Europa: al via la presidenza cipriota
Pubblicato: 5 luglio 2012 Archiviato in: Unione Europea | Tags: cipro, crisi, David Cameron, Der Spiegel, euro, europa, Hollande, italia, merkel, Monti, presidenza cipriota, rajoy, semestre, Spagna Lascia un commento »
Il primo di luglio è stato ufficialmente il giorno d’avvio della presidenza cipriota al Consiglio dell’Unione Europea. Ringraziamenti e critiche per la conclusa presidenza danese. Ma solo martedì il presidente della Repubblica di Cipro, Demetris Christofias ha cominciato la lunga serie di incontri rituali: col presidente del Parlamento europeo Martin Schultz, col presidente della Commissione europea Jose Barroso, con i leader dei gruppi politici al PE e così via. Un inizio solenne che si incunea in un periodo estremamente difficile per l’Europa. Leggi il seguito di questo post »
Dopo Grecia e Irlanda la crisi mette in ginocchio anche il Portogallo
Pubblicato: 12 aprile 2011 Archiviato in: Economia | Tags: bailout, CIA, crisi, debito pubblico, FMI, grecia, irlanda, Lisbona, moody's, Portogallo, Socrates, Standard&Poors, UE Lascia un commento »
Grecia e Irlanda non potevano far di più. Ce l’hanno messa proprio tutta, chiedendo venia in nome degli speculatori che avevano fatturato facili provvidenze e degli astuti contabili che avevano ritoccato certi capitoli di bilancio con ardite operazioni di cosmesi. Ma alla fine sono dovuti intervenire i massicci interventi di bailout di Ue e Fondo Monetario Internazionale per concedere una salvifica boccata d’ossigeno. Eppure, è una storia destinata a ripetersi. Stessa trama, piccole varianti: il prossimo della fila è il Portogallo. E l’inquietudine degli investitori non fa che creare contagiose reazioni a catena. Il mercato dei titoli di debito sovrano è in tumulto, si impennano i tassi di interesse e rendono sempre più difficile la collocazione sui mercati internazionali.
Il fatto. Sulla scia di Standard&Poors, anche la Moody’s ha effettuato un downgrading sui titoli di debito portoghesi, facendo passare il rating da un livello A3 a Baa1. In pratica, nel giro di un mese, il giudizio su tali investimenti è sceso da una soglia di rischio bassa ad una moderata. Certo, sempre meglio di S&P, che mantiene un credit watch negativo e giudica la solvibilità di Lisbona pari quasi a quella dei cosiddetti titoli spazzatura (junk bonds). L’ulteriore ribasso è comunque un importante campanello di allarme.
Da un punto di vista strettamente politico, infatti, non bisogna trascurare le dimissioni del premier socialista José Socrates, rassegnate poco tempo fa nelle mani del presidente Silva in seguito al respingimento assembleare del nuovo piano di austerity. Se con tale piano egli intendeva evitare l’inevitabile (ossia un’estrema richiesta d’appello all’Europa), le forze politiche hanno bocciato ogni tentativo, chiudendo le porte a qualsiasi soluzione compromissoria. Da ministro uscente, Socrates l’ha presa oggi «sul personale»: nessun aiuto finanziario prima delle elezioni politiche del 5 giugno. Come a dire che qualsiasi intervento su una materia come questa, delicata e suscettibile di influenzare le dinamiche interne, è off limits.
Quali sono le varianti rispetto a Grecia e Irlanda? Lo scorso maggio in Grecia, come è noto, si dovette varare un piano di salvataggio d’urgenza di circa 110 mld di euro per ripianare le falle scoperte nei conti ateniesi, fino ad allora mascherati. I tagli di spesa pubblica e l’inasprimento considerevole delle tasse causarono violenti tumulti e scioperi nelle piazze. In Irlanda, invece, il prestito accordato ammonta a 119 mld di euro. Il rosso dei conti era diventato incontrollato e la variabile era il sistema bancario, portato al collasso dall’esplosione della crisi finanziaria. Anche il Portogallo ha un debito pubblico elevato (il 15° nella graduatoria mondiale del CIA World Factbook a fronte di un 8° posto dell’Italia!!!), esposto sempre più alle turbolenze del mercato a causa della bassa produttività, della rigidità del mercato del lavoro e della schiacciante concorrenza di Asia ed Europa Centrale. Ma in questo caso la crisi politica ha contribuito ad aumentare la sensazione di incertezza e di poca affidabilità del Portogallo sui mercati finanziari. Circostanza che potrebbe, come già anticipato, dare origine a un pericoloso effetto domino in grado di travolgere la fiducia degli operatori.
Se il Portogallo fosse stato fuori dall’eurozona, la misura più facile da prendere sarebbe stata una svalutazione della moneta nazionale combinata con un’efficace leva fiscale: in questo modo si sarebbe accresciuta la competitività delle esportazioni, favorito il consumo dei beni nazionali e diminuito il peso degli interessi sul debito. L’impossibilità di agire d’autorità sul corso dell’euro, da parte dei singoli stati, rende però più opaci quei segnali di avvertimento, come la svalutazione di una moneta, che comparirebbero in caso di crisi.
Che fine hanno fatto gli Stati Uniti d’Europa? Ogni volta che si profila una recessione economica, ciascuno sembra voler lavare i panni sporchi in casa propria, aborrendo la mano tesa dei vicini per paura di irrimediabili interferenze politiche. Questo atteggiamento testimonia che la disperata corsa verso l’integrazione sta subendo pesanti battute d’arresto. I nuovi Meccanismi di Stabilità potrebbero non servire ad arginare le voragini aperte dalla crisi, in mancanza di voglia di cooperazione. Il federalismo delle parole mostra tutta la sua impalpabilità nel momento in cui, ahimé, tocca passare ai fatti.
Gli Stati Uniti alle prese col problema del debito pubblico
Pubblicato: 26 gennaio 2011 Archiviato in: Economia | Tags: bond, cina, crisi, debito pubblico, giappone, inflazione, repubblicani, spread Lascia un commento »
Anno nuovo, vita nuova, ma sempre con gli stessi, drammatici problemi. Se in Europa persiste la crisi del debito, con continui cali degli spread dei bond nelle nazioni a rischio, il gigante americano non è da meno. Nonostante una confortante diminuzione della disoccupazione, gli USA saranno costretti a dover affrontare una nutrita serie di nodi gordiani, vuoi per l’inevitabile calo dei consensi per Obama, testimoniato dalla recente vittoria dei Repubblicani nelle mid-term, vuoi per l’insostenibilità di lungo periodo del loro debito pubblico. Proprio su quest’ultimo terreno, infatti, si combatterà la battaglia più aspra nella forzata coabitazione fra Repubblicani e Democratici. Una battaglia ancor più complessa per via delle necessarie concessioni che i primi dovranno fare ai Tea Party, senza l’aiuto dei quali non avrebbero potuto raggiungere l’importante maggioranza di 242 contro 193 seggi alla Camera Bassa.
Se a marzo, come è probabile stando all’attuale trend, si dovesse raggiungere il tetto massimo di debito prefissato, il Congresso dovrebbe votare un nuovo aumento della soglia. Eppure, diversamente dalle volte passate, proprio questo voto potrebbe essere il punto di maggiore scontro non solo all’interno del Congresso, ma financo col presidente Obama, il quale non esiterebbe a porre il proprio veto su una legge che imponga tagli e misure draconiane.
Il debito pubblico americano, che nell’istante in cui scriviamo ammonta a 14.027.9506.000 $, aumenta ogni 5 secondi di centomila dollari, come mostra spaventosamente il sito http://www.usdebtclock.org/. A partire dalla recessione del 2008, la situazione fiscale statunitense ha subìto un consistente deterioramento, com’era ragionevole aspettarsi in una congiuntura economica debole. Il piano Paulson e le varie altre misure di salvataggio hanno certamente smussato parte degli effetti negativi della crisi. Eppure ancora oggi la ripresa economica d’Oltreoceano appare fragile. Bernanke, presidente della FED, ha rivelato nell’ultimo rapporto che la situazione del debito americano è strutturale e non ciclica. Dunque, anche dopo che l’economia si sarà normalizzata, il passaggio a un debito sostenibile non sarà automatico. L’invecchiamento della popolazione e il crescente costo degli ammortizzatori sociali determineranno un calo di produttività e un aumento della spesa pubblica.
Gli studi del Congressional Budget Office (CBO) prevedono, infatti, che il debito arriverà a pesare il 185% del PIL nel 2035. Oggi tale percentuale si attesta a circa il 60% del PIL. Le possibili conseguenze che potrebbero scaturire se tali previsioni si rivelassero esatte, e non fossero compensate da simili aumenti del tasso di crescita, sono note a tutti nella loro gravità: gli investitori avrebbero sempre meno fiducia e, nonostante gli elevati rendimenti dei titoli di debito, i flussi privati verrebbero dirottati verso nazioni più solide. Basta ripensare al caso della Grecia. Nell’ipotesi più grave di tutte, peraltro, le entrate dello Stato finirebbero per finanziare solo gli interessi da remunerare, e non più il capitale stesso, finché esse non riuscirebbero a pagare più nemmeno i soli interessi.
Inoltre Cina e Giappone, che attualmente possiedono quote elevatissime del debito statunitense (assieme costituiscono più del 40% dei Treasuries in mano straniera) acquisterebbero, se non ce l’hanno già, una venefica forza di ricatto a livello finanziario o, persino, la capacità di influenzare in modo pericoloso le politiche interne. John Ikenberry direbbe, allora: «Ve l’avevo detto! La strategia imperialista americana è crollata sotto le macerie dei suoi palazzi finanziari, a causa del rogo acceso dal dragone cinese. Il modello occidentale è fallito. Gli Stati Uniti sono definitivamente tramontati».
Forse, tuttavia, la scossa innescata dall’ascesa repubblicana potrebbe rendere visionarie le previsioni di molti opinion maker. Se l’ostruzionismo dei Democratici, che già hanno cominciato a ripassare i regolamenti procedurali della Camera per escogitare le prime astuzie, non impedirà di realizzare nuove riforme, probabilmente si metterà in atto il cavallo di battaglia elettorale dei Repubblicani: invece di incrementare il gettito fiscale, gli aumenti nella spesa pubblica dovranno essere finanziati da tagli. Il contenimento della spesa sarà, dunque, accompagnato da nuove politiche occupazionali e da un’auspicata riforma delle leggi sull’immigrazione, scacciando così il timore che ulteriori aumenti delle tasse rallentino la già debole crescita.
Ma è sull’inflazione che si concentrano le attenzioni di molti economisti. Krugman e Rogoff, per citarne alcuni, hanno suggerito che un aumento del tasso di inflazione non farebbe affatto male all’economia statunitense, rendendo più leggeri i costi da rientro nel deficit. Il problema, di conseguenza, verterebbe sul ruolo della Fed. Questa, infatti, persegue fin dagli anni ’80 una politica anti-inflazionistica e la sua indipendenza dal governo impedirebbe un qualsivoglia raccordo fra politiche monetarie e politiche fiscali.
Insomma, di mix di politiche economiche ce n’è per tutti i gusti. Le misure di austerity e l’attenzione sul livello dei prezzi dovranno essere dosate in modo oculato, per evitare che il trade-off con la disoccupazione aumenti. Se gli economisti si concentreranno sulla curva di Phillips, i Repubblicani guarderanno dritto negli occhi dei loro elettori.
Il vertice Roma-Berlino lancia segnali di fiducia sulla situazione economica europea
Pubblicato: 19 gennaio 2011 Archiviato in: Economia | Tags: axel weber, bailout, BCE, berlusconi, bond, crisi, euro, mario draghi, merkel Lascia un commento »
È carico di ottimismo e di speranza il messaggio del 18esimo bilaterale Roma-Berlino. Nonostante la crisi del debito campeggi ormai da parecchi mesi sull’agenda europea, i due leader hanno vicendevolmente affermato che l’Europa si trova ormai su una via di miglioramento, verso una sempre maggiore stabilità e fiducia tra gli operatori finanziari. Se il clima di allarme degli ultimi mesi aveva fatto scricchiolare le poche certezze rimaste, portando tutti a sobbalzare di terrore ad ogni minima oscillazione degli spread dei titoli considerati più a rischio (tra cui, ad ultimo, quelli del Portogallo), Silvio Berlusconi ha voluto, invece, bandire ogni raffica di catastrofismo. «Nell’ambito di una crisi dei consumi e degli investimenti è molto importante il fattore psicologico», ha ammonito il premier. «Non bisogna infondere pessimismo tra i cittadini e gli operatori, ma bisogna invece che i governi cerchino di dare una prospettiva positiva, infondendo fiducia e ottimismo».
Anche la Cancelliera, del resto, ha preferito allontanare tutti gli scenari peggiorativi fino ad ora paventati, spingendo, piuttosto, verso una politica tendenzialmente attendista. In altre parole, per quanto occorra tenere nella dovuta considerazione un generale principio precauzionale, è opportuno abbandonare valutazioni aprioristiche e aspettare che la situazione evolva autonomamente, come è accaduto con i bond portoghesi. Sul risultato della vendita dei titoli di stato portoghesi di mercoledì, infatti, la Merkel ha affermato: «Da quello che sento, è andata molto bene. Finalmente una buona notizia. Tutto sommato, il Portogallo ha preso una serie di misure ulteriori. Riteniamo entrambi che queste misure siano davvero impressionanti». La sottoscrizione massiccia dei bond portoghesi, a un tasso di interesse al di sotto del livello ritenuto problematico per Lisbona, ha dunque risollevato gli animi degli osservatori più nervosi, quelli di coloro che ritenevano il Portogallo il possibile prossimo candidato per il bailout, dopo Grecia e Irlanda.
Certo, la partita è ancora aperta ma, aggiunge il leader tedesco, «vedo le cose in modo ottimista. Penso che possiamo farcela in Europa. Dobbiamo farcela e non conosco un singolo collega in Europa che ritiene che non c’è la voglia di farcela. Questo è lo spirito con cui si dovrebbero affrontare le cose».
Solo uno spirito di forte energia e intraprendenza, dunque, sarà l’ingrediente prezioso per risolvere la crisi finanziaria e riaprire nuove opportunità di crescita in Europa, affiancate dalla disponibilità a sostenere qualsiasi Stato membro che versi in una situazione emergenziale. Perché «la solidarietà [...] e la cultura per la crescita: sono le due facce della stessa moneta». Le parole della Merkel ben si sposano con quelle di Berlusconi, che, oltre a mostrarsi onorato per un’eventuale candidatura di Draghi alla Bce, ha approfondito il tema dei consistenti interscambi italo-tedeschi, da sostenere e incentivare nella prospettiva della ripresa economica.
Da un punto di vista più prettamente politico, e riferito alla realtà italiana, invece, di fronte all’ipotesi di una Grosse Koalition per accontentare le tendenze centrifughe del partitismo italiano, Berlusconi ha espresso un pensiero apodittico: «non credo che in Italia ci sia la possibilità di una grande coalizione. Purtroppo non possiamo contare su un’opposizione socialdemocratica. È un’opposizione divisa, senza idee, senza progetti, senza leader. Non vediamo dentro questa coalizione nessuna persona che possa essere presa sul serio e con cui sia possibile parlare in modo serio».
Germania e Italia, nonostante le comuni tradizioni multipartitiche, sono oggi accomunate dal fatto di vantare governi sani e con due leader dotati di ampio consenso. Tale circostanza ha consentito a entrambe di porre in essere politiche volte a dare forte stimolo alla produttività, fattore che ha incentivato la conservazione dei più bassi tassi di disoccupazione in Europa e ha scongiurato gli effetti maggiormente negativi della recessione. I fatti eliminano i dubbi sullo stato di salute dell’Italia, che altrimenti non avrebbe potuto affiancare una candidatura, come quella di Mario Draghi, al nome di Axel Weber.
Il patto per salvare l’euro
Pubblicato: 12 gennaio 2011 Archiviato in: Economia | Tags: crisi, euro, grecia, irlanda, moody's, recessione, spread, stress test, van rompuy Lascia un commento »
Giorni grigi per la moneta unica. Moody’s ventila l’ipotesi di un downgrading dei titoli di Stato portoghesi e persino Pechino si dichiara preoccupata per la gestione della crisi del debito da parte dell’eurogruppo. In buona sostanza, tutti i pensieri sono rivolti alle conclusioni della presidenza Van Rompuy che, apparentemente gravide di intenti, sembrano quasi coprire con un velo di finto ottimismo le contraddizioni emerse nei dialoghi intergovernativi di Bruxelles.
Già, perché se tutti sono d’accordo sull’impellenza di riformare la governance economica europea, risulta invece difficile rinvenire una risposta unanime su come realizzare tale riforma. Le declamazioni magniloquenti del Rapporto sembrano voler dire tutto e nulla. Bisogna potenziare le riforme infrastrutturali secondo la strategia di Europa 2020; onorare gli impegni di bilancio ed eliminare i disavanzi eccessivi; attuare i programmi di risanamento di Irlanda e Grecia; infine, rafforzare il sistema finanziario da un punto di vista normativo ma anche di vigilanza, con particolare attenzione sugli stress test sull’apparato bancario.
Splendido. Ma sembra quasi che stiamo circumnavigando l’isola senza mai avvistare terra. Da un lato, infatti, ci sono la Merkel e Sarkozy, serrati dentro un guscio di nazionalismo e impegnati a rendere timide, ambigue o meramente programmatiche le determinazioni volte a concedere ulteriori prestiti per gli Stati poco virtuosi. Dall’altro c’è chi, come Berlusconi e Juncker, crede ancora nell’Europa e propone l’emissione di titoli di debito «eurosovrani». Infine, c’è Downing Street, che teme esternalità negative e preme per ottenere garanzie affinché le misure anticrisi non influenzino gli Stati membri fuori dall’Eurozona.
Qual è, dunque, il compromesso raggiunto? In primo luogo, è stata messa in agenda una riforma del Patto di Stabilità e Crescita, sia nella parte preventiva, per inserire nuove norme di monitoraggio dell’incremento del debito, che nella parte correttiva, a livello di procedura per il disavanzo eccessivo. Inoltre è stato approvato all’unanimità l’accordo dell’Ecofin di fine novembre, che prevedeva un’importante modifica al Trattato sul funzionamento dell’UE. In particolare, verrebbe aggiunto un terzo paragrafo all’art. 136, già contenente misure di politica economica applicabili nell’Eurozona. In virtù del nuovo inciso, sarà possibile attivare un Meccanismo di Stabilità (ESM) per salvaguardare la stabilità della zona euro nel suo insieme, ma solo ove indispensabile. In più, la concessione di assistenza finanziaria sarà soggetta a una rigorosa condizionalità.
Questo nuovo piano «salva-Stati», innescabile – lo ribadiamo – solo in quanto extrema ratio, sembrerebbe confezionato ad arte per soddisfare le richieste della cancelliera tedesca, unico leader uscito pienamente vittorioso dal Consiglio. La demagogia di Berlino, infatti, spinta dal fatto che due terzi dei tedeschi sarebbero favorevoli a un ritorno al marco, insiste sul netto rifiuto a fornire liquidità ad ulteriori bail-out. Bene, bravi. È chiaro che la Germania tenga più al proprio surplus di bilancio che non all’euro. Eppure è ancor più limpido che i costi della crisi toccherebbero anche gli stessi tedeschi, incastonati in un’Europa debole, impossibilitata a competere sia con gli Stati Uniti che, soprattutto, con l’Asia.
Il patto salva-euro, allora, sembra aver bisogno di un forte ricostituente. Occorrono regole forti e chiare, efficaci deterrenti e un grande impegno nell’assistenza finanziaria. L’Argentina è dietro l’angolo perché la bancarotta non è, purtroppo, una prerogativa dei soli Paesi in via di sviluppo e l’euro non si è affatto dimostrato immune dal ciclone recessivo.






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