La Grecia torna a nuove elezioni
Pubblicato: 16 maggio 2012 Archiviato in: Unione Europea | Tags: atene, berlino, Equitalia, François Hollande, grecia, Hollande, Italy, Junker, merkel, Monti, sarkozy, troika Lascia un commento »
Atene perde l’occasione (non si sa quanto prelibata) di una soluzione all’italiana: professori e cattedre a dirigere i banchi del governo. Logorata da pesanti contrasti interni, delegittimata da una popolazione stanca della soffocante cappa di austerità, ancora una volta vacilla sul binario morto della crescita. È indecisa se andare avanti gettando la zavorra o tornare al capolinea della vecchia dracma. Di una cosa però si è certi. Constatato il fallimento delle trattative con i capi di partito ellenici, il Presidente Papoulias ha optato per una decisione grave quanto inevitabile: indire nuove elezioni. Leggi il seguito di questo post »
Grecia: segua le regole di risanamento
Pubblicato: 5 luglio 2011 Archiviato in: Esteri, Unione Europea | Tags: atene, Austerity, crisi del debito, Fondo Monetario Internazionale, grecia, IMF, papandreou, Portogallo, Spagna, The Economist Lascia un commento »
Asserragliato dai manifestanti, il Parlamento ellenico approva le ultime misure per salvare il salvabile. Bisogna placare gli animi e ingoiare il boccone amaro dell’austerity. L’unica cosa che resta da fare è stringere la cinghia, dar prova di virtuosismo e ottenere la quinta tranche del megaprestito. Sapendo che comunque non sarà sufficiente. E che, probabilmente, di bailout ne servirà un secondo.
Il problema è convincere la gente della bontà delle misure draconiane. È chiaro che, se una popolazione è stata per anni abituata ad un tenore di vita superiore rispetto al tasso di crescita (negativo), assieme ad un sistema assistenziale lasso negli sprechi e generoso nelle prestazioni, adesso non si può fare altro che tentare la via dell’austerity. Il problema della Grecia, allora, è duplice: da un lato, sull’onda degli indignados iberici anche a Piazza Syntagma ha preso piede la protesta. Per assistere a scene simili dobbiamo risalire alla carica contestativa sessantottina. Ma se quello era un movimento sociopolitico eterogeneo che reclamava una maggiore apertura della società, le masse che vediamo oggi nelle piazze si sollevano per ragioni economiche. Infatti, e questo è il secondo problema, ciò avviene a causa di un radicale scollamento fra i cittadini e i loro rappresentanti politici.
La sfiducia generale, testimoniata dall’arrancare di Papandreu e del suo traballante rimpasto, culmina nell’aggregazione spontanea in strada. Senza bandiere né colori politici. Fra i due litiganti, dunque, dovrebbe trovarsi un compromesso. Che non è la pretesa incondizionata del popolo di mantenere quelle stesse condizioni di vita che hanno portato al collasso. E che non è nemmeno l’idea di svendere le attività pubbliche con i 50 miliardi di privatizzazioni in cantiere (che puzza molto di Prima Repubblica all’italiana). Proprio su questa manovra, peraltro, Trichet ha detto la sua, uscendo dal coro. Per lui, Atene «ha un asso nella manica, ossia la capacità di mobilitare denaro privato sulla base di privatizzazioni» ritenute «di enorme importanza». Bene, ma un così imponente provvedimento non può essere emanato senza fissare, a latere, regole severe sulla governance di impresa, sull’indipendenza dalla politica, sui conflitti d’interessi. Altrimenti, si rischia un inceppamento delle istituzioni economiche. La Grecia dovrebbe seguire le regole di risanamento stabilite in sede europea.
La soluzione che prevede il successivo parziale coinvolgimento del Fondo Monetario Internazionale, invece, non è interamente auspicabile. Certo, è sicuramente meglio della prospettiva attendistica assunta dagli decision-maker europei. Questi sembrerebbero voler elargire ossigeno monetario, tranche dopo tranche, per prendere tempo fino all’entrata in vigore (2013) del meccanismo di stabilità europea (European Stability Mechanism), che altro non è che un fondo permanente di prestito. Ma l’intervento del FMI ci metterebbe nuovamente nelle mani di un’organizzazione sovranazionale non del tutto scevra da interessi peculiarmente propri. Che dire di un possibile default ellenico, per fare tabula rasa come fece l’Argentina? Vorrebbe dire ritorno alla dracma. E, nonostante le rassicurazioni contabili di coloro che valutano la Grecia solo in base al suo peso rispetto al PIL europeo, i rischi sarebbero comunque elevati. Poiché la dracma porterebbe inflazione, crisi delle banche e venti di contagio per i vicini più deboli (Portogallo, Spagna).«The Economist» propone una soluzione: perché non ristrutturare il debito?
Se Atene si comportasse bene, con un gesto consistente ma improcrastinabile (per evitare di estendere le perdite di banche e risparmiatori), seguendo le regole di risanamento già tracciate in sede europea, non ci sarebbe bisogno di interventi last minute, costosi e inadeguati. Tutto è rimesso, ancora una volta, nelle mani dei nostri leader europei che, invece di esitare, dovrebbero sciogliere la riserva e decidere. Subito.
Un’Europa senza Grecia?
Pubblicato: 11 maggio 2011 Archiviato in: Economia, Unione Europea | Tags: atene, bailout, claude junker, ecofin, governance economica, governance politica, grecia, irlanda, papandreou, Portogallo, Unione Europea Lascia un commento »






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