Taglio alle province: perché non eliminarle?
Pubblicato: 22 ottobre 2012 Archiviato in: Diritto | Tags: abolizione province, città metropolitane, Friuli Venezia Giulia, patroni griffi, Reggio Calabria, sardegna, sicilia, spending review, taglio province, trentino alto adige, upi Lascia un commento »
Sono trentasei le province che verranno accorpate grazie al decreto di prossimo varo in Consiglio dei Ministri. Se ne parla da una vita, ma si è dovuto attendere il rischio di un crac della finanza pubblica per far approvare, con l’acqua alla gola, il provvedimento sulla spending review. Qui, tra le altre cose, si era parlato proprio di soppressione o riorganizzazione delle province. Poi, dal disegno di legge passato dal Senato a fine luglio, l’articolo 17 era stato derubricato ad un semplice «riordino delle province e delle loro funzioni». Leggi il seguito di questo post »
Sulla Giustizia niente compromessi al ribasso
Pubblicato: 6 settembre 2012 Archiviato in: Diritto | Tags: alfano, caso mancino, corte costituzionale, ddl anticorruzione, fabrizio cicchitto, fiducia, intercettazioni, Monti, Napolitano, nicola mancino, procura di palermo, pubblica amministrazione, quirinale, responsabilità dei giudici 1 Commento »
4 settembre 2012
Quando i riflettori sembrano tutti puntati sulla legge elettorale, c’è una terna di questioni che passa quasi inosservata ma su cui potrebbe giocarsi la sorte dell’attuale governo: intercettazioni, responsabilità dei giudici e anti-corruzione. Tre temi che al Pdl stanno molto a cuore e che, nel caso non dovessero essere trattati col dovuto riguardo, potrebbero portare ad una crisi governativa. Leggi il seguito di questo post »
Riforma dei partiti: “soltanto” 53 proposte di legge dal 2008
Pubblicato: 15 maggio 2012 Archiviato in: Diritto | Tags: alfano, art 49, attuazione art 49, bersani, camera dei deputati, casini, costituzione, finanziamento pubblico, giuliano amato, lusi, margherita, Mario Monti, Napolitano, partiti politici, proposta abc, riforma partiti, sposetti Lascia un commento »
Giustamente, Napolitano riconosce la sempre meno latente crisi dei partiti. E alla cerimonia sui David di Donatello ha sciorinato la sua personale ricetta: «recuperare la fiducia in noi stessi e negli altri». I toni istituzionali non mancano, quando chiarisce che la politica è in affanno non solo da noi, ma in tutta Europa. Eppure, sa bene che il recupero della fiducia è sempre più difficile in momenti come questi, in cui si scopre che i soldi della Lega, ergo dello Stato, Leggi il seguito di questo post »
Perché è così difficile fare una legge elettorale?
Pubblicato: 9 febbraio 2012 Archiviato in: Diritto | Tags: alfano, bersani, bipartitismo, bipolarismo, casini, collegi uninominali, costituzione, Di Pietro, fini, lega, legge elettorale, maggioritario, metodo hare, modello inglese, modello spagnolo, modello tedesco, nota congiunta pd-pdl, pd, pdl, proporzionale, riforma elettorale, sistema a doppio turno, sistema francese, voto di cuore, voto di testa Lascia un commento »
La frammentazione politica del Paese come il puntinismo
Perché è così difficile fare una legge elettorale? Per perfetta che essa sia, ci sarà sempre qualcuno che ne rimarrà insoddisfatto. Ma perché il processo di modifica o di riforma in materia elettorale risulta sempre così farraginoso? Perché non si fa semplicemente tabula rasa di tutto, invece di arzigogolare su leggine nuove dietro i vecchi sistemi? La confusione regna sovrana. Questa tela di Penelope è ben lungi dall’essere terminata perché i motivi che stanno alla base delle operazioni di ingegneria elettorale sono tutti esclusivamente politici. Leggi il seguito di questo post »
Approvato il Codice Antimafia
Pubblicato: 10 giugno 2011 Archiviato in: Cronaca, Diritto | Tags: Angelino Alfano, berlusconi, confisca, Governo, legislazione, lotta alla mafia, procuratore nazionale antimafia, sequestro 2 Commenti »
Svolta epocale per Angelino Alfano. Il Consiglio dei ministri ha approvato il Codice antimafia, in attuazione della delega concessa dal Parlamento. Uno strumento che non ha precedenti nella nostra storia legislativa e che farà portare a casa del Guardasigilli uno dei maggiori successi degli ultimi anni. Solo attraverso una saggia e ragionevole armonizzazione della cospicua normazione antimafia, infatti, sarà possibile svolgere un’azione efficace di lotta alla criminalità organizzata.
Giudici e Forze dell’Ordine avranno a disposizione strumenti più incisivi e agili. Ma andiamo nell’ordine. Questo codice, infatti, non giunge all’improvviso. È, piuttosto, il frutto del difficile lavoro di riforma della legislazione antimafia, inaugurato fin dall’insediamento del quarto Governo Berlusconi nel 2008. Le iniziative portate a termine sono state tante e tutte pregiudiziali all’entrata in vigore del succitato codice. Si va dal rafforzamento del ruolo di Procuratore nazionale antimafia all’istituzione dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni confiscati o sequestrati alla criminalità organizzata (che ha saputo far fruttare un vero e proprio tesoretto finanziario e immobiliare di 21,5 miliardi di euro). Tra le altre innovazioni, figuravano la possibilità di aggredire i patrimoni dei mafiosi defunti e, nella medesima ottica, la separazione delle misure patrimoniali da quelle personali.
Il nuovo codice, dunque, completa il quadro della materia, attuando un riordino con soli 132 articoli, suddivisi in cinque libri. (fonte: Ministero della Giustizia) Se parecchie norme sono meramente ricognitive della disciplina previgente, non si può disconoscere l’importanza della nuova collocazione sistematica, che elimina il disordine e la frammentarietà legislativa e smussa tutte quelle incongruenze che creavano incertezza giuridica. Da sottolineare, comunque, un paio di interessanti novità. La prima riguarda la documentazione antimafia (Libro III), che gioverà dell’istituzione di una banca dati nazionale per il monitoraggio delle imprese. Tale banca farà parte di un sistema integrato cui potranno accedere in via informatica anche le pubbliche amministrazioni che vorranno stipulare contratti con privati o procedere all’assegnazione di appalti. Inoltre, è stato aggiornato l’elenco delle fattispecie di infiltrazione mafiosa, prendendo atto delle condotte illecite degli ultimi anni. Una seconda innovazione riguarda la revocazione della confisca, possibile ormai solo in casi eccezionali. Gli enti assegnatari incaricati di valorizzare i beni sottratti alla mafia, dunque, potranno gestirli con la sicurezza dell’irreversibilità della confisca e investire sul loro uso per destinarli, ad esempio, a finalità sociale. Se prima la giurisprudenza aveva riconosciuto il diritto a chiedere la restituzione del bene, oggi la confisca del patrimonio mafioso si assimila meglio all’espropriazione per pubblica utilità.
Cosa manca al Codice antimafia per entrare definitivamente in vigore? L’iter del provvedimento, trascorsa questa fase preliminare, coinvolgerà direttamente il Parlamento, la stessa assemblea che ha approvato il piano straordinario antimafia (la legge di delega, ndr.) all’unanimità. È per questo che il ministro dell’Interno Maroni si dice fiducioso circa la possibilità che la conferma parlamentare possa avvenire anche prima dei 60 giorni di efficacia transitoria del decreto, in modo che l’ulteriore passaggio al Consiglio dei Ministri si perfezioni entro l’estate. La lotta alla criminalità organizzata è stata da sempre un fiore all’occhiello del Presidente Berlusconi. Che non ha mai esitato nel destinare gli sforzi del governo allo scopo, ottenendo clamorosi successi. Come ad esempio, la cattura di 32 pericolosi latitanti su 34, il 16% in più di operazioni di polizia giudiziaria e l’arresto di 8.466 mafiosi. Ma il fondo unico di giustizia, che sottrae alle casse delle banche le enormi ricchezze della mafia, rimane il tassello più importante della riforma: con questo si sono recuperate ben 2.166 milioni di euro. Nel nuovo codice molte misure favoriranno proprio la rivalorizzazione e la proficua gestione dei beni dei mafiosi. Dunque, largo al codice antimafia, per una spallata finale alla criminalità organizzata.
Sì alle quote rosa nei cda
Pubblicato: 14 marzo 2011 Archiviato in: Diritto | Tags: cda, donne manager, Governo, pari opportunità, quote rosa Lascia un commento » 
Nonostante la frenata iniziale, il Governo ha ritirato il suo parere negativo sugli emendamenti presentati al disegno di legge sulle quote rosa. Il testo bipartisan, nato dall’unificazione dei testi Golfo e Mosca e approvato alla Camera nel dicembre del 2010, rappresenterà una pietra miliare nella battaglia per le pari opportunità.
Essenziale il ruolo della capigruppo che, superati gli ostacoli, ha deliberato l’assegnazione del disegno di legge alla Commissione Finanze e Tesoro in sede redigente, fissando le dichiarazioni di voto e il dibattito in Aula sul testo finale per martedì 15 marzo. Da quel momento, il ddl approderà alla Camera per la discussione in seconda lettura. Che il momento sia cruciale lo si nota anche dalle pressioni di alcuni senatori del Pd per una riassegnazione in sede deliberante, cosa che avrebbe penalizzato la discussione, circoscrivendo il voto fra i membri della Commissione stessa. L’intento era prevenire eventuali colpi di scena, ma l’importanza del provvedimento esige che l’assemblea non venga esautorata da accordi ristretti. Occorre, invece, un dibattito di ampio respiro.
Già, perché se le quote rosa vengono per adesso rese obbligatorie per le società per azioni quotate nei mercati regolamentari e per le omologhe a partecipazione statale, prendendo atto della scarsa rappresentatività del genere femminile all’interno dei consigli di amministrazione, il ddl sulla parità di accesso dispone che il riparto degli amministratori da eleggere sia effettuato in base a un criterio che assicuri l’equilibrio interno. Dunque il genere meno rappresentato avrà diritto ad ottenere almeno un terzo degli amministratori eletti.
L’obiettivo, quindi, è chiaro. Posto che i cda delle quotate sono ancora degli spazi «off-limits» per le donne, si vuole incentivare la presenza femminile su base meritocratica, nel tentativo di sfrondare gli innumerevoli ostacoli culturali che tuttora impediscono a loro di raggiungere pari livelli di carriera rispetto ai colleghi uomini. Il problema sembrerebbe esistere in termini più seri nelle società quotate, che non nelle società di persone, poiché queste si avvalgono normalmente di modelli di gestione manageriale legati alla componente familiare. Si tratterebbe, allora, di una prima iniziativa correttiva, per adesso limitata alle posizioni apicali.
Le prove della limitazione professionale femminile risultano da numerosi documenti. Ad esempio, la Relazione annuale sulla parità tra donne e uomini della Commissione europea, dalla quale si evince che nonostante i posti di responsabilità siano sempre più occupati da donne, i centri gravitazionali della politica e dell’economia sono ancora prerogativa maschile. Nelle società quotate europee, ad esempio, la quota in rosa è composta da un esiguo 10%.
Per la situazione italiana, invece, si può considerare uno studio della Bocconi effettuato su 274 società quotate a Piazza Affari, che ha rilevato che il totale dei componenti femminili degli organi sociali ammonta a solo il 7,6%. In quest’ottica, peraltro, un importante passo del ddl è quello che insiste sulla sanzione da comminare nel caso in cui la composizione del cda non rispetti i requisiti richiesti: nelle more dell’adempimento la Consob emetterà una diffida per il reintegro dei membri. Trascorsi quattro mesi e un’ulteriore diffida scatteranno le sanzioni pecuniarie e, da ultimo, la decadenza degli organi di controllo inadempienti.
Lo stallo di cui si parlava all’inizio, invece, era dovuto all’opposizione all’emendamento Germontani sulla parte finale del ddl, che prevedeva l’entrata in vigore delle disposizioni in due mandati di applicazione. Dopo aver esteso a un anno, non più ai sei mesi proposti dalla commissione, la decorrenza delle norme, il primo mandato comporterà un rinnovo di un quinto dei membri, mentre col secondo interverrà un completo adeguamento del cda. Se i marchingegni istituzionali sono ben oliati, dunque, non ci resta che attendere il 2015 per celebrare una nuova festa della donna, una svolta epocale che farà finalmente breccia dentro un mondo di sole giacche e cravatte.
Risarcimento record: 222.000 $ per 24 canzoni
Pubblicato: 20 giugno 2009 Archiviato in: Diritto | Tags: canzoni, case discografiche, copyright, download, illegale, majors, minnesota, musica, record, risarcimento, scaricare, Thomas, verdetto 2 Commenti » tratto da “A Voce Alta”
Accade nel Minnesota: caso Capitol Records v. Jammie Thomas, la Corte decreta una donna colpevole di aver violato le leggi del copyright per aver scaricato 24 canzoni in modo illegale e la condanna a pagare un risarcimento record di 9250$ a canzone per un totale di 222.000$! Le major discografiche cantano finalmente vittoria per quella che è la prima sentenza a fondare un risarcimento smisurato nei loro confronti nel combattutissimo campo della legalità/illegalità dei download su internet.
Se si pensa che le canzoni, a volerle scaricare legalmente, sarebbero costate alla malcapitata circa 0,99 dollari ciascuna, per un totale risicato di 24 dollari, viene il capogiro a meditare sull’entità della cifra per cui è stata condannata, le cui modalità di calcolo utilizzate dalla Corte non sono state peraltro pubblicate. Il team di legali che assiste la donna non ha rilasciato alcuna dichiarazione circa la eventualità di ricorrere in appello.
La colpevolezza è stata comprovata attraverso il confronto fra l’indirizzo IP dell’utente che aveva scaricato le canzoni dal server peer-to-peer di Kazaa e quello del Mac della Thomas, nel cui hard disk erano salvate le canzoni incriminate. Il fatto che le stesse si trovassero ancora nel disco fisso, poi, era la prova della sussistenza dell’elemento soggettivo, ossia il dolo specifico come intenzione di contravvenire alle leggi di copyright.
Se questa, come altre decisioni a venire, possa servire, così come asseriscono le case discografiche, da deterrente per i comportamenti futuri, come condividere la criminalizzazione di una donna, colpevole di aver commesso un reato talmente diffuso da non essere percepito neanche come tale e condannata al pagamento di una somma sproporzionata rispetto alle comminatorie solitamente previste per delitti più gravi e magari socialmente pericolosi? A me, personalmente, pare un’assurdità. Ricordando Terenzio, “Ius summum saepe summa est malitia”.
Delitti d’onore: una Turchia europea?
Pubblicato: 7 giugno 2009 Archiviato in: Diritto | Tags: adulterio, delitti d'onore, onore, tradizioni, Turchia, Unione Europea Lascia un commento » tratto da “A Voce Alta”E pensare che in Italia il delitto d’onore è stato definitivamente abrogato soltanto nel 1981. Sembra ieri quando il giudice concedeva l’attenuante a chiunque avesse cagionato «la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto di scoprirne la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia». Cose d’altri tempi. Già. Ma neanche troppo lontane.
Accade proprio sotto il nostro naso, e precisamente nella Turchia dai ferventi preparativi all’ingresso nel calderone europeo, che una donna, povera malcapitata, si veda mozzati naso e orecchie in quanto “sospettata” di adulterio. I giornali si palleggiano lo scoop. Traboccano quasi di felicità, tanto è assurda la notizia. E c’è addirittura chi, navigando da un blog all’altro, si prende beffe della vittima, commentando con un laconico “Così impara a fare le corna!” e un “Il tradimento viene preso sotto gamba, non esiste più rispetto per la famiglia”.
Il problema, qui, non è tanto la prevenzione di un “disonorevole adulterio”, quanto la tutela della donna in paesi che ancora oggi, nonostante gli impegni della comunità internazionale, si ostinano a mantenere disparità tra sessi celandole dietro sbandierate e logore tradizioni culturali e religiose. E non si può continuare a puntare il dito solo su sultani, imam, beduini, sceicchi e altre componenti maschiliste e patriarcali delle società mediorientali. Sono le donne stesse che si cullano della loro situazione di inferiorità. Sono le donne che stanno in silenzio quando assistono alle mutilazioni inferte alle loro sorelle, figlie o amiche. Sono loro ad essere omertose. E adorano gli abaya perché possono nascondere dentro tutta la loro amarezza e la loro debolezza e far finta che vada tutto bene.
Ecco la prova che ci aspettavamo dalla Turchia: un paese moderno, in costante progresso. Un paese di contraddizioni. E soprattutto un paese che difficilmente sembra propenso a rinnegare le proprie radici.






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