Europa: al via la presidenza cipriota
Pubblicato: 5 luglio 2012 Archiviato in: Unione Europea | Tags: cipro, crisi, David Cameron, Der Spiegel, euro, europa, Hollande, italia, merkel, Monti, presidenza cipriota, rajoy, semestre, Spagna Lascia un commento »
Il primo di luglio è stato ufficialmente il giorno d’avvio della presidenza cipriota al Consiglio dell’Unione Europea. Ringraziamenti e critiche per la conclusa presidenza danese. Ma solo martedì il presidente della Repubblica di Cipro, Demetris Christofias ha cominciato la lunga serie di incontri rituali: col presidente del Parlamento europeo Martin Schultz, col presidente della Commissione europea Jose Barroso, con i leader dei gruppi politici al PE e così via. Un inizio solenne che si incunea in un periodo estremamente difficile per l’Europa. Leggi il seguito di questo post »
Monti e l’Europa: il dialogo tra sordi
Pubblicato: 24 gennaio 2012 Archiviato in: Unione Europea | Tags: Angela Merkel, berlino, concordia, danimarca, ESM, euro, fiscal compact, fondo salvastati, Italy, Maastricht, mario draghi, Meccanismo di Stabilità Finanziaria, Monti, olanda, patto fiscale, procedura di infrazione, sarkozy, Unione Europea Lascia un commento »
Monti si è recato a Bruxelles, dove si svolge l’Ecofin per provare ad esporre la strategia di crescita dell’Italia, nel difficile intento di presentare un Paese ormai maturo, pronto per una virata di cambiamento. Certo, avrà un bel da fare nell’impedire che tale virata diventi un inchino fatale, perché quando si varano decreti «lacrime e sangue» il livello di pressione interna si alza a tal punto che diventa poi impossibile mantenere l’impianto originale. E allora via agli annacquamenti. Ciò che conta è scongiurare la lotta cittadina, la guerra civile. Ma alla fine, delle decisioni prese non è più soddisfatto nessuno. Leggi il seguito di questo post »
Il vertice Roma-Berlino lancia segnali di fiducia sulla situazione economica europea
Pubblicato: 19 gennaio 2011 Archiviato in: Economia | Tags: axel weber, bailout, BCE, berlusconi, bond, crisi, euro, mario draghi, merkel Lascia un commento »
È carico di ottimismo e di speranza il messaggio del 18esimo bilaterale Roma-Berlino. Nonostante la crisi del debito campeggi ormai da parecchi mesi sull’agenda europea, i due leader hanno vicendevolmente affermato che l’Europa si trova ormai su una via di miglioramento, verso una sempre maggiore stabilità e fiducia tra gli operatori finanziari. Se il clima di allarme degli ultimi mesi aveva fatto scricchiolare le poche certezze rimaste, portando tutti a sobbalzare di terrore ad ogni minima oscillazione degli spread dei titoli considerati più a rischio (tra cui, ad ultimo, quelli del Portogallo), Silvio Berlusconi ha voluto, invece, bandire ogni raffica di catastrofismo. «Nell’ambito di una crisi dei consumi e degli investimenti è molto importante il fattore psicologico», ha ammonito il premier. «Non bisogna infondere pessimismo tra i cittadini e gli operatori, ma bisogna invece che i governi cerchino di dare una prospettiva positiva, infondendo fiducia e ottimismo».
Anche la Cancelliera, del resto, ha preferito allontanare tutti gli scenari peggiorativi fino ad ora paventati, spingendo, piuttosto, verso una politica tendenzialmente attendista. In altre parole, per quanto occorra tenere nella dovuta considerazione un generale principio precauzionale, è opportuno abbandonare valutazioni aprioristiche e aspettare che la situazione evolva autonomamente, come è accaduto con i bond portoghesi. Sul risultato della vendita dei titoli di stato portoghesi di mercoledì, infatti, la Merkel ha affermato: «Da quello che sento, è andata molto bene. Finalmente una buona notizia. Tutto sommato, il Portogallo ha preso una serie di misure ulteriori. Riteniamo entrambi che queste misure siano davvero impressionanti». La sottoscrizione massiccia dei bond portoghesi, a un tasso di interesse al di sotto del livello ritenuto problematico per Lisbona, ha dunque risollevato gli animi degli osservatori più nervosi, quelli di coloro che ritenevano il Portogallo il possibile prossimo candidato per il bailout, dopo Grecia e Irlanda.
Certo, la partita è ancora aperta ma, aggiunge il leader tedesco, «vedo le cose in modo ottimista. Penso che possiamo farcela in Europa. Dobbiamo farcela e non conosco un singolo collega in Europa che ritiene che non c’è la voglia di farcela. Questo è lo spirito con cui si dovrebbero affrontare le cose».
Solo uno spirito di forte energia e intraprendenza, dunque, sarà l’ingrediente prezioso per risolvere la crisi finanziaria e riaprire nuove opportunità di crescita in Europa, affiancate dalla disponibilità a sostenere qualsiasi Stato membro che versi in una situazione emergenziale. Perché «la solidarietà [...] e la cultura per la crescita: sono le due facce della stessa moneta». Le parole della Merkel ben si sposano con quelle di Berlusconi, che, oltre a mostrarsi onorato per un’eventuale candidatura di Draghi alla Bce, ha approfondito il tema dei consistenti interscambi italo-tedeschi, da sostenere e incentivare nella prospettiva della ripresa economica.
Da un punto di vista più prettamente politico, e riferito alla realtà italiana, invece, di fronte all’ipotesi di una Grosse Koalition per accontentare le tendenze centrifughe del partitismo italiano, Berlusconi ha espresso un pensiero apodittico: «non credo che in Italia ci sia la possibilità di una grande coalizione. Purtroppo non possiamo contare su un’opposizione socialdemocratica. È un’opposizione divisa, senza idee, senza progetti, senza leader. Non vediamo dentro questa coalizione nessuna persona che possa essere presa sul serio e con cui sia possibile parlare in modo serio».
Germania e Italia, nonostante le comuni tradizioni multipartitiche, sono oggi accomunate dal fatto di vantare governi sani e con due leader dotati di ampio consenso. Tale circostanza ha consentito a entrambe di porre in essere politiche volte a dare forte stimolo alla produttività, fattore che ha incentivato la conservazione dei più bassi tassi di disoccupazione in Europa e ha scongiurato gli effetti maggiormente negativi della recessione. I fatti eliminano i dubbi sullo stato di salute dell’Italia, che altrimenti non avrebbe potuto affiancare una candidatura, come quella di Mario Draghi, al nome di Axel Weber.
Il patto per salvare l’euro
Pubblicato: 12 gennaio 2011 Archiviato in: Economia | Tags: crisi, euro, grecia, irlanda, moody's, recessione, spread, stress test, van rompuy Lascia un commento »
Giorni grigi per la moneta unica. Moody’s ventila l’ipotesi di un downgrading dei titoli di Stato portoghesi e persino Pechino si dichiara preoccupata per la gestione della crisi del debito da parte dell’eurogruppo. In buona sostanza, tutti i pensieri sono rivolti alle conclusioni della presidenza Van Rompuy che, apparentemente gravide di intenti, sembrano quasi coprire con un velo di finto ottimismo le contraddizioni emerse nei dialoghi intergovernativi di Bruxelles.
Già, perché se tutti sono d’accordo sull’impellenza di riformare la governance economica europea, risulta invece difficile rinvenire una risposta unanime su come realizzare tale riforma. Le declamazioni magniloquenti del Rapporto sembrano voler dire tutto e nulla. Bisogna potenziare le riforme infrastrutturali secondo la strategia di Europa 2020; onorare gli impegni di bilancio ed eliminare i disavanzi eccessivi; attuare i programmi di risanamento di Irlanda e Grecia; infine, rafforzare il sistema finanziario da un punto di vista normativo ma anche di vigilanza, con particolare attenzione sugli stress test sull’apparato bancario.
Splendido. Ma sembra quasi che stiamo circumnavigando l’isola senza mai avvistare terra. Da un lato, infatti, ci sono la Merkel e Sarkozy, serrati dentro un guscio di nazionalismo e impegnati a rendere timide, ambigue o meramente programmatiche le determinazioni volte a concedere ulteriori prestiti per gli Stati poco virtuosi. Dall’altro c’è chi, come Berlusconi e Juncker, crede ancora nell’Europa e propone l’emissione di titoli di debito «eurosovrani». Infine, c’è Downing Street, che teme esternalità negative e preme per ottenere garanzie affinché le misure anticrisi non influenzino gli Stati membri fuori dall’Eurozona.
Qual è, dunque, il compromesso raggiunto? In primo luogo, è stata messa in agenda una riforma del Patto di Stabilità e Crescita, sia nella parte preventiva, per inserire nuove norme di monitoraggio dell’incremento del debito, che nella parte correttiva, a livello di procedura per il disavanzo eccessivo. Inoltre è stato approvato all’unanimità l’accordo dell’Ecofin di fine novembre, che prevedeva un’importante modifica al Trattato sul funzionamento dell’UE. In particolare, verrebbe aggiunto un terzo paragrafo all’art. 136, già contenente misure di politica economica applicabili nell’Eurozona. In virtù del nuovo inciso, sarà possibile attivare un Meccanismo di Stabilità (ESM) per salvaguardare la stabilità della zona euro nel suo insieme, ma solo ove indispensabile. In più, la concessione di assistenza finanziaria sarà soggetta a una rigorosa condizionalità.
Questo nuovo piano «salva-Stati», innescabile – lo ribadiamo – solo in quanto extrema ratio, sembrerebbe confezionato ad arte per soddisfare le richieste della cancelliera tedesca, unico leader uscito pienamente vittorioso dal Consiglio. La demagogia di Berlino, infatti, spinta dal fatto che due terzi dei tedeschi sarebbero favorevoli a un ritorno al marco, insiste sul netto rifiuto a fornire liquidità ad ulteriori bail-out. Bene, bravi. È chiaro che la Germania tenga più al proprio surplus di bilancio che non all’euro. Eppure è ancor più limpido che i costi della crisi toccherebbero anche gli stessi tedeschi, incastonati in un’Europa debole, impossibilitata a competere sia con gli Stati Uniti che, soprattutto, con l’Asia.
Il patto salva-euro, allora, sembra aver bisogno di un forte ricostituente. Occorrono regole forti e chiare, efficaci deterrenti e un grande impegno nell’assistenza finanziaria. L’Argentina è dietro l’angolo perché la bancarotta non è, purtroppo, una prerogativa dei soli Paesi in via di sviluppo e l’euro non si è affatto dimostrato immune dal ciclone recessivo.
Il bailout di un’Irlanda a rischio: la ricapitalizzazione di sopravvivenza
Pubblicato: 1 dicembre 2010 Archiviato in: Economia | Tags: banche, default, dollaro, EU, euro, finanza, irlanda, lenihan, mercati finanziari, merkel Lascia un commento »
Giovedì mattina l’euro é leggermente in rialzo. Vale 1,3594 dollari rispetto al 1,3553 dei mercati asiatici e al 1,3514 di Wall Street. I mercati finanziari sembrerebbero, dunque, voler rinnovare la loro fiducia sulle capacità della classe dirigente europea di affrontare i nuovi focolai di crisi. È finito, infatti, il bluff dell’Irlanda. Il Ministro dell’Economia irlandese, Brian Lenihan, ha dovuto cedere alle pressioni dell’Ecofin e dichiarare che «nonostante l’ampio ventaglio di misure adottato dal governo, l’Irlanda è un paese piccolo e se i problemi bancari sono troppo grandi per essere gestiti da un paese piccolo, l’Europa deve assicurarci che fornirà il suo aiuto e che tale aiuto sarà offerto in ogni modo necessario per rendere sicuro il sistema, perché facciamo parte del sistema europeo… e questa è la cornice all’interno della quale lavoriamo».
E così partono i dispacci che, assicurano, una delegazione di ispettori da Bruxelles è pronta, valigie in mano, ad atterrare a Dublino per dare una energica rimescolata ai faldoni finanziari e contabili delle banche celtiche per pesare quante macerie bisognerà spazzare via. Ma a cosa è dovuto il brusco rallentamento dei tassi di crescita della «tigre celtica», poi sfociato in una pesante crisi del debito? E quali sono gli scenari che potrebbero emergere dai possibili metodi di risoluzione del vortice recessivo? Prima dell’imperversare della crisi del 2008 l’Irlanda aveva assistito a una fortissima crescita, dovuta principalmente alla politica di bassissime aliquote delle imposte societarie e alla messa in atto delle direttive della new economy, condizioni che avevano attirato gli investimenti di parecchie imprese straniere facendo impennare i grafici delle stime del Fmi e dell’Ocse. Il settore informatico, in particolare, aveva creato numerosissimi posti di lavoro, grazie alla localizzazione di imprese come la Dell, la Microsoft o la Intel. Ma fu proprio il settore IT a causare un primo rallentamento nel 2004.
Quando si assistette, poi, al boom nel settore delle costruzioni, parecchi economisti avevano già predetto la nascita e il susseguente scoppio di una pericolosa bolla immobiliare. I prezzi delle case crollarono terribilmente. Ma il peggio arrivò quando emersero gli scandali bancari, trainati dagli effetti devastanti della crisi dei subprime, che costrinsero l’Irlanda a dichiarare ufficialmente l’inizio della recessione. Era il settembre 2008. Tra tutte, la Anglo-Irish Bank versava nelle condizioni peggiori, al punto da richiedere un sostenuto piano di ricapitalizzazione da parte del governo. Ad essa seguirono la Allied Irish Bank e la Bank of Ireland, decretando senza più alcuna ombra di dubbio il fallimento della politica di competitività fiscale irlandese. Bene. E adesso? Alcune stime prevedono che il costo per sostenere il settore bancario irlandese sarebbe lievitato fra i 50 e i 60 mld di euro, ossia quasi un terzo del Pil dell’Irlanda. Si tratterebbe di una manovra considerevole, che potrebbe richiedere il coinvolgimento di Bce e Fmi, il cui apporto creditizio è stato oggi quantificato in decine di mld di euro dalle stime del governatore della banca centrale dell’Irlanda, Patrick Honohan.
Eppure, se i negoziati con l’Europa dovessero fallire per una qualche ritrosia irlandese a vedersi intaccate le proprie prerogative sovrane (proprio l’Irlanda aveva respinto col referendum del 2008 il Trattato che prevedeva una Costituzione per l’Europa), non si escluderebbe l’eventualità di un default del paese. Default che, mettendo a rischio soprattutto i risparmiatori europei, potrebbe creare un effetto domino con Portogallo e, forse, anche Spagna. La stabilità finanziaria europea ne uscirebbe permanentemente pregiudicata. Gli oneri di aggiustamento in seguito a una rischiosa crisi di insolvenza, peraltro caldeggiata dalla Merkel che propone di riformare il sistema europeo di risoluzione delle crisi con la possibilità di estese bancarotte, potrebbero costringere i paesi a rischio ad uscire dall’euro.
L’Europa a due velocità sarebbe così separata da una cicatrice valutaria inguaribile e, forse, gli stessi presupposti dell’Unione verrebbero meno. Se i nostri leader hanno davvero a cuore quel progetto politico nato dalle ceneri calde della Seconda Guerra Mondiale per portare nuovamente la pace e la prosperità in un continente crivellato dai mortai, dovranno essere sufficientemente malleabili da integrarsi non solo da un punto di vista monetario ma, altresì, politico. Solo così, infatti, le scelte primarie saranno condizionate non dalle variabili economiche ma delle esigenze di crescita e dalle istanze sociali del popolo europeo.






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