si cura di esse. Ma quando poi si verificano, ecco che fanno tutti a gara per levarsi cappello e pastrano al fine di rimboccarsi le maniche.

Per non piombare in un insidioso qualunquismo, allora, è essenziale fare i dovuti distinguo. In Giappone sappiamo bene come è andata. La combinazione di un terremoto di magnitudo 9 della scala Richter – il quarto più potente della storia – e di un’onda alta più di 14 metri è stata micidiale. Le centrali nucleari sono dotate di sofisticati meccanismi di sicurezza e di dispositivi antisismici. Tuttavia, nella centrale di Fukushima, le misure di emergenza erano affidate solo a sistemi «attivi» – mancavano dunque quelli «passivi» – che si caratterizzano per essere alimentati da energia elettrica. E terremoto e tsunami hanno reciso ogni collegamento. Esistevano, tra l’altro, 4 motori diesel sostitutivi, ma lo tsunami è stato in grado di mettere fuori uso anche quelli. In più, i reattori di Fukushima risalgono al 1971. Non stupisce, perciò, che la loro obsolescenza stia rendendo impervie le manovre di raffreddamento del nocciolo. Sfortuna vuole che i reattori avrebbero dovuto essere spenti entro quest’anno, considerato che la vita massima prevista si aggira intorno al quarantennio.

Ma l’Europa non è un arcipelago. E il placido Mediterraneo difficilmente potrebbe vendicarsi con travolgenti muri d’acqua. Circostanze simili sarebbero alquanto improbabili. Non ci troviamo in una zona, come il cd. «punto triplo» del Giappone, in cui si riuniscono ben quattro placche tettoniche. Noi siamo comodamente adagiati sulla placca euroasiatica, le cui frizioni con quella africana sono ben lungi dal provocare eventi apocalittici. Del resto, il retaggio di Chernobyl, di cui molti conservano ancora vividi ricordi, ci ha portato ad essere molto più accorti, evitando di prolungare la vita di centrali superate e mirando sempre su impianti di ultima generazione. Detto questo, l’effetto Fukushima non deve essere visto negativamente se i fari puntati sul nucleare porteranno a misure di sicurezza più rigide. Come ragionevolmente afferma il Ministro degli Esteri, Frattini, non serve avere «nessun ripensamento sul nucleare in Italia ma solo, dopo quanto accaduto in Giappone, una doverosa riflessione per fare meglio». In un momento come questo, in cui ci si appresta a votare un referendum su tale spinosa questione, la cautela è d’ordine. Eppure, chiarifica Frattini, quando «noi parliamo di nucleare, lo facciamo in prospettiva. Ci riferiamo a centrali di nuova generazione, sicure. Cosa completamente diversa rispetto a quelle giapponesi, vecchie di 30-40 anni». Bene, quindi, la decisione del consiglio di Bruxelles di esperire entro la fine dell’anno controlli, a partire dalle centrali di prima generazione. Stress test volontari sono stati chiesti anche a paesi vicini come l’Ucraina e la Russia. La fase immediatamente successiva consisterà nel fissare dei criteri precauzionali sulle centrali. Criteri che potranno riguardare i sistemi di raffreddamento, la tutela contro gli errori umani, l’età degli impianti, i tipi di reattori, le protezioni da inondazioni, eventi tellurici o attacchi terroristici. Verso un nucleare sempre più sicuro.

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Fronteggiare la possibile crisi petrolifera

 

da www.ragionpolitica.it

 

Abbiamo tutti familiarità con gli effetti dirompenti delle oscillazioni del prezzo del petrolio. I picchi e i crolli di quella fantomatica linea spezzata rossa assomigliano quasi ad un elettroencefalogramma che, lungi dall’essere piatto, sta salendo all’impazzata. Ebbene, oggi siamo nuovamente a rischio infarto.

La peggiore recessione mai verificatasi, dopo la Seconda Guerra Mondiale, fu la prima crisi petrolifera, fra il ’73 e il ’75. La seconda arrivò nel ’79, provocata dall’Opec durante la rivoluzione iraniana. Ma anche la piccola crisi determinata dall’invasione del Kuwait, da parte di Saddam Hussein, pare sia stata prodromica alla recessione dell’inizio anni ’90. Se gli shock sull’offerta dell’oro nero avvengono spesso in concomitanza con eventi turbolenti nell’area mediorientale, essi sono doppiamente dannosi, poiché fanno salire i prezzi e ridurre la produzione.

Le attuali pressioni sul greggio paiono essere pesantemente condizionate dall’ultima tempesta rivoluzionaria. Il prezzo del Brent è salito del 15% subito dopo lo scoppio dei tumulti in Libia. C’è chi teme che si possano raggiungere i picchi del 2008, quelli della crisi a pieno regime. In quell’anno, il record di chiusura fu di 146,50$. Oggi stiamo intorno ai 105$, ma le previsioni degli analisti a 12 mesi fanno salire il prezzo a 120$. Certo, la Libia non è l’unico fattore scatenante. La sua produzione di petrolio la fa collocare al diciottesimo posto nella graduatoria mondiale, con una quota del 2,1%. Ma se la guerra civile dovesse affermarsi, con conseguente blocco delle estrazioni, è chiaro che nel lungo periodo andrebbe ad incidere sul prezzo al barile.

A questo punto, possono verificarsi due rischi paralleli: a) che l’estrazione del greggio diminuisca sensibilmente, facendo aumentare esponenzialmente i prezzi; b) che tale aumento incida sui costi delle imprese e, dunque, sui prezzi degli altri beni, scatenando una spirale inflazionistica.

Per adesso, gli shock sull’offerta sono stati ridotti. I disordini in Libia hanno inciso sulla produzione mondiale solo dell’1%, mentre nel famoso ’73 era diminuita più del 7%. Rispetto ad allora, oggi ci sono nuove o diverse fonti di energia; gli Stati hanno costituito cospicue riserve; gli approvvigionamenti avvengono da molti più rifornitori. Eppure, l’instabilità sul mercato può creare pericolosi meccanismi a catena in un settore sempre in fibrillazione come quello del petrolio.

Se l’economia sembra essersi premunita dalle pericolosi oscillazioni del greggio, tuttavia non significa che essa sia diventata completamente immune. Ed ecco che i primi effetti concreti non tardano a manifestarsi. A livello europeo, la Bce prende atto della situazione e fa annunciare a Trichet che i tassi potrebbero salire già da aprile. I leader europei sanno che è un momento cruciale, proprio adesso che paesi come la Grecia, l’Irlanda o il Portogallo si stanno reimmettendo sui binari. La timida ripresa, dunque, potrebbe essere contraddetta dalla tempesta nordafricana.

In Italia, del resto, che stiano salendo i prezzi ce ne stiamo accorgendo a nostre spese. Basta recarsi dal benzinaio per farsi sopraffare da cifre record. Maglietta nera all’Agip e alla Q8, il cui prezzo «consigliato» della benzina si attesta a 1,570 euro al litro. Mentre per il diesel vince in negativo sempre la Q8, con quota 1,464 al litro. Se aggiungiamo gli incrementi facoltativi imponibili dai distributori al dettaglio e le addizionali regionali, si capisce come in realtà i picchi siano parecchio più alti.

Quali sono, allora, gli interventi di politica economica che i singoli Stati possono mettere in atto, per fronteggiare lo shock? La storia ci insegna che la via delle politiche espansive è quella più facilmente percorribile. Ma è chiaro che tale via dà ulteriore margine di aumento all’inflazione. Dovremmo forse rassicurarci dalle minimizzazioni fatte dai ministri del petrolio di alcuni paesi? Al Sada, ministro del Qatar, ha affermato, ad esempio, che la fornitura mondiale di petrolio non è a rischio. Se il prezzo sta salendo, questo è solo frutto di condizionamenti psicologici e speculativi. Per contro, il ministro algerino, Yousfi, si mostra preoccupato della situazione, ma poi rinfranca che per il momento non ci sono deficit fisici del mercato e che i prezzi correnti hanno avuto un rialzo di solo breve termine.

Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. E noi, che per la dipendenza energetica dall’Est e dal Medio Oriente siamo tristemente noti, stiamo già cominciando a mettere le mani avanti con la spinta verso il nucleare. Berlusconi ha criticato di recente il «falso ambientalismo ideologico della sinistra», dando un’accelerata alla realizzazione delle centrali per la produzione di energia che andrebbe a soddisfare pienamente il fabbisogno nazionale. Fattore maggiormente auspicabile in un periodo come questo, che è destinato ad assistere all’esaurimento delle scorte di petrolio e, a seguire, carbone e gas nel giro di mezzo secolo.

La fine della sottoposizione ai capricci dell’oro nero, quindi, potrebbe avvenire non con politiche di incentivi, causa di effetti dopanti in settori poco redditizi, destinati a dipendere sempre dal Governo, ma con politiche concrete ed infrastrutturali, volte alla creazione di un mercato nel quale gli altri Stati europei operano già da decenni. Fino ad ora abbiamo sostenuto i rischi della vicinanza delle centrali straniere al confine italiano. Adesso è venuto il tempo di ottenere benefici da noi stessi.


Gheddafi a Roma tra polemiche e contraddizioni

tratto da “A Voce Alta”

La tre giorni di Muammar Gheddafi, leader libico, a Roma ha sollevato numerosi voci da tutti i schieramenti: chi approvava, chi protestava, chi se ne infischiava, chi rimaneva deluso da certi comportamenti. Più di dodici ore di ritardo accumulate nel corso dei vari incontri della sua agenda. Una assenza, poi, quella dalle Camere, che ha suscitato l’amarezza fra le tre più alte cariche dello Stato. Se Fini dopo più di due ore di ritardo della delegazione libica ha dovuto disdire l’incontro per “tutelare l’Italia e le sue istituzioni”, dal Campidoglio Alemanno non ha accettato lezioni di democrazia da un leader che, come quello libico, si è servito in passato di strumenti e metodi terroristici per far sentire la voce del proprio Paese nella comunità internazionale.

E’ questa, ancora una volta, l’Italia delle contraddizioni: un’Italia che vive il sogno diplomatico, che vuol chiudere i conti della propria passata era coloniale e si scusa per i danni cagionati strappando 5 miliardi di dollari di assegni in 20 anni a titolo di risarcimento, ma non menziona che spesso le colonizzazioni sono state anche foriere di progresso materiale e spirituale, poichè gli italiani che si impegnavano in Libia non facevano solo i padroni, ma costruivano strade, ponti e scuole in un paese lontano anni luce dalle avanguardie tecnologiche. 

Un’Italia, ancora, che accoglie in pompa magna il Colonnello nel proprio utero botanico, la splendida Villa Pamphili, con amazzoni, guardie del corpo, tappeti rossi e lussuosi regali, e un’altra, invece, che vocifera sottili amarezze e poi urla a gran voce suon di proteste alla Sapienza. L’Italia dei collettivi impetuosi e il Belpaese col sorriso di cortesia stampato sempre in faccia. L’Italia di chi deve chiedere il permesso per parlare e l’Italia dei “chissenefrega”.

Eccentriche, comunque, paiono a sprazzi le dichiarazioni rilasciate dal leader. Parla alla Carfagna di rivoluzione rosa, poi alla platea del Campidoglio ammonisce: “Il partitismo è l’aborto della democrazia. Se il popolo italiano me lo chiedesse, io darei il potere al popolo italiano, annullerei i partiti”. Infine agli astanti senatori di Palazzo Giustiniani condanna l’intervento Usa in Iraq, fatto non per contrastare il terrorismo, ma per contrapporne uno diverso, ossia quello statunitense. Conclusione della filippica è un jaccuse rivolto agli italiani stessi e a un imbarazzatissimo Ministro degli Esteri, per menzionare le ferite lasciate dai bombardamenti e dalle insurrezioni di occupazione sulle coste libiche.

In occasione dell’incontro con la Marcegaglia, nella sede di Confindustria all’Eur, Gheddafi ha affermato: “Se in Italia ci fosse la sinistra al governo, le fortune delle imprese sarebbero minori. Finché c’è Berlusconi le opportunità saranno maggiori”. Magra consolazione, questa, per coloro che si aspettavano un cambiamento nelle posizioni, ma che hanno trovato nuovamente un Paese ancorato ai propri chiodi culturali, da temere e da rendere ineluttabilmente amico nel contesto delle relazioni dell’area islamica.


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