Damasco come Srebrenica?

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da www.ragionpolitica.it

28 luglio 2012

Damasco come Srebrenica. Continua il massacro dopo che la Russia e la Cina hanno fatto veto. Una risoluzione Onu conteneva sanzioni economiche contro il regime di Assad. Nulla di fatto. Passa una settimana di tensioni senza che la situazione in Siria possa migliorare. Leggi il seguito di questo post »

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L’Italia apre le porte alla Cina

da www.ragionpolitica.it

 

È tra i pochi paesi ad essere uscito praticamente indenne dalla crisi mondiale. Possiede un decimo del debito a stelle e strisce e 2500 miliardi di dollari stimati in riserve valutarie. Ha un ruolo crescente in Africa ed è la maggiore potenza regionale del Sud Est asiatico. Oggi guarda all’Europa con appetito, nonostante i timori della debolezza finanziaria. È l’impero del Dragone, al quale l’Italia, grazie agli accordi firmati dal Ministro degli Esteri Franco Frattini, sta aprendo le porte. Leggi il seguito di questo post »


Gli Stati Uniti alle prese col problema del debito pubblico

 

da <www.ragionpolitica.it>

 

Anno nuovo, vita nuova, ma sempre con gli stessi, drammatici problemi. Se in Europa persiste la crisi del debito, con continui cali degli spread dei bond nelle nazioni a rischio, il gigante americano non è da meno. Nonostante una confortante diminuzione della disoccupazione, gli USA saranno costretti a dover affrontare una nutrita serie di nodi gordiani, vuoi per l’inevitabile calo dei consensi per Obama, testimoniato dalla recente vittoria dei Repubblicani nelle mid-term, vuoi per l’insostenibilità di lungo periodo del loro debito pubblico. Proprio su quest’ultimo terreno, infatti, si combatterà la battaglia più aspra nella forzata coabitazione fra Repubblicani e Democratici. Una battaglia ancor più complessa per via delle necessarie concessioni che i primi dovranno fare ai Tea Party, senza l’aiuto dei quali non avrebbero potuto raggiungere l’importante maggioranza di 242 contro 193 seggi alla Camera Bassa.

Se a marzo, come è probabile stando all’attuale trend, si dovesse raggiungere il tetto massimo di debito prefissato, il Congresso dovrebbe votare un nuovo aumento della soglia. Eppure, diversamente dalle volte passate, proprio questo voto potrebbe essere il punto di maggiore scontro non solo all’interno del Congresso, ma financo col presidente Obama, il quale non esiterebbe a porre il proprio veto su una legge che imponga tagli e misure draconiane.

Il debito pubblico americano, che nell’istante in cui scriviamo ammonta a 14.027.9506.000 $, aumenta ogni 5 secondi di centomila dollari, come mostra spaventosamente il sito http://www.usdebtclock.org/. A partire dalla recessione del 2008, la situazione fiscale statunitense ha subìto un consistente deterioramento, com’era ragionevole aspettarsi in una congiuntura economica debole. Il piano Paulson e le varie altre misure di salvataggio hanno certamente smussato parte degli effetti negativi della crisi. Eppure ancora oggi la ripresa economica d’Oltreoceano appare fragile. Bernanke, presidente della FED, ha rivelato nell’ultimo rapporto che la situazione del debito americano è strutturale e non ciclica. Dunque, anche dopo che l’economia si sarà normalizzata, il passaggio a un debito sostenibile non sarà automatico. L’invecchiamento della popolazione e il crescente costo degli ammortizzatori sociali determineranno un calo di produttività e un aumento della spesa pubblica.

Gli studi del Congressional Budget Office (CBO) prevedono, infatti, che il debito arriverà a pesare il 185% del PIL nel 2035. Oggi tale percentuale si attesta a circa il 60% del PIL. Le possibili conseguenze che potrebbero scaturire se tali previsioni si rivelassero esatte, e non fossero compensate da simili aumenti del tasso di crescita, sono note a tutti nella loro gravità: gli investitori avrebbero sempre meno fiducia e, nonostante gli elevati rendimenti dei titoli di debito, i flussi privati verrebbero dirottati verso nazioni più solide. Basta ripensare al caso della Grecia. Nell’ipotesi più grave di tutte, peraltro, le entrate dello Stato finirebbero per finanziare solo gli interessi da remunerare, e non più il capitale stesso, finché esse non riuscirebbero a pagare più nemmeno i soli interessi.

Inoltre Cina e Giappone, che attualmente possiedono quote elevatissime del debito statunitense (assieme costituiscono più del 40% dei Treasuries in mano straniera) acquisterebbero, se non ce l’hanno già, una venefica forza di ricatto a livello finanziario o, persino, la capacità di influenzare in modo pericoloso le politiche interne. John Ikenberry direbbe, allora: «Ve l’avevo detto! La strategia imperialista americana è crollata sotto le macerie dei suoi palazzi finanziari, a causa del rogo acceso dal dragone cinese. Il modello occidentale è fallito. Gli Stati Uniti sono definitivamente tramontati».

Forse, tuttavia, la scossa innescata dall’ascesa repubblicana potrebbe rendere visionarie le previsioni di molti opinion maker. Se l’ostruzionismo dei Democratici, che già hanno cominciato a ripassare i regolamenti procedurali della Camera per escogitare le prime astuzie, non impedirà di realizzare nuove riforme, probabilmente si metterà in atto il cavallo di battaglia elettorale dei Repubblicani: invece di incrementare il gettito fiscale, gli aumenti nella spesa pubblica dovranno essere finanziati da tagli. Il contenimento della spesa sarà, dunque, accompagnato da nuove politiche occupazionali e da un’auspicata riforma delle leggi sull’immigrazione, scacciando così il timore che ulteriori aumenti delle tasse rallentino la già debole crescita.

Ma è sull’inflazione che si concentrano le attenzioni di molti economisti. Krugman e Rogoff, per citarne alcuni, hanno suggerito che un aumento del tasso di inflazione non farebbe affatto male all’economia statunitense, rendendo più leggeri i costi da rientro nel deficit. Il problema, di conseguenza, verterebbe sul ruolo della Fed. Questa, infatti, persegue fin dagli anni ’80 una politica anti-inflazionistica e la sua indipendenza dal governo impedirebbe un qualsivoglia raccordo fra politiche monetarie e politiche fiscali.

Insomma, di mix di politiche economiche ce n’è per tutti i gusti. Le misure di austerity e l’attenzione sul livello dei prezzi dovranno essere dosate in modo oculato, per evitare che il trade-off con la disoccupazione aumenti. Se gli economisti si concentreranno sulla curva di Phillips, i Repubblicani guarderanno dritto negli occhi dei loro elettori.


La cartografia degli armanenti

 

Bisognerebbe ridisegnare il nostro planisfero, se l’estensione geografica dei territori fosse legata al possesso di armi di ciascuna nazione. Gli Stati Uniti sarebbero grandi come tutta l’Asia. Il Giappone più esteso della Cina. Israele e Taiwan diventerebbero più ampi dell’Australia mentre l’Africa si ridurrebbe ad un arcipelago di puntini. L’immagine cartografica che presento è del 2002, ma dopo otto anni la situazione generale non è cambiata se non per il fatto che gli Stati Uniti sono passati a spendere più di 660 miliardi di dollari per esigenze militari, raddoppiando gli stanziamenti così come ha fatto Medvedev.

Al centro di tale bizzarro mappamondo, l’Italia, grazie a giganti come Finmeccanica, potrebbe misurarsi ragionevolmente con l’intero continente sudamericano. Ad esempio, nel commercio delle armi leggere è seconda solo agli Stati Uniti (fonte: International Center for Strategic Studies). Impressionante.

In questa staffetta mondiale delle armi, però, vengono a galla alcune riflessioni:

-          le maggiori imprese produttrici di armi si influenzano a vicenda con partecipazioni incrociate e patti di voto vincolanti (es. Boeing, Northrop, Lockheed, General Dynamics). Sembrerebbe quasi che intendano creare situazioni di monopolio, forti nel condizionare i poteri pubbilci;

-          l’emergenza del terrorismo ha esasperato tali vincoli e opacizzato il mercato;

-          l’opacità delle transazioni ha reso meno individuabili i flussi di traffico illecito, che si concentrano oggi soprattutto in Colombia, sud-est asiatico e Africa dei grandi laghi;

-          i fondi sovrani hanno cominciato a investire considerevolmente nel mercato delle armi e questa è la cosa più spaventosa: in pratica il Paperone di turno sarebbe in grado di controllare lo smercio di armi in una data zona del mondo;

-          infine il possesso di armamenti nucleari, nonostante le iniziative di smantellamento e dismissione degli arsenali esistenti, crea ancora forti attriti e isolamento nei confronti degli Stati sospettati di sviluppare programmi nucleari (cioè Iran e Corea del Nord).

 L’euforia finanziaria verso gli investimenti nel terrore non è stata soggetta alla crisi, anzi si è sviluppata grazie ad essa e continua ad esserlo, alimentando un mercato temibile, forse fonte di ulteriore instabilità geopolitica globale. Ecco perché l’Unione Europea si è cominciata a preoccupare veramente di attuare PESC e PESD! La grande potenza tranquilla e pacifica svilupperà adesso programmi di liberalizzazione del mercato delle armi con l’obiettivo di creare nuovi colossi in grado di competere, ovviamente, con gli americani. Aumento della sicurezza e difesa in Europa, dunque, o semplicemente… affari?


Il Grande Bavaglio Cinese

tratto da “A Voce Alta”

L’abilità secolare dei cinesi nel costruire barriere colossali e invalicabili non sarebbe pienamente comprensibile solo con lo studio delle tecniche architettoniche e ingegneristiche che permisero loro nel III secolo a.C. di innalzare l’arcinota Muraglia Cinese. Da qualche decennio, infatti, le autorità governative si stanno scervellando per erigere una barriera di censura che risulti la più invalicabile possibile. Eppure, come secoli prima i Mongoli riuscivano a invadere i territori protetti dai quasi 9000 km di fortificazioni, facendo leva sulle porte di accesso che, necessariamente, erano state predisposte, così oggi blogger e internauti tentano di valicare le soglie di permessività concesse alla divulgazione informativa dalla Repubblica Popolare Cinese.

Attenzione, però! Perché emerge paradossalmente un altro aspetto fondamentale dal parallelismo poc’anzi effettuato: se gli invasori colti nel sacco automaticamente diventavano prigionieri di guerra, nel 2010 anche i giornalisti beccati a commemorare l’anniversario degli eventi di Piazza Tianamen o a diffondere superstizioni “feudali” (così prevede infatti un articolo della Legge sulla sicurezza e la protezione dei media in vigore dal 1997) rischiano la prigione. Insomma, pare proprio che la storia sia destinata a ripetersi, anche se in un settore totalmente diverso.

Il funzionamento dei machiavellici congegni di censura, che hanno causato di recente la rottura con Google, è affidato a una rete di agenzie governative che fa capo al Dipartimento Centrale per la Propaganda del Partito Comunista (CPD), il quale svolge un ruolo di coordinamento, assicurandosi che i contenuti delle notizie diffuse rimangano conformi alla dottrina del partito. Le direttive promananti da quest’organo restringono la trattazione di argomenti politicamente sensibili, come disastri ambientali, le relazioni con il Tibet, quelle con Taiwan o l’insorgenza di malcontenti interni.

L’antinomia più folle di tutte risiede in ciò che la classe dirigente del paese, ovviamente, non fa affidamento sulla stampa cosiddetta “libera”. Per colmare, dunque, un tale gap informativo, ecco nascere a macchia d’olio una serie di agenzie stampa deputate a diffondere notizie, classificate come riservate, ad un pubblico ristretto, vale a dire i maggiori funzionari statali. La più importante di queste è la Xinhua, dai cui bollettini il presidente Hu Jintao in persona ha potuto apprendere ex novo il verificarsi di una serie di tumulti etnici nella regione dello Xinjang, per poi farvi un viaggio in modo da placare i dissidi.

Poco male, dunque, se i giovani cinesi non potranno iscriversi su Facebook, scopiazzare informazioni da Wikipedia o imparare l’inglese da BBC News. L’assurdità del Grande Bavaglio si manifesta, invece, nelle problematiche gravi che ne derivano, nonostante negli ultimi tempi, specialmente dopo le Olimpiadi del 2008, sembrerebbero essersi allentate lievemente le cinghie. Tanto per fare un esempio, l’epidemia della SARS avrebbe causato certamente molte meno vittime se i leader cinesi avessero autorizzato la diffusione immediata della notizia. Le pratiche di censura, peraltro, sono solo un blando palliativo contro le insurrezioni. Neanche il Grande Bavaglio riuscirebbe ad arrestare i parossismi di un malcontento sviluppatosi latentemente, fallendo nel tentativo infausto di mantenere un regime che la gente non vorrebbe più.

Un ultimo dato rimane da analizzare: esiste un’organizzazione, chiamata Reporters Without Borders, che pubblica annualmente una classifica dei paesi secondo il livello di libertà di stampa. Non stupisce il fatto che la Cina sia 168esima su 175. E l’Italia? Il suo 49esimo posto, con tanto di annessa freccettina in salita, ci fa ancor di più impensierire, se ci si rende conto di trovarsi persino dopo il Ghana, il Suriname o la Namibia!


Alchimie politiche per l’ambiente a L’Aquila

tratto da “A Voce Alta”

Venerdì è stato approvato alla House of Representatives americana un bill of rights per l’ambiente che si propone di ridurre le emissioni dei gas responsabili dell’effetto serra e di incentivare l’uso delle fonti energetiche ecosostenibili. Se questo documento verrà approvato anche dal Senato passerà alla storia come uno dei primi papers capaci di allineare gli indisciplinati Stati Uniti agli standard europei. Ori e allori per Obama.

 

Ma già le prime polemiche sono state sollevate in vista del G8 all’Aquila, non essendosi raggiunto alcun accordo né sul termine iniziale da prendere come riferimento per gli studi scientifici ambientalistici (c’è chi vuole il 1999 e chi il 2005) né sullo scalino di temperatura media mondiale da ridurre entro il 2050, la cui quantità sarebbe tuttora oggetto di litigio.

 

C’è chi, come il danese Christensen, un pezzo grosso nel campo degli studi sui cambiamenti climatici, teme l’eventualità di un’intesa bilaterale Cina-U.S. Una tale relazione potrebbe avere, non a torto, effetti devastanti per l’intero ambiente essendo entrambi gli Stati i maggiori produttori mondiali di gas-serra. L’instaurazione di rapporti diplomatici bilaterali, che escludano quindi il resto della comunità internazionale, porterebbe quasi sicuramente alla fissazione di standard comuni più bassi fra i due Stati e cancellerebbe nell’immediato i virtuosismi incipienti dell’amministrazione Obama. Deludendo le aspettative mondiali, quindi, gli Stati Uniti aggirerebbero nuovamente il pesante fardello del global warming e sarebbero, ahimé, seguiti a ruota libera da paesi in via di sviluppo con emissioni alte, come l’India, o da paesi con politiche forestali detrimenti, come il Brasile, che per sottrarsi a responsabilità nella comunità internazionale, si potrebbero tranquillamente appigliare al rispetto degli standard statunitensi. Senza contare che la produzione capitalistica americana e asiatica, vincolata a misure di sicurezza e standard minori rispetto alle industrie del vecchio continente, sarebbe in grado di competere a costi minori – e già lo fa -, facendo leva su un maggiore impatto concorrenziale e creando esternalità negative (per l’appunto l’inquinamento) che inevitabilmente finirebbero in parte a carico anche delle imprese europee, sempre più indotte a delocalizzare i loro stabilimenti. Un eterno circolo vizioso.

 

L’aggravamento di questo circolo non può che portare a una flebile ma inarrestabile recessione economica per l’Europa, sempre più dipendente dall’Asia per risparmiare su manodopera e lavorazione delle materie prime. Tuttavia, in questo modo, i paesi in via di sviluppo non potranno più contare sui fondi e sugli stanziamenti dei paesi economicamente avanzati in grado di consentire a loro di avviare processi di allineamento con gli standard antinquinamento necessari a proteggere l’ambiente. Per evitare questo scenario catastrofico, l’unica via possibile, in occasione del summit dei big mondiali, è la ricerca di una delicata e probabilmente esplosiva alchimia politica che faccia mettere tutti anche solo temporaneamente d’accordo e che tenti di raggiungere un equilibrio necessario e auspicabile.

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