Approvato il Codice Antimafia

 

da www.ragionpolitica.it

 

Svolta epocale per Angelino Alfano. Il Consiglio dei ministri ha approvato il Codice antimafia, in attuazione della delega concessa dal Parlamento. Uno strumento che non ha precedenti nella nostra storia legislativa e che farà portare a casa del Guardasigilli uno dei maggiori successi degli ultimi anni. Solo attraverso una saggia e ragionevole armonizzazione della cospicua normazione antimafia, infatti, sarà possibile svolgere un’azione efficace di lotta alla criminalità organizzata.

Giudici e Forze dell’Ordine avranno a disposizione strumenti più incisivi e agili. Ma andiamo nell’ordine. Questo codice, infatti, non giunge all’improvviso. È, piuttosto, il frutto del difficile lavoro di riforma della legislazione antimafia, inaugurato fin dall’insediamento del quarto Governo Berlusconi nel 2008. Le iniziative portate a termine sono state tante e tutte pregiudiziali all’entrata in vigore del succitato codice. Si va dal rafforzamento del ruolo di Procuratore nazionale antimafia all’istituzione dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni confiscati o sequestrati alla criminalità organizzata (che ha saputo far fruttare un vero e proprio tesoretto finanziario e immobiliare di 21,5 miliardi di euro). Tra le altre innovazioni, figuravano la possibilità di aggredire i patrimoni dei mafiosi defunti e, nella medesima ottica, la separazione delle misure patrimoniali da quelle personali.

Il nuovo codice, dunque, completa il quadro della materia, attuando un riordino con soli 132 articoli, suddivisi in cinque libri. (fonte: Ministero della Giustizia) Se parecchie norme sono meramente ricognitive della disciplina previgente, non si può disconoscere l’importanza della nuova collocazione sistematica, che elimina il disordine e la frammentarietà legislativa e smussa tutte quelle incongruenze che creavano incertezza giuridica. Da sottolineare, comunque, un paio di interessanti novità. La prima riguarda la documentazione antimafia (Libro III), che gioverà dell’istituzione di una banca dati nazionale per il monitoraggio delle imprese. Tale banca farà parte di un sistema integrato cui potranno accedere in via informatica anche le pubbliche amministrazioni che vorranno stipulare contratti con privati o procedere all’assegnazione di appalti. Inoltre, è stato aggiornato l’elenco delle fattispecie di infiltrazione mafiosa, prendendo atto delle condotte illecite degli ultimi anni. Una seconda innovazione riguarda la revocazione della confisca, possibile ormai solo in casi eccezionali. Gli enti assegnatari incaricati di valorizzare i beni sottratti alla mafia, dunque, potranno gestirli con la sicurezza dell’irreversibilità della confisca e investire sul loro uso per destinarli, ad esempio, a finalità sociale. Se prima la giurisprudenza aveva riconosciuto il diritto a chiedere la restituzione del bene, oggi la confisca del patrimonio mafioso si assimila meglio all’espropriazione per pubblica utilità.

Cosa manca al Codice antimafia per entrare definitivamente in vigore? L’iter del provvedimento, trascorsa questa fase preliminare, coinvolgerà direttamente il Parlamento, la stessa assemblea che ha approvato il piano straordinario antimafia (la legge di delega, ndr.) all’unanimità. È per questo che il ministro dell’Interno Maroni si dice fiducioso circa la possibilità che la conferma parlamentare possa avvenire anche prima dei 60 giorni di efficacia transitoria del decreto, in modo che l’ulteriore passaggio al Consiglio dei Ministri si perfezioni entro l’estate. La lotta alla criminalità organizzata è stata da sempre un fiore all’occhiello del Presidente Berlusconi. Che non ha mai esitato nel destinare gli sforzi del governo allo scopo, ottenendo clamorosi successi. Come ad esempio, la cattura di 32 pericolosi latitanti su 34, il 16% in più di operazioni di polizia giudiziaria e l’arresto di 8.466 mafiosi. Ma il fondo unico di giustizia, che sottrae alle casse delle banche le enormi ricchezze della mafia, rimane il tassello più importante della riforma: con questo si sono recuperate ben 2.166 milioni di euro. Nel nuovo codice molte misure favoriranno proprio la rivalorizzazione e la proficua gestione dei beni dei mafiosi. Dunque, largo al codice antimafia, per una spallata finale alla criminalità organizzata.

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Sì alle quote rosa nei cda

 

 

da www.ragionpolitica.it

 

Nonostante la frenata iniziale, il Governo ha ritirato il suo parere negativo sugli emendamenti presentati al disegno di legge sulle quote rosa. Il testo bipartisan, nato dall’unificazione dei testi Golfo e Mosca e approvato alla Camera nel dicembre del 2010, rappresenterà una pietra miliare nella battaglia per le pari opportunità.

Essenziale il ruolo della capigruppo che, superati gli ostacoli, ha deliberato l’assegnazione del disegno di legge alla Commissione Finanze e Tesoro in sede redigente, fissando le dichiarazioni di voto e il dibattito in Aula sul testo finale per martedì 15 marzo. Da quel momento, il ddl approderà alla Camera per la discussione in seconda lettura. Che il momento sia cruciale lo si nota anche dalle pressioni di alcuni senatori del Pd per una riassegnazione in sede deliberante, cosa che avrebbe penalizzato la discussione, circoscrivendo il voto fra i membri della Commissione stessa. L’intento era prevenire eventuali colpi di scena, ma l’importanza del provvedimento esige che l’assemblea non venga esautorata da accordi ristretti. Occorre, invece, un dibattito di ampio respiro.

Già, perché se le quote rosa vengono per adesso rese obbligatorie per le società per azioni quotate nei mercati regolamentari e per le omologhe a partecipazione statale, prendendo atto della scarsa rappresentatività del genere femminile all’interno dei consigli di amministrazione, il ddl sulla parità di accesso dispone che il riparto degli amministratori da eleggere sia effettuato in base a un criterio che assicuri l’equilibrio interno. Dunque il genere meno rappresentato avrà diritto ad ottenere almeno un terzo degli amministratori eletti.

L’obiettivo, quindi, è chiaro. Posto che i cda delle quotate sono ancora degli spazi «off-limits» per le donne, si vuole incentivare la presenza femminile su base meritocratica, nel tentativo di sfrondare gli innumerevoli ostacoli culturali che tuttora impediscono a loro di raggiungere pari livelli di carriera rispetto ai colleghi uomini. Il problema sembrerebbe esistere in termini più seri nelle società quotate, che non nelle società di persone, poiché queste si avvalgono normalmente di modelli di gestione manageriale legati alla componente familiare. Si tratterebbe, allora, di una prima iniziativa correttiva, per adesso limitata alle posizioni apicali.

Le prove della limitazione professionale femminile risultano da numerosi documenti. Ad esempio, la Relazione annuale sulla parità tra donne e uomini della Commissione europea, dalla quale si evince che nonostante i posti di responsabilità siano sempre più occupati da donne, i centri gravitazionali della politica e dell’economia sono ancora prerogativa maschile. Nelle società quotate europee, ad esempio, la quota in rosa è composta da un esiguo 10%.

Per la situazione italiana, invece, si può considerare uno studio della Bocconi effettuato su 274 società quotate a Piazza Affari, che ha rilevato che il totale dei componenti femminili degli organi sociali ammonta a solo il 7,6%. In quest’ottica, peraltro, un importante passo del ddl è quello che insiste sulla sanzione da comminare nel caso in cui la composizione del cda non rispetti i requisiti richiesti: nelle more dell’adempimento la Consob emetterà una diffida per il reintegro dei membri. Trascorsi quattro mesi e un’ulteriore diffida scatteranno le sanzioni pecuniarie e, da ultimo, la decadenza degli organi di controllo inadempienti.

Lo stallo di cui si parlava all’inizio, invece, era dovuto all’opposizione all’emendamento Germontani sulla parte finale del ddl, che prevedeva l’entrata in vigore delle disposizioni in due mandati di applicazione. Dopo aver esteso a un anno, non più ai sei mesi proposti dalla commissione, la decorrenza delle norme, il primo mandato comporterà un rinnovo di un quinto dei membri, mentre col secondo interverrà un completo adeguamento del cda. Se i marchingegni istituzionali sono ben oliati, dunque, non ci resta che attendere il 2015 per celebrare una nuova festa della donna, una svolta epocale che farà finalmente breccia dentro un mondo di sole giacche e cravatte.


Milleproroghe vs Fini e Napolitano

Roma - Palazzo Chigi

Image via Wikipedia

Si lavora anche di sabato in Parlamento. Perché il 27 febbraio è una scadenza perentoria, passata la quale il decreto legge n. 225 decadrebbe definitivamente. E quindi, bando alle ciance, tocca pazientare un altro po’ e sorbirci questo terzo giro di boa per un Milleproroghe che spacca e unisce.
In primo luogo, spacca. Il gruppo al senato di Futuro e Libertà uscito dalle votazioni non ha un semplice occhio nero ma è direttamente in prognosi riservata. Mentre il Governo incassava la sua ennesima fiducia a Palazzo Madama, Gianfranco Fini si strappava i capelli per il comportamento indisciplinato di quei quattro bricconi che non erano presenti in aula (Contini, De Angelis, Egidio, Germontani e Menardi), mentre l’inosservato (non tanto) Pontone si asteneva.  E così il vice-capogruppo uscente di Fli, Pasquale Viespoli, ha preso atto che non esiste più un clima politico adeguato per la sopravvivenza del gruppo, minato dalle inarrestabili defezioni. Fli al senato si è, dunque, decomposto.
In secondo luogo, unisce. Unisce la maggioranza, che è sempre più solida nonostante i continui attacchi dei media e della magistratura. Tali attacchi erano solo affondi lanciati nel vuoto, come hanno dimostrato i fatti. Unisce gli italiani, che in questo decreto, spregiativamente definito omnibus, vedono un ulteriore impegno del Governo a sostenere la crescita e l’economia. Unisce Nord e Sud, perché se il federalismo fraziona per responsabilizzare gli enti territoriali, il Milleproroghe predispone tante piccole misure addizionali per riscattare un Mezzogiorno che ancora va a rilento.
Certo, non bisogna dimenticarsi che Napolitano ha mandato un messaggio al Parlamento sollevando alcune censure di costituzionalità. Il Colle si doleva del carattere eccessivamente eterogeneo del provvedimento, ma sorge legittimo un quesito: come mai nulla di simile era accaduto sui provvedimenti passati? Forse questi non partecipavano della medesima natura di decreto prismatico, tecnico e, in definitiva, molto simile a una finanziaria bis?
È difficile pensare che non sia saltato in mente a nessuno il fatto che i termini per l’approvazione sono vicini alla scadenza e che le seppur legittime argomentazioni presidenziali per rivedere l’articolato legislativo potrebbero, magari, essere strumentali a dilazionare ulteriormente i tempi, nell’inconfessato scopo di rendere vani gli sforzi di Palazzo Chigi.
Ma è bene che ciascuno faccia il suo lavoro e così, con un maxiemendamento che sana ogni perplessità, attendiamo fiduciosi che la navette parlamentare faccia il suo corso. Anche perché, coi tempi che corrono, il reperimento delle risorse economiche diventa sempre più difficile. L’inquietudine che regna nelle borse mondiali, dopo le vicende del Maghreb e del Medio Oriente, dimostra che dobbiamo essere pronti a tutto. E se con lungimiranza abbiamo proposto e portato avanti iniziative come la riforma dell’art. 41 della Costituzione, non abbandoniamoci a litigi da condominio sulle quote latte, in un momento come questo, in cui ci deve più preoccupare l’aumento del prezzo del petrolio o l’esodo ecumenico di milioni di profughi sulle nostre coste.


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