Lavori in corso nel Popolo della Libertà per le Primarie

primarie pd vignetta

da ragionpolitica.it

Fervono i lavori nei cantieri del Popolo della Libertà per scegliere il metodo migliore con cui svolgere le primarie. Dopo che lo scorso ufficio di presidenza ha stabilito in modo irrevocabile il principio secondo cui il leader del principale partito di centro-destra (e della sua eventuale coalizione) verrà scelto in modo plebiscitario, adesso l’urna Leggi il seguito di questo post »

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Finanziamento pubblico: hanno aperto il vaso di Pandora

da ragionpolitica.it

Triumvirato d’urgenza per stabilire il rimedio più efficace contro la malattia dei partiti. Alfano, Bersani e Casini hanno concordato la terapia per giungere alla guarigione. Giusto che non si sia proceduto attraverso un decreto governativo. Non è una materia, quella della trasparenza dei partiti, che poteva essere liquidata da un decreto raffazzonato in un pomeriggio, col solo scopo di placare gli animi.

La riforma è profonda e parte certamente dall’articolo 49 della Costituzione. Tuttavia, Leggi il seguito di questo post »


La moratoria sul nucleare è un atto di responsabilità

 

da www.ragionpolitica.it

 

La moratoria sul nucleare, prevista da un emendamento del Governo al decreto omnibus, non è una truffa, come è stata etichettata con leggerezza da una certa parte dell’emiciclo. È, piuttosto, un atto di responsabilità. Quando Berlusconi, a latere dell’incontro con Sarkozy, ha fatto luce sulle ragioni della moratoria, insistendo sull’esigenza di evitare una brusca battuta d’arresto sul nucleare, non immaginava di sollevare un simile vespaio.Il premier, infatti, non è mosso da intenti ostruzionistici o elusivi. I presupposti della sua decelerazione sono dettati dall’altissima considerazione che egli ha del popolo.

I cittadini, infatti, devono essere messi nelle condizioni di poter esprimere un giudizio più che consapevole sul quesito referendario, cosa che sarebbe alquanto improbabile in un momento come questo, nel quale viviamo in uno stato di sbigottimento e ansia indotto dalla tragedia di Fukushima. L’effetto di suggestione negativa finirebbe per prevalere su considerazioni di tipo utilitaristico sul nucleare, portando l’italiano medio ad esprimere un impulsivo e secco rifiuto di fronte alle urne. Ben diversi possono essere gli esiti dettati da scelte ponderate, piuttosto che da conclusioni tratte in contesti di allarmismo psicologico di massa.Il suo invito a riflettere a mente fredda su un tema così importante, come l’avvento di percorsi energetici alternativi, deve essere interpretato, invece, come un segno di profonda comprensione della situazione attuale. «In Italia – ha spiegato il premier – l’accadimento giapponese ha spaventato moltissimi cittadini». Quindi, «se fossimo andati al referendum, il nucleare non sarebbe stato possibile per molti anni». Cinque, per l’esattezza, come previsto dalla legge.

Il messaggio del Presidente Berlusconi, quindi, è lungi dall’essere espressione di sottili o subdoli stratagemmi da politica becera. È un messaggio limpido e trasparente: gli italiani hanno il diritto di ragionare e la libertà di pensare in modo autonomo, al di fuori di ogni condizionamento o manipolazione dettata da eventi contingenti. In questo momento, uno strumento come il referendum non può avere quell’effetto demiurgico che i promotori intendono assegnargli. Non è la vittoria del popolo contro un governo egoista e tirannico. Tutt’altro! È giocoforza interpretare l’accanimento referendario degli ultimi anni come un nuovo, disdicevole modo di fare politica. Una politica vuota di contenuti e tesa solo al decostruttivismo. Una politica che fa leva sul tradizionale strumento di democrazia popolare per piegarlo a una bassa forma di autopromozione. Checché se ne voglia pensare, infatti, i dati delle ultime consultazioni hanno decretato il fallimento di questa strategia. È dal 1995 che non si svolge validamente neppure un referendum per mancato raggiungimento del quorum iniziale. Il trend dell’afflusso alle urne è pericolosamente basso. Siamo arrivati a un flebile 23%. E il verace 77% dei primi anni ’90 sembra oggi un ricordo. Allora, la fuga dalle urne è il sintomo dell’apatia degli italiani o è, piuttosto, una chiara presa di posizione nel senso del rifiuto dei referendum come arnesi di politica oppositiva e partigiana? Non è che forse, dietro tale «irrispettosa» assenza dal voto, si celi la volontà che il referendum ritorni ad essere l’istituto di carattere eccezionale ed episodico così come era stato configurato dai Padri Costituenti?

La patata bollente adesso è nelle mani della Corte di Cassazione, che dovrà sfrondare la giungla pretoriana della Consulta, per chiarire se il quesito, caduta la sua norma di riferimento, rimanga ammissibile. Il ragionamento della Corte verterà sulla valutazione se l’emendamento del Governo abbia un carattere meramente formale o, viceversa, sostanziale. Solo nell’ultima ipotesi, dimostrata la diversità dei principi alla base della modifica legislativa, il referendum sarebbe annullato. La parcellizzazione dei criteri in base ai quali viene espletato il controllo di ammissibilità, però, impedisce di poter fare pronostici realistici. Il giudizio è affidato alla discrezionalità e, come è successo in passato, si rasenteranno i confini della politica costituzionale. La moratoria, in definitiva, non deve apparire come una truffa. Perché la funzione legislativa è inesauribile, in base al principio di continuità del potere delle Camere, e certamente non è bloccata dal corso del procedimento referendario. Un emendamento che modifica la disposizione su cui poggia il referendum è piuttosto un atto di tutela dei cittadini, volto a proteggerli non solo dall’ingabbiamento dei quesiti, che costringono a scegliere fra un «sì» o un «no», ma anche da tecniche di politica “a graffio» che vorrebbero eludere la necessità di salvaguardia dell’unità di azione del nostro Stato.


Luc Vandeputte: il PPE per un’Europa più democratica

tratto da “A Voce Alta”

vandeputte

BRUXELLES – L’esito del cammino di integrazione europea si può prestare a mille diverse interpretazioni. Ma una sola, fra tutte, consentirebbe di mantenere viva l’attenzione dei cittadini ed è quella che vede il coinvolgimento della società civile nella predisposizione dell’agenda politica europea. Come? Attraverso i partiti. Il bassissimo turnout elettorale, per fortuna non in Italia, dimostra come scarso sia l’interesse verso i momenti elettorali europei. Ma può questo essere imputato soltanto al mancato coinvolgimento mediatico?

Luc Vandeputte, deputy secretary general del PPE, prova a rispondere a questa domanda, assieme ad altre questioni irrisolte, che fanno emergere la necessità di un maggiore dibattito non solo a livello europeo, ma anche più concretamente nei vari ambiti nazionali.

“I media non hanno interesse a coprire l’area del dibattito politico europeo, poiché agli occhi del pubblico esso è estremamente grigio. Non si fa audience perché non c’è un vero e proprio scontro fra maggioranza e opposizione, fra ideologie di destra e ideologie di sinistra. Il vero scontro è fra euroscettici ed eurottimisti e solo se in agenda sono presenti temi caldi si riesce a creare una forte attenzione mediatica”.

Ma allora, qual è il ruolo dei partiti europei?

I partiti non sono dei soggetti forti come quelli nazionali. Di solito, il gruppo parlamentare è una propaggine del partito e fa valere in Parlamento le sue direttive. A livello europeo, la situazione si capovolge, poiché “fra i partiti politici e i gruppi parlamentari esiste il medesimo rapporto che fra Davide e Golia. Sono i gruppi ad ottenere una parte consistente dei finanziamenti e solo a partire dal 2004 i partiti sono riusciti ad ottenere un apposito capitolo di bilancio da cui prendere una parte dei proventi per finanziare le proprie attività. Ma il cammino è ancora in fase di completamento”.

L’attività dei partiti non è all’interno delle istituzioni, che sono dominate dai gruppi, ma al di fuori. I partiti mirano a coinvolgere le masse, a dare risonanza agli argomenti in discussione nell’agenda politica europea. “Sono una sorta di ombrello che ricopre tutti i partiti nazionali e, attraverso i summit dei capi di stato e di governo, nel PPE si mira a  creare una linea guida comune, una political framework unitaria”.

Che dire delle critiche spesso rivolte ai partiti europei, di essere un mero contenitore elettorale? “Sono prive di fondamento. È vero che la campagna elettorale è un momento rilevante della vita di partito, ma bisogna considerare che il PPE non concorre con la propria label. D’altra parte che senso avrebbe fare campagna con il proprio simbolo se poi i cittadini non possono votarlo? Il nostro compito è quello di fornire assistenza materiale e personale ai partiti nazionali che sono allineati con i nostri valori, che portano avanti il nostro stesso manifesto politico”.

Se dopo anni di dibattiti, peraltro, la predisposizione di un sistema elettorale europeo uniforme o, quantomeno, di liste paneuropee o clusters elettorali più estesi del territorio nazionale, appare ancora un miraggio, oggi più che mai è sentita l’esigenza di sostenere e rafforzare i nascenti partiti europei, fondamentale spiraglio democratico in un ordinamento fortemente retto da tecnocrati.  Fra tutti primeggia proprio il PPE, primo e più importante partito con 74 partiti membri di 38 diversi Stati, 19 Capi di governo, 9 Commissari europei e un gruppo parlamentare di 265 deputati, ma anche con un movimento giovanile senza paragoni, lo YEPP, che conta oltre un milione di giovani attivisti da tutta europa e il cui Segretario Generale è proprio un italiano, l’ex giovanissimo candidato alle europee del 2009, Carlo De Romanis.



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