Una proposta per le liberalizzazioni da fare

da Ragionpolitica.it

Tante, forse troppe, sono le voci che si stanno levando in questi giorni sulla questione scottante delle liberalizzazioni. Una questione che indirettamente riguarda tutti gli italiani ma che, ancora una volta, coinvolge in negativo solo settori circoscritti dell’economia nazionale. Il Pdl ha fatto il punto della situazione, riunendo tutte le opinioni e producendo un documento presentato a Palazzo Madama dal segretario Alfano, dai capigruppo Gasparri e Cicchitto, dal vice presidente del gruppo alla Camera Corsaro e dagli ex ministri Brunetta e Romani. Tredici fondamentali ragionamenti che compongono la proposta finale del partito per il rilancio della crescita attraverso le liberalizzazioni. Leggi il seguito di questo post »

About these ads

Effetto Fukushima

 

da www.ragionpolitica.it

 

La tragedia in Giappone avrà dei pesanti effetti collaterali. Non solo nel Paese colpito dal disastro, che, dalle stime della World Bank, subirà una perdita di 4 punti percentuali del PIL solo per ripianare i danni. Ma anche nel resto del mondo, il cui equilibrio energetico sta soffrendo forti scosse, amplificate dalle operazioni in Libia. In Europa, per ciò che ci riguarda, è stato avviato un vero e proprio autodafè in merito alle 200 centrali nucleari operative nel Vecchio Continente. E così da Bruxelles si leva il monito del Consiglio straordinario dell’energia: urge sottoporre a stress test tutte le centrali nucleari. È questo l’effetto Fukushima. Finché le cose non accadono, nessuno si cura di esse. Ma quando poi si verificano, ecco che fanno tutti a gara per levarsi cappello e pastrano al fine di rimboccarsi le maniche.

Per non piombare in un insidioso qualunquismo, allora, è essenziale fare i dovuti distinguo. In Giappone sappiamo bene come è andata. La combinazione di un terremoto di magnitudo 9 della scala Richter – il quarto più potente della storia – e di un’onda alta più di 14 metri è stata micidiale. Le centrali nucleari sono dotate di sofisticati meccanismi di sicurezza e di dispositivi antisismici. Tuttavia, nella centrale di Fukushima, le misure di emergenza erano affidate solo a sistemi «attivi» – mancavano dunque quelli «passivi» – che si caratterizzano per essere alimentati da energia elettrica. E terremoto e tsunami hanno reciso ogni collegamento. Esistevano, tra l’altro, 4 motori diesel sostitutivi, ma lo tsunami è stato in grado di mettere fuori uso anche quelli. In più, i reattori di Fukushima risalgono al 1971. Non stupisce, perciò, che la loro obsolescenza stia rendendo impervie le manovre di raffreddamento del nocciolo. Sfortuna vuole che i reattori avrebbero dovuto essere spenti entro quest’anno, considerato che la vita massima prevista si aggira intorno al quarantennio.

Ma l’Europa non è un arcipelago. E il placido Mediterraneo difficilmente potrebbe vendicarsi con travolgenti muri d’acqua. Circostanze simili sarebbero alquanto improbabili. Non ci troviamo in una zona, come il cd. «punto triplo» del Giappone, in cui si riuniscono ben quattro placche tettoniche. Noi siamo comodamente adagiati sulla placca euroasiatica, le cui frizioni con quella africana sono ben lungi dal provocare eventi apocalittici. Del resto, il retaggio di Chernobyl, di cui molti conservano ancora vividi ricordi, ci ha portato ad essere molto più accorti, evitando di prolungare la vita di centrali superate e mirando sempre su impianti di ultima generazione. Detto questo, l’effetto Fukushima non deve essere visto negativamente se i fari puntati sul nucleare porteranno a misure di sicurezza più rigide. Come ragionevolmente afferma il Ministro degli Esteri, Frattini, non serve avere «nessun ripensamento sul nucleare in Italia ma solo, dopo quanto accaduto in Giappone, una doverosa riflessione per fare meglio». In un momento come questo, in cui ci si appresta a votare un referendum su tale spinosa questione, la cautela è d’ordine. Eppure, chiarifica Frattini, quando «noi parliamo di nucleare, lo facciamo in prospettiva. Ci riferiamo a centrali di nuova generazione, sicure. Cosa completamente diversa rispetto a quelle giapponesi, vecchie di 30-40 anni». Bene, quindi, la decisione del consiglio di Bruxelles di esperire entro la fine dell’anno controlli, a partire dalle centrali di prima generazione. Stress test volontari sono stati chiesti anche a paesi vicini come l’Ucraina e la Russia. La fase immediatamente successiva consisterà nel fissare dei criteri precauzionali sulle centrali. Criteri che potranno riguardare i sistemi di raffreddamento, la tutela contro gli errori umani, l’età degli impianti, i tipi di reattori, le protezioni da inondazioni, eventi tellurici o attacchi terroristici. Verso un nucleare sempre più sicuro.


L’ambrosia sotterranea e l’apocalisse

Nettare degli dei del business mondiale, il petrolio è una delle possibili chiavi di lettura che rende, se non plausibile, quanto meno comprensibile la tanto discussa profezia della fine del mondo nel 2012. Fra qualche anno, infatti, potrebbe innescarsi una serie di eventi a catena che renderebbe attoniti tutti coloro che oggi scimmiottano le antiche previsioni del calendario maya. Non ci credete?

La Nigeria è oggi il quinto paese fornitore di petrolio degli Stati Uniti. Sono circa 37 i miliardi di barili prodotti nel solo 2009. Ma si potrebbe fare di meglio. Gran parte dell’oro nero proviene, infatti, da una regione ad altissimo tasso di inquinamento: il delta del Niger. Dai fori delle trivellazioni e dalle valvole di sicurezza degli oleodotti, tuttavia, fuoriesce ogni anno più petrolio di quello che ad oggi si è riversato nelle acque del Golfo del Messico, ma nessuno sembra farne menzione. L’impatto ambientale è spaventoso. Le zone contaminate sono ormai estese in tutta la regione. La vegetazione nigeriana ha assunto da anni una colorazione plumbea e le acque salmastre, intrise di chiazze di greggio, esalano un odore putrido di officina. Per di più, l’aspettativa di vita media si attesta sui 41 anni. La popolazione locale, dedita da secoli alla pastorizia e all’agricoltura, non trova sostentamento se non dall’ambiente. Ambiente che, negli ultimi vent’anni, è stato fonte di carestie, malattie e sottosviluppo. I casi di leucemie e tumori, ad esempio, sono aumentati ad un ritmo esponenziale.

I fattori che inaspriscono la situazione sono molteplici. Le compagnie petrolifere vanno al risparmio, guardandosi dal sostituire le reti di oleodotti ormai obsolete e utilizzando materiali poco costosi per costruire nuove stazioni, cosa che provoca sempre più perdite e incidenti. I nigeriani, dal canto loro, fanno il doppio gioco. Se da un lato, fanno appello alla comunità internazionale per chiedere interventi al fine di ridurre le ingenti fuoriuscite di petrolio, dall’altro sono i principali sabotatori dei pozzi, mediante allacciamenti illegali o ordigni esplosivi, allo scopo di lucrare sui profumati rimborsi che ricevono dalle compagnie come indennizzo per l’inquinamento da esse causato. Terzo fattore fondamentale è la presenza del Mend, movimento guerrigliero per l’emancipazione del delta del Niger, i cui componenti organizzano frequentemente attentati terroristici contro gli stabilimenti petroliferi, aumentando le contaminazioni e l’instabilità politico-sociale della regione.

Se fra qualche anno, poniamo il caso verso la fine del 2012, i ribelli del Mend si fossero talmente addestrati da ottenere il controllo della regione, riducendo di un terzo la già fragile popolazione locale, sarebbe verosimile che i loro principali obiettivi sarebbero gli oleodotti stranieri, sicura fonte di ricchezza. La crisi petrolifera in Nigeria provocherebbe la reazione immediata degli americani, i quali considererebbero la ribellione una minaccia alla sicurezza energetica statunitense e vi invierebbero certamente delle truppe.

Tutto qui? Niente affatto.

Le conseguenze della crisi petrolifera nigeriana si ripercuoterebbero nel resto del mondo. L’offerta di greggio sarebbe destinata a ridursi sensibilmente, non soddisfacendo più la crescente domanda e provocando, quindi, una nuova recessione economica. Per fronteggiare la crisi, i paesi industrializzati concentrerebbero le loro ricerche nelle estrazioni offshore, tentando di ottenere tecnologie sempre più sofisticate in grado di spillare petrolio negli abissi marini a più di quattromila metri di profondità, sotto strati di sabbie e sali. I rischi di incidenti come quello della Deepwater sarebbero sempre maggiori. Dall’altro lato, poi, si punterebbe alla conversione del sistema energetico su altre fonti. Ad esempio, i biocarburanti.

Che di “bio” hanno solo la dicitura, considerato che le coltivazioni di mais che fungono da materia prima richiedono un uso intensivo dei terreni. Quindi, massiccio bombardamento delle terre di fertilizzanti. Composti azotati che favoriscono la proliferazione delle alghe nelle acque reflue. Alghe che si riversano nei mari, eliminando la biodiversità a causa della loro ingordigia di ossigeno. Questo ciclo avviene già oggi nel Mississippi. Risultato? Massiccia desertificazione, danni faunistici e inquinamento atmosferico da gas flaring.

Roba da Armageddon? Le previsioni degli esperti sembrano essere terribilmente attendibili. La soluzione a tutto ciò, ovviamente, sarebbe consumare di meno. Nell’era del consumismo, però, di fantascientifico c’è solo la speranza di ottenere comportamenti virtuosi con dei semplici appelli.


Alchimie politiche per l’ambiente a L’Aquila

tratto da “A Voce Alta”

Venerdì è stato approvato alla House of Representatives americana un bill of rights per l’ambiente che si propone di ridurre le emissioni dei gas responsabili dell’effetto serra e di incentivare l’uso delle fonti energetiche ecosostenibili. Se questo documento verrà approvato anche dal Senato passerà alla storia come uno dei primi papers capaci di allineare gli indisciplinati Stati Uniti agli standard europei. Ori e allori per Obama.

 

Ma già le prime polemiche sono state sollevate in vista del G8 all’Aquila, non essendosi raggiunto alcun accordo né sul termine iniziale da prendere come riferimento per gli studi scientifici ambientalistici (c’è chi vuole il 1999 e chi il 2005) né sullo scalino di temperatura media mondiale da ridurre entro il 2050, la cui quantità sarebbe tuttora oggetto di litigio.

 

C’è chi, come il danese Christensen, un pezzo grosso nel campo degli studi sui cambiamenti climatici, teme l’eventualità di un’intesa bilaterale Cina-U.S. Una tale relazione potrebbe avere, non a torto, effetti devastanti per l’intero ambiente essendo entrambi gli Stati i maggiori produttori mondiali di gas-serra. L’instaurazione di rapporti diplomatici bilaterali, che escludano quindi il resto della comunità internazionale, porterebbe quasi sicuramente alla fissazione di standard comuni più bassi fra i due Stati e cancellerebbe nell’immediato i virtuosismi incipienti dell’amministrazione Obama. Deludendo le aspettative mondiali, quindi, gli Stati Uniti aggirerebbero nuovamente il pesante fardello del global warming e sarebbero, ahimé, seguiti a ruota libera da paesi in via di sviluppo con emissioni alte, come l’India, o da paesi con politiche forestali detrimenti, come il Brasile, che per sottrarsi a responsabilità nella comunità internazionale, si potrebbero tranquillamente appigliare al rispetto degli standard statunitensi. Senza contare che la produzione capitalistica americana e asiatica, vincolata a misure di sicurezza e standard minori rispetto alle industrie del vecchio continente, sarebbe in grado di competere a costi minori – e già lo fa -, facendo leva su un maggiore impatto concorrenziale e creando esternalità negative (per l’appunto l’inquinamento) che inevitabilmente finirebbero in parte a carico anche delle imprese europee, sempre più indotte a delocalizzare i loro stabilimenti. Un eterno circolo vizioso.

 

L’aggravamento di questo circolo non può che portare a una flebile ma inarrestabile recessione economica per l’Europa, sempre più dipendente dall’Asia per risparmiare su manodopera e lavorazione delle materie prime. Tuttavia, in questo modo, i paesi in via di sviluppo non potranno più contare sui fondi e sugli stanziamenti dei paesi economicamente avanzati in grado di consentire a loro di avviare processi di allineamento con gli standard antinquinamento necessari a proteggere l’ambiente. Per evitare questo scenario catastrofico, l’unica via possibile, in occasione del summit dei big mondiali, è la ricerca di una delicata e probabilmente esplosiva alchimia politica che faccia mettere tutti anche solo temporaneamente d’accordo e che tenti di raggiungere un equilibrio necessario e auspicabile.

g8

g8


Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 498 follower