La Grecia torna a nuove elezioni

da ragionpolitica.it

Atene perde l’occasione (non si sa quanto prelibata) di una soluzione all’italiana: professori e cattedre a dirigere i banchi del governo.  Logorata da pesanti contrasti interni, delegittimata da una popolazione stanca della soffocante cappa di austerità, ancora una volta vacilla sul binario morto della crescita. È indecisa se andare avanti gettando la zavorra o tornare al capolinea della vecchia dracma. Di una cosa però si è certi. Constatato il fallimento delle trattative con i capi di partito ellenici, il Presidente Papoulias ha optato per una decisione grave quanto inevitabile: indire nuove elezioni. Leggi il seguito di questo post »

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Grecia: segua le regole di risanamento

 

da www.ragionpolitica.it

 

Asserragliato dai manifestanti, il Parlamento ellenico approva le ultime misure per salvare il salvabile. Bisogna placare gli animi e ingoiare il boccone amaro dell’austerity. L’unica cosa che resta da fare è stringere la cinghia, dar prova di virtuosismo e ottenere la quinta tranche del megaprestito. Sapendo che comunque non sarà sufficiente. E che, probabilmente, di bailout ne servirà un secondo.

Il problema è convincere la gente della bontà delle misure draconiane. È chiaro che, se una popolazione è stata per anni abituata ad un tenore di vita superiore rispetto al tasso di crescita (negativo), assieme ad un sistema assistenziale lasso negli sprechi e generoso nelle prestazioni, adesso non si può fare altro che tentare la via dell’austerity. Il problema della Grecia, allora, è duplice: da un lato, sull’onda degli indignados iberici anche a Piazza Syntagma ha preso piede la protesta. Per assistere a scene simili dobbiamo risalire alla carica contestativa sessantottina. Ma se quello era un movimento sociopolitico eterogeneo che reclamava una maggiore apertura della società, le masse che vediamo oggi nelle piazze si sollevano per ragioni economiche. Infatti, e questo è il secondo problema, ciò avviene a causa di un radicale scollamento fra i cittadini e i loro rappresentanti politici.

La sfiducia generale, testimoniata dall’arrancare di Papandreu e del suo traballante rimpasto, culmina nell’aggregazione spontanea in strada. Senza bandiere né colori politici. Fra i due litiganti, dunque, dovrebbe trovarsi un compromesso. Che non è la pretesa incondizionata del popolo di mantenere quelle stesse condizioni di vita che hanno portato al collasso. E che non è nemmeno l’idea di svendere le attività pubbliche con i 50 miliardi di privatizzazioni in cantiere (che puzza molto di Prima Repubblica all’italiana). Proprio su questa manovra, peraltro, Trichet ha detto la sua, uscendo dal coro. Per lui, Atene «ha un asso nella manica, ossia la capacità di mobilitare denaro privato sulla base di privatizzazioni» ritenute «di enorme importanza». Bene, ma un così imponente provvedimento non può essere emanato senza fissare, a latere, regole severe sulla governance di impresa, sull’indipendenza dalla politica, sui conflitti d’interessi. Altrimenti, si rischia un inceppamento delle istituzioni economiche. La Grecia dovrebbe seguire le regole di risanamento stabilite in sede europea.

La soluzione che prevede il successivo parziale coinvolgimento del Fondo Monetario Internazionale, invece, non è interamente auspicabile. Certo, è sicuramente meglio della prospettiva attendistica assunta dagli decision-maker europei. Questi sembrerebbero voler elargire ossigeno monetario, tranche dopo tranche, per prendere tempo fino all’entrata in vigore (2013) del meccanismo di stabilità europea (European Stability Mechanism), che altro non è che un fondo permanente di prestito. Ma l’intervento del FMI ci metterebbe nuovamente nelle mani di un’organizzazione sovranazionale non del tutto scevra da interessi peculiarmente propri. Che dire di un possibile default ellenico, per fare tabula rasa come fece l’Argentina? Vorrebbe dire ritorno alla dracma. E, nonostante le rassicurazioni contabili di coloro che valutano la Grecia solo in base al suo peso rispetto al PIL europeo, i rischi sarebbero comunque elevati. Poiché la dracma porterebbe inflazione, crisi delle banche e venti di contagio per i vicini più deboli (Portogallo, Spagna).«The Economist» propone una soluzione: perché non ristrutturare il debito?

Se Atene si comportasse bene, con un gesto consistente ma improcrastinabile (per evitare di estendere le perdite di banche e risparmiatori), seguendo le regole di risanamento già tracciate in sede europea, non ci sarebbe bisogno di interventi last minute, costosi e inadeguati. Tutto è rimesso, ancora una volta, nelle mani dei nostri leader europei che, invece di esitare, dovrebbero sciogliere la riserva e decidere. Subito.


Un’Europa senza Grecia?

 
da www.ragionpolitica.it
 
C’è una singola affusolata candelina che fa capolino sulla torta. L’Europa «festeggia», se così si può dire, il suo primo anno di austerità finanziaria. E lo fa con una notizia inquietante. La celebre testata tedesca «Der Spiegel» annuncia con squilli di tromba che misteriose «fonti governative» avrebbero spifferato l’imminente uscita della Grecia dall’Eurozona. Lo scoop sarebbe assicurato dall’aggiunta di un incontro segreto fra i Ministri europei con un odg sul caso greco e il ritorno alla dracma. Il castello crolla dopo le dichiarazioni di Claude Junker, presidente dell’Eurogruppo, secondo il quale si tratta di «notizie infondate che fanno il gioco degli speculatori», mentre per il premier greco George Papandreou sono affermazioni «al limite del criminale».
 
Anche la stampa tedesca, dunque, ogni tanto combina qualche guaio. E non di poco conto, visto che Standard&Poor’s ha sferrato un’ulteriore stoccata ai titoli di debito pubblico ellenici, declassandoli ancora di due livelli. Da BB- a B. Praticamente, il messaggio è: meglio non investire in quei titoli, perché le variazioni di mercato sono talmente oscillanti da renderli pura «spazzatura finanziaria» (junk bonds). Da Atene si sono levate grandi voci di protesta, accusando l’agenzia di rating statunitense di alimentare i rumours sui mercati e di operare downgradings sulla base di semplici turbolenze, scatenate dalla pubblicazione di false notizie. Eppure, l’emergenza c’è. Pur non essendo state emesse dichiarazioni ufficiali, orientate verso una possibile ristrutturazione del debito greco, tutti ne parlano. Analizzano la situazione e tirano le somme finali. Orsù, la Grecia ha bisogno dell’Europa, ma l’Europa può vivere senza la Grecia, ammonisce Bild, un altro settimanale tedesco. Tuttavia, non è solo quello lo Stato a rischio. Solo un anno fa si varava il piano di salvataggio per Atene, un bailout di 110 miliardi di euro. Ma dopo è stato il turno dell’Irlanda e adesso del Portogallo. E se ci fosse un effetto domino?
 
La riunione straordinaria dei Ministri a Lussemburgo, che effettivamente si è tenuta, ma con un odg non incentrato sulla Grecia, si è trovata costretta ad affrontare il problema, prevedendo la discussione di aggiustamenti del programma di aiuti nel prossimo Ecofin. Esclusa quindi qualsiasi menzione a una eventuale ristrutturazione del debito pubblico greco. Se Atene dovesse effettivamente tornare alla dracma, posto che ciò sia giuridicamente possibile senza comportare anche l’uscita della Grecia dall’Unione Europea, ci sarebbe un enorme deflusso di capitali, che causerebbe uno shock sul mercato. Per fronteggiarlo, il governo probabilmente imporrebbe dei tetti e delle barriere, contravvenendo ai basilari principi di mobilità dei capitali. L’area euro perderebbe parte della fiducia degli investitori, meno propensi ad immettere capitale nel Vecchio Continente perché non si escluderebbero ulteriori defezioni. La bordata si trasmetterebbe sul già debole settore bancario, al quale verrebbe a mancare la base monetaria, cedendo a paurose insolvenze. Ne risentirebbe persino la Banca Centrale Europea e, infine, tutti noi contribuenti. Anche la ristrutturazione del debito, probabilmente, farebbe affacciare sulla scena simili scenari. Perché il verbo «ristrutturare», che sembra quasi comportare un abbellimento della tetra scenografia a cui assistiamo, comporta in realtà un alleggerimento dell’onere debitorio, dato da una modifica delle condizioni del prestito. In parole povere, Atene pagherebbe, ma di meno.
 
Sarebbe, allora, più auspicabile una cornice di regole più ferree e uniformi, capaci di orientare i governi più indisciplinati per il bene comune di tutta l’Europa. Perché la stretta integrazione fa sì che la forza meccanica di traino operi non solo sul piano dello sviluppo economico ma anche su quello della crisi. La crisi della Grecia, allora, diventa la crisi di tutti. Sorprende, quindi, che i quotidiani teutonici facciano i dispetti a Papandreou, visto che le banche tedesche sono fortemente esposte verso i titoli spazzatura dell’Egeo. Forse tutto ciò non sarebbe avvenuto, se la governance economica europea fosse stata sostenuta da un’adeguata e sollecita governance politica.

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