La piccola Cipro mette in crisi l’Europa

ylenia citino

il Presidente cipriota Anastasiades

da ragionpolitica.it

Cipro. Appena più piccola di Sicilia e Sardegna. Un milione e poco più di abitanti. Il suo PIL, di circa 17,8 miliardi di euro ammonta a un settantesimo di quello italiano. Un cinquecento millesimo di quello dell’Eurozona. Eppure le scosse finanziarie di Cipro stanno mettendo sull’allerta i capi di stato che potrebbero riunirsi in un Eurosummit d’urgenza a breve. La vicenda cipriota è stata seguita solo saltuariamente dai media italiani, perciò è sempre bene ricapitolare i fatti per capire cosa sta succedendo in quell’isola ancora contesa dalla Turchia. Leggi il seguito di questo post »

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European Council and the Italian proposal against crisis

di Ylenia Citino 

Europe: still talking of crisis? The former Spanish Foreign Affairs Minister warns: “Today, three European countries are among the world’s seven largest economies. By 2030, only Germany will still be on the list, and by 2050, none will remain. Indeed, by then, the United States will be the only representative of the West in the top seven“. In brief, the Old Continent is done. And, as long as it struggles to climb over the crisis massive hill, it loses all its driving wheels. Leggi il seguito di questo post »


La Grecia torna a nuove elezioni

da ragionpolitica.it

Atene perde l’occasione (non si sa quanto prelibata) di una soluzione all’italiana: professori e cattedre a dirigere i banchi del governo.  Logorata da pesanti contrasti interni, delegittimata da una popolazione stanca della soffocante cappa di austerità, ancora una volta vacilla sul binario morto della crescita. È indecisa se andare avanti gettando la zavorra o tornare al capolinea della vecchia dracma. Di una cosa però si è certi. Constatato il fallimento delle trattative con i capi di partito ellenici, il Presidente Papoulias ha optato per una decisione grave quanto inevitabile: indire nuove elezioni. Leggi il seguito di questo post »


Monti e l’Europa: il dialogo tra sordi

da Ragionpolitica.it

Monti si è recato a Bruxelles, dove si svolge l’Ecofin per provare ad esporre la strategia di crescita dell’Italia, nel difficile intento di presentare un Paese ormai maturo, pronto per una virata di cambiamento. Certo, avrà un bel da fare nell’impedire che tale virata diventi un inchino fatale, perché quando si varano decreti «lacrime e sangue» il livello di pressione interna si alza a tal punto che diventa poi impossibile mantenere l’impianto originale. E allora via agli annacquamenti. Ciò che conta è scongiurare la lotta cittadina, la guerra civile. Ma alla fine, delle decisioni prese non è più soddisfatto nessuno. Leggi il seguito di questo post »


Afghanistan: illogico parlare di ritiro

da www.ragionpolitica.it

Le vittime delle nostre Forze Armate sul campo afghano sono quarantuno ormai. L’ultimo è il coraggioso David Tobini, primo caporalmaggiore ucciso a Bala Murghab dal fuoco nemico. E l’effetto psicologico conseguente è una generale ripugnanza per il conflitto e la sensazione che l’impegno nel medesimo sia, come affermato dal capogruppo dell’Idv al Senato, Belisario, «inutile». Ebbene, non c’è nulla di più sbagliato. Leggi il seguito di questo post »


Fronteggiare la possibile crisi petrolifera

 

da www.ragionpolitica.it

 

Abbiamo tutti familiarità con gli effetti dirompenti delle oscillazioni del prezzo del petrolio. I picchi e i crolli di quella fantomatica linea spezzata rossa assomigliano quasi ad un elettroencefalogramma che, lungi dall’essere piatto, sta salendo all’impazzata. Ebbene, oggi siamo nuovamente a rischio infarto.

La peggiore recessione mai verificatasi, dopo la Seconda Guerra Mondiale, fu la prima crisi petrolifera, fra il ’73 e il ’75. La seconda arrivò nel ’79, provocata dall’Opec durante la rivoluzione iraniana. Ma anche la piccola crisi determinata dall’invasione del Kuwait, da parte di Saddam Hussein, pare sia stata prodromica alla recessione dell’inizio anni ’90. Se gli shock sull’offerta dell’oro nero avvengono spesso in concomitanza con eventi turbolenti nell’area mediorientale, essi sono doppiamente dannosi, poiché fanno salire i prezzi e ridurre la produzione.

Le attuali pressioni sul greggio paiono essere pesantemente condizionate dall’ultima tempesta rivoluzionaria. Il prezzo del Brent è salito del 15% subito dopo lo scoppio dei tumulti in Libia. C’è chi teme che si possano raggiungere i picchi del 2008, quelli della crisi a pieno regime. In quell’anno, il record di chiusura fu di 146,50$. Oggi stiamo intorno ai 105$, ma le previsioni degli analisti a 12 mesi fanno salire il prezzo a 120$. Certo, la Libia non è l’unico fattore scatenante. La sua produzione di petrolio la fa collocare al diciottesimo posto nella graduatoria mondiale, con una quota del 2,1%. Ma se la guerra civile dovesse affermarsi, con conseguente blocco delle estrazioni, è chiaro che nel lungo periodo andrebbe ad incidere sul prezzo al barile.

A questo punto, possono verificarsi due rischi paralleli: a) che l’estrazione del greggio diminuisca sensibilmente, facendo aumentare esponenzialmente i prezzi; b) che tale aumento incida sui costi delle imprese e, dunque, sui prezzi degli altri beni, scatenando una spirale inflazionistica.

Per adesso, gli shock sull’offerta sono stati ridotti. I disordini in Libia hanno inciso sulla produzione mondiale solo dell’1%, mentre nel famoso ’73 era diminuita più del 7%. Rispetto ad allora, oggi ci sono nuove o diverse fonti di energia; gli Stati hanno costituito cospicue riserve; gli approvvigionamenti avvengono da molti più rifornitori. Eppure, l’instabilità sul mercato può creare pericolosi meccanismi a catena in un settore sempre in fibrillazione come quello del petrolio.

Se l’economia sembra essersi premunita dalle pericolosi oscillazioni del greggio, tuttavia non significa che essa sia diventata completamente immune. Ed ecco che i primi effetti concreti non tardano a manifestarsi. A livello europeo, la Bce prende atto della situazione e fa annunciare a Trichet che i tassi potrebbero salire già da aprile. I leader europei sanno che è un momento cruciale, proprio adesso che paesi come la Grecia, l’Irlanda o il Portogallo si stanno reimmettendo sui binari. La timida ripresa, dunque, potrebbe essere contraddetta dalla tempesta nordafricana.

In Italia, del resto, che stiano salendo i prezzi ce ne stiamo accorgendo a nostre spese. Basta recarsi dal benzinaio per farsi sopraffare da cifre record. Maglietta nera all’Agip e alla Q8, il cui prezzo «consigliato» della benzina si attesta a 1,570 euro al litro. Mentre per il diesel vince in negativo sempre la Q8, con quota 1,464 al litro. Se aggiungiamo gli incrementi facoltativi imponibili dai distributori al dettaglio e le addizionali regionali, si capisce come in realtà i picchi siano parecchio più alti.

Quali sono, allora, gli interventi di politica economica che i singoli Stati possono mettere in atto, per fronteggiare lo shock? La storia ci insegna che la via delle politiche espansive è quella più facilmente percorribile. Ma è chiaro che tale via dà ulteriore margine di aumento all’inflazione. Dovremmo forse rassicurarci dalle minimizzazioni fatte dai ministri del petrolio di alcuni paesi? Al Sada, ministro del Qatar, ha affermato, ad esempio, che la fornitura mondiale di petrolio non è a rischio. Se il prezzo sta salendo, questo è solo frutto di condizionamenti psicologici e speculativi. Per contro, il ministro algerino, Yousfi, si mostra preoccupato della situazione, ma poi rinfranca che per il momento non ci sono deficit fisici del mercato e che i prezzi correnti hanno avuto un rialzo di solo breve termine.

Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. E noi, che per la dipendenza energetica dall’Est e dal Medio Oriente siamo tristemente noti, stiamo già cominciando a mettere le mani avanti con la spinta verso il nucleare. Berlusconi ha criticato di recente il «falso ambientalismo ideologico della sinistra», dando un’accelerata alla realizzazione delle centrali per la produzione di energia che andrebbe a soddisfare pienamente il fabbisogno nazionale. Fattore maggiormente auspicabile in un periodo come questo, che è destinato ad assistere all’esaurimento delle scorte di petrolio e, a seguire, carbone e gas nel giro di mezzo secolo.

La fine della sottoposizione ai capricci dell’oro nero, quindi, potrebbe avvenire non con politiche di incentivi, causa di effetti dopanti in settori poco redditizi, destinati a dipendere sempre dal Governo, ma con politiche concrete ed infrastrutturali, volte alla creazione di un mercato nel quale gli altri Stati europei operano già da decenni. Fino ad ora abbiamo sostenuto i rischi della vicinanza delle centrali straniere al confine italiano. Adesso è venuto il tempo di ottenere benefici da noi stessi.


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