L’Italia apre le porte alla Cina
Pubblicato: 22 luglio 2011 Archiviato in: Esteri | Tags: africa, Bruxelles, canton, cina, debito USA, europa, expo 2010, frattini, Li Keqiang, Pechino, shanghai, xiqing Lascia un commento »

È tra i pochi paesi ad essere uscito praticamente indenne dalla crisi mondiale. Possiede un decimo del debito a stelle e strisce e 2500 miliardi di dollari stimati in riserve valutarie. Ha un ruolo crescente in Africa ed è la maggiore potenza regionale del Sud Est asiatico. Oggi guarda all’Europa con appetito, nonostante i timori della debolezza finanziaria. È l’impero del Dragone, al quale l’Italia, grazie agli accordi firmati dal Ministro degli Esteri Franco Frattini, sta aprendo le porte. Leggi il seguito di questo post »
Effetto Fukushima
Pubblicato: 24 marzo 2011 Archiviato in: Esteri | Tags: Bruxelles, Chernobyl, energia, giappone, libia, Libya, nucleare, russia, terremoto, tsunami Lascia un commento »
La tragedia in Giappone avrà dei pesanti effetti collaterali. Non solo nel Paese colpito dal disastro, che, dalle stime della World Bank, subirà una perdita di 4 punti percentuali del PIL solo per ripianare i danni. Ma anche nel resto del mondo, il cui equilibrio energetico sta soffrendo forti scosse, amplificate dalle operazioni in Libia. In Europa, per ciò che ci riguarda, è stato avviato un vero e proprio autodafè in merito alle 200 centrali nucleari operative nel Vecchio Continente. E così da Bruxelles si leva il monito del Consiglio straordinario dell’energia: urge sottoporre a stress test tutte le centrali nucleari. È questo l’effetto Fukushima. Finché le cose non accadono, nessuno si cura di esse. Ma quando poi si verificano, ecco che fanno tutti a gara per levarsi cappello e pastrano al fine di rimboccarsi le maniche.
Per non piombare in un insidioso qualunquismo, allora, è essenziale fare i dovuti distinguo. In Giappone sappiamo bene come è andata. La combinazione di un terremoto di magnitudo 9 della scala Richter – il quarto più potente della storia – e di un’onda alta più di 14 metri è stata micidiale. Le centrali nucleari sono dotate di sofisticati meccanismi di sicurezza e di dispositivi antisismici. Tuttavia, nella centrale di Fukushima, le misure di emergenza erano affidate solo a sistemi «attivi» – mancavano dunque quelli «passivi» – che si caratterizzano per essere alimentati da energia elettrica. E terremoto e tsunami hanno reciso ogni collegamento. Esistevano, tra l’altro, 4 motori diesel sostitutivi, ma lo tsunami è stato in grado di mettere fuori uso anche quelli. In più, i reattori di Fukushima risalgono al 1971. Non stupisce, perciò, che la loro obsolescenza stia rendendo impervie le manovre di raffreddamento del nocciolo. Sfortuna vuole che i reattori avrebbero dovuto essere spenti entro quest’anno, considerato che la vita massima prevista si aggira intorno al quarantennio.
Ma l’Europa non è un arcipelago. E il placido Mediterraneo difficilmente potrebbe vendicarsi con travolgenti muri d’acqua. Circostanze simili sarebbero alquanto improbabili. Non ci troviamo in una zona, come il cd. «punto triplo» del Giappone, in cui si riuniscono ben quattro placche tettoniche. Noi siamo comodamente adagiati sulla placca euroasiatica, le cui frizioni con quella africana sono ben lungi dal provocare eventi apocalittici. Del resto, il retaggio di Chernobyl, di cui molti conservano ancora vividi ricordi, ci ha portato ad essere molto più accorti, evitando di prolungare la vita di centrali superate e mirando sempre su impianti di ultima generazione. Detto questo, l’effetto Fukushima non deve essere visto negativamente se i fari puntati sul nucleare porteranno a misure di sicurezza più rigide. Come ragionevolmente afferma il Ministro degli Esteri, Frattini, non serve avere «nessun ripensamento sul nucleare in Italia ma solo, dopo quanto accaduto in Giappone, una doverosa riflessione per fare meglio». In un momento come questo, in cui ci si appresta a votare un referendum su tale spinosa questione, la cautela è d’ordine. Eppure, chiarifica Frattini, quando «noi parliamo di nucleare, lo facciamo in prospettiva. Ci riferiamo a centrali di nuova generazione, sicure. Cosa completamente diversa rispetto a quelle giapponesi, vecchie di 30-40 anni». Bene, quindi, la decisione del consiglio di Bruxelles di esperire entro la fine dell’anno controlli, a partire dalle centrali di prima generazione. Stress test volontari sono stati chiesti anche a paesi vicini come l’Ucraina e la Russia. La fase immediatamente successiva consisterà nel fissare dei criteri precauzionali sulle centrali. Criteri che potranno riguardare i sistemi di raffreddamento, la tutela contro gli errori umani, l’età degli impianti, i tipi di reattori, le protezioni da inondazioni, eventi tellurici o attacchi terroristici. Verso un nucleare sempre più sicuro.
L’Europa chiede una riforma delle regole della finanza mondiale
Pubblicato: 18 novembre 2010 Archiviato in: Economia | Tags: BCE, bernanke, Bruxelles, cowen, crisi del debito, fed, finanza mondiale, G20, iniezione di liquidità, irlanda, paesi emergenti, seoul, speculazione, svalutazione dollaro, yuan Lascia un commento »
La fragilità e la laconicità dei dialoghi dei grandi al Coex di Seul hanno fatto riemergere alcuni dei punti deboli della finanza e del sistema monetario internazionale rimasti insoluti dopo lo scorso vertice londinese dell’aprile 2009. Nonostante l’autorevolezza e la piena legittimazione del Financial Stability Board presieduto da Mario Draghi, non ci sono state proposte concrete di riforma della governance globale del settore. Per di più, Sarkozy ha reso più che palese la sostanziale disfatta di questo vertice con il suo annuncio di voler procedere aD una riforma monetaria profonda in occasione del prossimo vertice, previsto per il 2011.
Tante promesse, dunque. Tanti buoni propositi. Ma l’economia mondiale vive ogni giorno sul filo di un rasoio che assiste, dalle sue due estremità, allo spettacolo di Obama e Hu Jintao che si palleggiano quotidianamente allusioni pungenti ai propri metodi di conduzione delle politiche domestiche. Pechino è accusata di voler approfittare della mancanza di regole coercitive per non rivalutare lo yuan. Circostanza che favorirebbe il mantenimento di un’elevatissima competitività di una valuta il cui valore reale è parecchie volte superiore rispetto a quello nominale. Per contro, Washington sarebbe colpevole, forse con un atteggiamento simile a quelli tenuti nel passato, di voler esportare la crisi interna mediante l’attuazione di politiche monetarie «extra-loose».
Effettivamente, le molteplici iniezioni di liquidità tramite emissione di bonds della Fed di Bernanke, in combinazione con la stampa di nuova moneta, hanno avuto l’effetto di stimolare una significativa svalutazione del dollaro e di irrobustire i movimenti speculativi sui mercati dei paesi emergenti. La combinazione letale con le scelte di politica monetaria cinese hanno generato una evidente stagnazione mondiale.
Come si muove l’Europa in questa difficile congiuntura? Non bene, purtroppo. È di queste ultime ore la notizia che non solo l’Irlanda, ma anche il Portogallo verserebbe in una situazione non del tutto florida. Un eccessivo rapporto deficit/Pil, che per Dublino è al 32% mentre Lisbona si attesta sul 7,3%, fa terrorizzare gli esperti che temono contagi epidemici, nonostante le riassicurazioni di Cowen sulla solidità del sistema. E a tutto ciò si aggiunge l’appello di Mervyn King, governatore della Banca Centrale inglese, affinché si predispongano misure per fronteggiare l’eccessiva inflazione interna. Insomma, la crisi del debito e la recessione creano preoccupazioni ovunque.
Per adesso Bruxelles è in guardia e fa tintinnare i 750 miliardi del European Financial Stability Fund. Eppure, se si riuscisse effettivamente a riformare il sistema monetario globale, questi problemi sarebbero scongiurabili più facilmente. L’eccessiva volatilità dei flussi di capitale, suscettibili di inondare di liquidità un paese e di mandarne in bancarotta un secondo, in tempi super-rapidi, sarebbe uno dei problemi maggiori. Lo stesso presidente Berlusconi, nella sua lettera al G20, ha trasmesso l’impegno a promuovere riforme di impatto globale per «affrontare i temi della speculazione finanziaria e della manipolazione dei mercati».
Ankara chiude il dialogo democratico coi curdi. L’UE si acciglia.
Pubblicato: 8 dicembre 2009 Archiviato in: Esteri | Tags: Ahmet turk, Armenia, Bruxelles, DTP, Erdogan, ingresso turchia, Kurdistan, Ocalan, PKK, questione curda, Siria, Turchia, UE Lascia un commento » tratto da “A Voce Alta”
Il segretario del DTP, Ahmet Turk
Recep Tayyp Erdogan, nelle vesti di segretario dell’AKP, Partito per la Giustizia e lo Sviluppo turco, non parrebbe pronto a salutare con molto favore la possibile decisione della Corte Costituzionale turca circa lo scioglimento del DTP, Demokratik Toplum Partisi o Partito della Società Democratica. Se l’imminente sentenza, infatti, avesse un esito in tal senso, nel parlamento a maggioranza musulmana si rischierebbe di ricorrere nuovamente alle urne. Ma non solo.
La questione curda è ancora sanguinolenta mentre il PKK, Partito dei lavoratori curdi, è ancora fuorilegge. Il leader, Abdullah Öcalan, peraltro, è oggi in stato di detenzione in territorio turco, nel costante rischio di essere sottoposto a pena di morte. Certo, nel conflitto fra stato turco e PKK ci hanno rimesso la vita circa 40.000 persone e Öcalan è ritenuto colpevole di numerosi crimini contro l’umanità. Ma ha comunque diritto a un processo che gli garantisca il diritto di difesa. Se questo rappresenterebbe un passo verso la democrazia, così come è stata la sorta di amnistia concessa ai gruppi militanti del PKK, un enorme passo indietro sarebbe, invece, quello della sentenza contro il DTP.
Occorre sapere, infatti, che tale movimento rappresenta l’unico valido interlocutore in seno al parlamento per la negoziazione della questione curda. Il suo leader, Ahmet Türk, ha dichiarato che, qualora il suo partito venisse dichiarato fuorilegge, essi continueranno a lottare dal basso per i diritti del popolo curdo, una volta bloccati a livello istituzionale.
Ankara e il governo Erdogan non farebbero di certo una bella figura nei lustri dei salotti europei, deludendoci nonostante la buona condotta con l’Armenia, con la quale si starebbero riallacciando i primi rapporti commerciali, con la Siria, nuovo partner politico a seguito della pietra posta sopra Alessandretta, nonché con il Kurdistan, all’interno del quale, nonostante le accuse di sostegno alla guerriglia curda, è stata annunciata l’apertura di un consolato. Se i segni di distensione e di non sottomissione alla politica militare americana – in Turchia sono ancora presenti basi statunitensi ma non c’è stata nessuna prova di collaborazione nella guerra contro l’Iraq – si sposano volentieri con il progressivo laicismo nazionale come inaugurato da Ataturk, l’apogeo turco riprecipita verso il basso in vista di una tale probabile sentenza. Mentre gli europei, quindi, si accigliano per via della chiusura repentina di un canale di dialogo con l’unico esponente legale dei curdi, Erdogan si acciglia ancor di più, poiché, col via libera della sentenza, 14 membri del DTP sarebbero cacciati dal Parlamento e, sommandosi alle attuali vacanze, costringerebbero la nazione allo svolgimento di nuove elezioni.
La maggioranza, detenuta dallo stesso Erdogan, ha comunque in mano la situazione: dovrà dare il suo assenso alle dimissioni forzate dei parlamentari. La partita, quindi, è ancora aperta. Eppure, da Bruxelles si rimugina quotidianamente sull’opportunità dell’ingresso della Turchia in Europa, poiché, si vocifera, se tale decisione andasse in porto e il DTP fosse sciolto, non è escluso che Ankara e dintorni siano presi d’assalto da attacchi terroristici in segno di ritorsione.






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