Il tormentone di fine estate: le elezioni anticipate

da ragionpolitica.it

26 agosto 2012

Che le vacanze estive stiano portando consiglio ai politici italiani è sicuramente un bene, visto che le giornate burrascose, trascorse a monitorare lo spread ora dopo ora, avevano fatto ricredere in molti su quel governo Monti pacato e deputato a fare le riforme necessarie all’Italia. Le riflessioni sotto l’ombrellone, invece, pare stiano determinando una rinnovata volontà di accordarsi su una questione particolarmente spinosa: la legge elettorale. Leggi il seguito di questo post »

About these ads

Silvio is back!

485-11.jpg

da ragiopolitica.it

Fra i palazzi già si sapeva da tempo, ma doveva essere un’arma da sfoderare all’ultimo, una sorpresa dell’ultima ora della quale neanche lui stesso ne è ancora pienamente convinto. Ritornare? Non ritornare? Le dinamiche di questo passaggio sono complesse e così mutevoli che una semplice frase sganciata come una bomba da un occhiello del Corriere della Sera è suscettibile di smuovere ogni equilibrio, fino a far crollare il castello. Ebbene sì.

Pare che Berlusconi voglia Leggi il seguito di questo post »


Lavori in corso nel Popolo della Libertà per le Primarie

primarie pd vignetta

da ragionpolitica.it

Fervono i lavori nei cantieri del Popolo della Libertà per scegliere il metodo migliore con cui svolgere le primarie. Dopo che lo scorso ufficio di presidenza ha stabilito in modo irrevocabile il principio secondo cui il leader del principale partito di centro-destra (e della sua eventuale coalizione) verrà scelto in modo plebiscitario, adesso l’urna Leggi il seguito di questo post »


Il Popolo della Libertà dice sì alle primarie

 

da ragionpolitica.it

Si conclude con sette punti l’Ufficio di Presidenza del Pdl che ha visto discutere animosamente, ma con lungimiranza, la dirigenza al completo del partito. Più di quattro ore di dibattito nel riserbo delle sale di Palazzo Grazioli e un documento finale, votato all’unanimità, con cui il Pdl si impegna a tenere una linea unica in vista delle elezioni. Leggi il seguito di questo post »


Murdoch attacca nuovamente Berlusconi

27 ottobre 2011

Non ci stanno, alcune lobby inglesi, a credere che l’Italia abbia riacquistato piena fiducia e credibilità nell’Eurozona, dopo le rassicurazioni e gli stretti impegni temporali presi con la lettera di intenti dal Presidente Berlusconi. Non ci stanno per niente e per mostrare il loro disagio non rimane loro che scimmiottare le nostre opposizioni con articoli di fondo lambiccati e scopiazzati dal solito paiolo anti-berlusconiano.

C’è un editoriale del Times, ad esempio, che apre con una affermazione apodittica: l’Italia si libererebbe volentieri di Silvio Berlusconi.
Leggi il seguito di questo post »


Perché l’Italia non è a rischio default

da http://www.ragionpolitica.it

L’Italia è ben lungi dal cadere in default. Sembrerebbe un’affermazione paradossale, in un momento in cui il nostro paese viene da un downgrade di trenotches da parte di Moody’s. Tuttavia, per interpretare al meglio la decisione di declassare il merito del nostro credito al livello A2 (che nella scala che parte da una tripla A si trova al sesto posto), bisogna arrivare a comprendere che spesso queste prese di posizione derivano sì da valutazioni economico-finanziarie, ma anche e soprattutto da considerazioni prettamente politiche Leggi il seguito di questo post »


Napoletani beffati dal loro eroe

 

da www.ragionpolitica.it

 

Napoli brucia. Napoli puzza. E nel frattempo si infiamma di proteste e di vapori tossici. Nemmeno il caro buon De Magistris ha la bacchetta magica. Proprio lui, in uno sciagurato venerdì 17, aveva sbandierato la sua arma migliore: il populismo demagogico. Durante una conferenza stampa aveva dato sfoggio della sua magniloquenza: «In quattro-cinque giorni la città e la provincia di Napoli saranno liberate dalla spazzatura!» Tuttavia, il Re Mida dei rifiuti, colui che vorrebbe trasformare la spazzatura in oro, deve ancora fare i conti con una serie di impicci.

Primo: l’Asia, società che gestisce i servizi di igiene urbana nel capoluogo campano, ha comunicato in uno sconcertante dispaccio che la quantità di rifiuti ancora da smaltire ammonta a 2.360 tonnellate solo a Napoli (e circa 19 mila in tutta la provincia). Un ammasso che si accumula pericolosamente di ora in ora. A peggiorare la situazione si aggiungerebbe lo sciopero dei lavoratori della Lavajet, una ditta appaltatrice incaricata di prelevare le tonnellate di immondizia del centro di Napoli. Dunque, procedere alla liberazione delle strade diventa sempre più un’operazione di straordinaria difficoltà.

Secondo: le baruffe politiche non vengono incontro all’emergenza. Solo ieri il presidente della Provincia di Napoli, Luigi Cesaro, aveva provato a scalzare l’inerzia, approvando tre diversi siti di trasferenza su cui smistare gli eccessi. Con una capienza di 21 mila tonnellate, le aree individuate fra Acerra e Caivano avrebbero consentito di mettere una pezza al problema. Ma, ancora una volta, c’è chi vuole tenersi buoni i propri elettori e così il sindaco di Caivano, Antonio Falco, ha lanciato il suo personale ultimatum: «Piuttosto che ritirare l’ordinanza, mi dimetto». Irritato per non essere stato consultato dal Prefetto (ma non era un’emergenza?), il sindaco forcaiolo aveva, infatti, emesso un’ordinanza che vietava l’accesso ai mezzi con i rifiuti nell’area designata. Col risultato di fomentare i manifestanti schierati di fronte al capannone e pronti a installare un presidio fisso, per impedire l’ingresso ai prossimi camion.

Terzo: a mettere a rischio la credibilità del sistema ci sarebbe anche il nuovo e, a quanto pare, redditizio, business della Tarsu. A ben 32 milioni di euro ammonterebbe il gettito della tanto odiata «tassa sulla monnezza», che però non sarebbe mai finito nelle casse smunte del Comune. L’Aip (Azienda Italiana Pubblicità) , con sede a Milano, era la società, oggi fallita, incaricata di riscuotere questo ed altri balzelli per conto di alcuni enti. Proprio la GdF di Milano aveva cominciato ad indagare sulla misteriosa scomparsa di circa 50 milioni di euro, riscossi e mai girati alle amministrazioni. In buona sostanza, secondo quanto ritiene il gip, l’Aip non faceva altro che spostare il denaro su altri conti correnti, per farlo poi finire nelle tasche dei consiglieri e degli amministratori furbetti. E così, mentre questi sono finiti ai domiciliari per peculato e bancarotta fraudolenta, importanti dirigenti sono indagati. Spicca fra questi Ida Alessio Vernì, compagna di Raffaele Tecce, ex senatore rifondarolo. Quattro anni di riscossione tributi e il Comune di Napoli non si era mai «chiesto» che fine avessero fatto. L’amministrazione Iervolino aveva già mostrato i suoi limiti al tempo in cui, per fronteggiare l’aggravarsi della crisi, Berlusconi aveva dovuto inviare sul posto il commissario Bertolaso. Ma i cittadini, non contenti, hanno voluto premiare alle ultime amministrative l’icona vivente delle inchieste archiviate, il beneamato «Giggino». Con il risultato che, anche stavolta, traboccano le promesse (come quella sulla raccolta differenziata). Ma quante di queste, e non è solo un gioco di parole, dovranno essere archiviate?

Insomma, De Magistris avrà un bel da fare in questi giorni. Il tempo scorre e tutti si chiedono se mai sarà in grado di mantenere la sua promessa. Ma le ore sono corte e i napoletani diventano sempre più furibondi. Chi l’avrebbe mai detto che proprio loro, quelli che pagano una tassa sui rifiuti fra le più alte d’Italia, sarebbero stati beffati così clamorosamente? Di rifiuti a Milano non ne vogliono vedere neanche l’ombra. Eppure nessuno sapeva che, grazie a quegli stessi rifiuti, qualche milanese navigava nell’oro.


Approvato il Codice Antimafia

 

da www.ragionpolitica.it

 

Svolta epocale per Angelino Alfano. Il Consiglio dei ministri ha approvato il Codice antimafia, in attuazione della delega concessa dal Parlamento. Uno strumento che non ha precedenti nella nostra storia legislativa e che farà portare a casa del Guardasigilli uno dei maggiori successi degli ultimi anni. Solo attraverso una saggia e ragionevole armonizzazione della cospicua normazione antimafia, infatti, sarà possibile svolgere un’azione efficace di lotta alla criminalità organizzata.

Giudici e Forze dell’Ordine avranno a disposizione strumenti più incisivi e agili. Ma andiamo nell’ordine. Questo codice, infatti, non giunge all’improvviso. È, piuttosto, il frutto del difficile lavoro di riforma della legislazione antimafia, inaugurato fin dall’insediamento del quarto Governo Berlusconi nel 2008. Le iniziative portate a termine sono state tante e tutte pregiudiziali all’entrata in vigore del succitato codice. Si va dal rafforzamento del ruolo di Procuratore nazionale antimafia all’istituzione dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni confiscati o sequestrati alla criminalità organizzata (che ha saputo far fruttare un vero e proprio tesoretto finanziario e immobiliare di 21,5 miliardi di euro). Tra le altre innovazioni, figuravano la possibilità di aggredire i patrimoni dei mafiosi defunti e, nella medesima ottica, la separazione delle misure patrimoniali da quelle personali.

Il nuovo codice, dunque, completa il quadro della materia, attuando un riordino con soli 132 articoli, suddivisi in cinque libri. (fonte: Ministero della Giustizia) Se parecchie norme sono meramente ricognitive della disciplina previgente, non si può disconoscere l’importanza della nuova collocazione sistematica, che elimina il disordine e la frammentarietà legislativa e smussa tutte quelle incongruenze che creavano incertezza giuridica. Da sottolineare, comunque, un paio di interessanti novità. La prima riguarda la documentazione antimafia (Libro III), che gioverà dell’istituzione di una banca dati nazionale per il monitoraggio delle imprese. Tale banca farà parte di un sistema integrato cui potranno accedere in via informatica anche le pubbliche amministrazioni che vorranno stipulare contratti con privati o procedere all’assegnazione di appalti. Inoltre, è stato aggiornato l’elenco delle fattispecie di infiltrazione mafiosa, prendendo atto delle condotte illecite degli ultimi anni. Una seconda innovazione riguarda la revocazione della confisca, possibile ormai solo in casi eccezionali. Gli enti assegnatari incaricati di valorizzare i beni sottratti alla mafia, dunque, potranno gestirli con la sicurezza dell’irreversibilità della confisca e investire sul loro uso per destinarli, ad esempio, a finalità sociale. Se prima la giurisprudenza aveva riconosciuto il diritto a chiedere la restituzione del bene, oggi la confisca del patrimonio mafioso si assimila meglio all’espropriazione per pubblica utilità.

Cosa manca al Codice antimafia per entrare definitivamente in vigore? L’iter del provvedimento, trascorsa questa fase preliminare, coinvolgerà direttamente il Parlamento, la stessa assemblea che ha approvato il piano straordinario antimafia (la legge di delega, ndr.) all’unanimità. È per questo che il ministro dell’Interno Maroni si dice fiducioso circa la possibilità che la conferma parlamentare possa avvenire anche prima dei 60 giorni di efficacia transitoria del decreto, in modo che l’ulteriore passaggio al Consiglio dei Ministri si perfezioni entro l’estate. La lotta alla criminalità organizzata è stata da sempre un fiore all’occhiello del Presidente Berlusconi. Che non ha mai esitato nel destinare gli sforzi del governo allo scopo, ottenendo clamorosi successi. Come ad esempio, la cattura di 32 pericolosi latitanti su 34, il 16% in più di operazioni di polizia giudiziaria e l’arresto di 8.466 mafiosi. Ma il fondo unico di giustizia, che sottrae alle casse delle banche le enormi ricchezze della mafia, rimane il tassello più importante della riforma: con questo si sono recuperate ben 2.166 milioni di euro. Nel nuovo codice molte misure favoriranno proprio la rivalorizzazione e la proficua gestione dei beni dei mafiosi. Dunque, largo al codice antimafia, per una spallata finale alla criminalità organizzata.


Roma e Bucarest: l’agreement di cooperazione

 

da www.ragionpolitica.it

 

Immigrazione e cooperazione economica sono i principali argomenti del secondo vertice bilaterale Roma-Bucarest. L’Italia si associa alla scommessa della Romania sul suo ingresso a Schengen, solo dietro garanzie di sicurezza e correttezza dei controlli di frontiera. L’intenzione di Basescu è di entrare a pieno titolo nella «fortezzaEuropa» entro il 2011, ma è vischioso il processo volto a sopire la diffidenza dei vicini europei. «Abbiamo avuto in passato problemi per la presenza di cittadini romeni in Italia, ma sono ora assolutamente superati» ha assicurato il Presidente Berlusconi al termine dell’incontro di palazzo Cotroceni.

Da qui la comune responsabilità nel combattere la criminalità organizzata, la corruzione e l’illegalità. Problemi severi che, fino ad oggi, avevano impedito alla Romania (ma anche alla Bulgaria) di essere ammessa al club delle libere frontiere. A guidare il fronte del «no» sono state da sempre Francia e Germania. Nel ritenere prematura l’eventuale adesione dei due Paesi, la Merkel e Sarkozy sottolineano l’esistenza di punti deboli nelle procedure per il rilascio dei visti e nei controlli doganali. Verrebbe il sospetto che la loro sia più una strategia politica, vista la conformità dei candidati ai criteri tecnici. Ad avvalorare la tesi, infatti, basta richiamare alla mente la forte campagna di espulsione dei rom scatenata da Sarkozy come concessione al Front National di Marine Le Pen. Magistrale la sua débacle qualora i romeni appena cacciati, sarebbero ritornati sul suolo francese, legittimati a pieno titolo da un nuovo passaporto di libertà. Berlusconi, invece, considera ormai «dimenticati» i problemi sorti in passato fra i due Paesi per una serie sfortunata di episodi, e si prepara ad inaugurare una nuova stagione di collaborazione amichevole e di partnership economica. 

La crescita e il conseguente miglioramento del tenore di vita dei cittadini sono la misura più efficace per il contrasto della criminalità organizzata. Nel ricevere le chiavi della città dal sindaco di Bucarest, Sorin Oprescu, il premier ha sottolineato che nel nostro paese vivono più di un milione e duecentomila romeni, mentre in Romania sono operanti oltre 16 mila imprese italiane. Il primo ministro Emil Bol ha poi evidenziato che, essendo l’Italia il secondo partner commerciale della Romania, «i rapporti fra i due Paesi vanno ben oltre la comune appartenenza alla cultura latina». Massicce sono, infatti, le opportunità di investimento diretto delle imprese italiane nelle maglie dell’economia rumena. L’istituto per il Commercio Estero ha riconfermato, nonostante la crisi, l’elevato contributo dell’imprenditoria domestica (oltre il 7% del Pil romeno). Inoltre, l’Ambasciatore italiano a Bucarest, Mario Cospito, ha rimarcato l’importanza della partnership soprattutto in vista degli obiettivi di ampliamento della rete infrastrutturale rumena, ad oggi poco sviluppata nel vasto territorio. La crisi finanziaria, peraltro, ha lasciato anche qui pesanti strascichi. E Berlusconi ha riconosciuto che «lo stato romeno ha saputo prendere misure molto impopolari, ma assolutamente necessarie, che avranno effetti positivi per il paese e per i cittadini. Sono certo, ha aggiunto, che il popolo capirà e che le prossime elezioni premieranno il governo». Anche l’esecutivo di Bucarest, infatti, ha dovuto affrontare la stretta della crisi con misure draconiane e tagli volti al risanamento dei conti pubblici. Speriamo dunque che il vicino balcanico dia prova del suo rinnovato impegno, in un periodo come questo, in cui l’Italia deve fronteggiare, dopo il rinfocolarsi degli sbarchi a Lampedusa, la smisurata emergenza dell’immigrazione.


La moratoria sul nucleare è un atto di responsabilità

 

da www.ragionpolitica.it

 

La moratoria sul nucleare, prevista da un emendamento del Governo al decreto omnibus, non è una truffa, come è stata etichettata con leggerezza da una certa parte dell’emiciclo. È, piuttosto, un atto di responsabilità. Quando Berlusconi, a latere dell’incontro con Sarkozy, ha fatto luce sulle ragioni della moratoria, insistendo sull’esigenza di evitare una brusca battuta d’arresto sul nucleare, non immaginava di sollevare un simile vespaio.Il premier, infatti, non è mosso da intenti ostruzionistici o elusivi. I presupposti della sua decelerazione sono dettati dall’altissima considerazione che egli ha del popolo.

I cittadini, infatti, devono essere messi nelle condizioni di poter esprimere un giudizio più che consapevole sul quesito referendario, cosa che sarebbe alquanto improbabile in un momento come questo, nel quale viviamo in uno stato di sbigottimento e ansia indotto dalla tragedia di Fukushima. L’effetto di suggestione negativa finirebbe per prevalere su considerazioni di tipo utilitaristico sul nucleare, portando l’italiano medio ad esprimere un impulsivo e secco rifiuto di fronte alle urne. Ben diversi possono essere gli esiti dettati da scelte ponderate, piuttosto che da conclusioni tratte in contesti di allarmismo psicologico di massa.Il suo invito a riflettere a mente fredda su un tema così importante, come l’avvento di percorsi energetici alternativi, deve essere interpretato, invece, come un segno di profonda comprensione della situazione attuale. «In Italia – ha spiegato il premier – l’accadimento giapponese ha spaventato moltissimi cittadini». Quindi, «se fossimo andati al referendum, il nucleare non sarebbe stato possibile per molti anni». Cinque, per l’esattezza, come previsto dalla legge.

Il messaggio del Presidente Berlusconi, quindi, è lungi dall’essere espressione di sottili o subdoli stratagemmi da politica becera. È un messaggio limpido e trasparente: gli italiani hanno il diritto di ragionare e la libertà di pensare in modo autonomo, al di fuori di ogni condizionamento o manipolazione dettata da eventi contingenti. In questo momento, uno strumento come il referendum non può avere quell’effetto demiurgico che i promotori intendono assegnargli. Non è la vittoria del popolo contro un governo egoista e tirannico. Tutt’altro! È giocoforza interpretare l’accanimento referendario degli ultimi anni come un nuovo, disdicevole modo di fare politica. Una politica vuota di contenuti e tesa solo al decostruttivismo. Una politica che fa leva sul tradizionale strumento di democrazia popolare per piegarlo a una bassa forma di autopromozione. Checché se ne voglia pensare, infatti, i dati delle ultime consultazioni hanno decretato il fallimento di questa strategia. È dal 1995 che non si svolge validamente neppure un referendum per mancato raggiungimento del quorum iniziale. Il trend dell’afflusso alle urne è pericolosamente basso. Siamo arrivati a un flebile 23%. E il verace 77% dei primi anni ’90 sembra oggi un ricordo. Allora, la fuga dalle urne è il sintomo dell’apatia degli italiani o è, piuttosto, una chiara presa di posizione nel senso del rifiuto dei referendum come arnesi di politica oppositiva e partigiana? Non è che forse, dietro tale «irrispettosa» assenza dal voto, si celi la volontà che il referendum ritorni ad essere l’istituto di carattere eccezionale ed episodico così come era stato configurato dai Padri Costituenti?

La patata bollente adesso è nelle mani della Corte di Cassazione, che dovrà sfrondare la giungla pretoriana della Consulta, per chiarire se il quesito, caduta la sua norma di riferimento, rimanga ammissibile. Il ragionamento della Corte verterà sulla valutazione se l’emendamento del Governo abbia un carattere meramente formale o, viceversa, sostanziale. Solo nell’ultima ipotesi, dimostrata la diversità dei principi alla base della modifica legislativa, il referendum sarebbe annullato. La parcellizzazione dei criteri in base ai quali viene espletato il controllo di ammissibilità, però, impedisce di poter fare pronostici realistici. Il giudizio è affidato alla discrezionalità e, come è successo in passato, si rasenteranno i confini della politica costituzionale. La moratoria, in definitiva, non deve apparire come una truffa. Perché la funzione legislativa è inesauribile, in base al principio di continuità del potere delle Camere, e certamente non è bloccata dal corso del procedimento referendario. Un emendamento che modifica la disposizione su cui poggia il referendum è piuttosto un atto di tutela dei cittadini, volto a proteggerli non solo dall’ingabbiamento dei quesiti, che costringono a scegliere fra un «sì» o un «no», ma anche da tecniche di politica “a graffio» che vorrebbero eludere la necessità di salvaguardia dell’unità di azione del nostro Stato.


Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 497 follower