Serrande giù, ma d’autore

 

Sulle saracinesche le storie a colori di cento negozi

dal quotidiano Il Tempo

di Ylenia Citino

Sono più di cento, buffe, ironiche, a volte irriverenti. Da San Paolo alla Tiburtina, passando per l’Appia, la Tuscolana, piazza Bologna e San Lorenzo. Roma ce le ha davvero di tutti i colori. Sono le serrande affrescate dei negozi, un’arte tipicamente urbana che tutti sono abituati a vedere, ma mai ad osservare. Se ne è accorto Simone Baldelli, giovane deputato Pdl con la vena artistica, che ha deciso di trasformare la serranda abbassata, forse il simbolo Leggi il seguito di questo post »

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Olimpiadi 2020: occasione sprecata o mancato spreco?

da ragionpolitica.it

Che gli economisti non posseggano la palla di vetro, non c’è dubbio. Ma accade sempre più spesso che le loro previsioni nefaste spingano gli attori economici a comportarsi in un modo, piuttosto che in un altro. In gergo si parla di «profezie che si autoavverano”. In Italia, per esempio, gli esperti avevano suggerito che forse non era il caso di candidare Roma a città olimpionica perché le spese titaniche non sarebbero state controbilanciate da introiti corrispondenti. E così la profezia si è autoavverata: solo per citare un caso, la Commissione per le Olimpiadi a Roma, istituita presso la Regione Lazio ha continuato ad operare per oltre due mesi dopo lo stop ufficiale, con un costo per lo Stato stimato Leggi il seguito di questo post »


In memoria della Shoah

Nel 1945, in questa stessa giornata, truppe sovietiche entravano ad Auschwitz liberando i pochi superstiti del campo di concentramento rimasto più tristemente celebre alla storia.

Per non dimenticare, condividi questa piccola testimonianza di Primo Levi(Se questo è un uomo):

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Napoli: la politica degli sprechi in tempo di crisi

Napoli Servizi S.p.A. - www.napoliservizi.com

da www.ragionpolitica.it

 

Di stranezze in Italia ne abbiamo molte. Eppure talvolta ci capita di assistere a vicende che, se normalmente creerebbero indignazione, in giorni di austerità come questi suscitano direttamente un profondo sentimento di vergogna. Si chiama Napoli Servizi s.p.a. È l’ennesimo carrozzone del Pd, residuo vivo del bassolinismo, che in tempo di crisi non ce l’ha proprio fatta a stringere i denti o a tirare la cinghia. Il suo direttore generale, l’architetto Ferdinando Balzamo, ha preferito dare l’ok ad un aumento di stipendio di 1,7 milioni di euro, destinato ai suoi 13 dirigenti, che lo ringrazieranno a vita per il ritocco di 5000 euro sul superminimo. Leggi il seguito di questo post »


Meno emissioni di CO2 per l’Italia

da www.ragionpolitica.it

Sarà un anno di sfida, il 2020, per il settore energetico. L’Unione Europea è pioniera nella lotta ai cambiamenti climatici. Lo fa chiedendo ai suoi Stati membri di ridurre le emissioni di CO2 del 20% con un time limit ben preciso. Ma questo già lo sapevamo, soprattutto gli ambientalisti, che hanno fatto i salti di gioia quando, dopo il Pacchetto clima-energia del 2009, sono state emanate una serie di direttive volte a concretizzare le politiche energetiche e a mettere a disposizione incentivi, anche di ordine economico, per favorire la conversione alle energie pulite.

L’Italia non è da meno, in questa corsa all’ecosostenibilità. Anzi, dopo l’ultimo decreto approvato dal Consiglio dei Ministri, Leggi il seguito di questo post »


Napoletani beffati dal loro eroe

 

da www.ragionpolitica.it

 

Napoli brucia. Napoli puzza. E nel frattempo si infiamma di proteste e di vapori tossici. Nemmeno il caro buon De Magistris ha la bacchetta magica. Proprio lui, in uno sciagurato venerdì 17, aveva sbandierato la sua arma migliore: il populismo demagogico. Durante una conferenza stampa aveva dato sfoggio della sua magniloquenza: «In quattro-cinque giorni la città e la provincia di Napoli saranno liberate dalla spazzatura!» Tuttavia, il Re Mida dei rifiuti, colui che vorrebbe trasformare la spazzatura in oro, deve ancora fare i conti con una serie di impicci.

Primo: l’Asia, società che gestisce i servizi di igiene urbana nel capoluogo campano, ha comunicato in uno sconcertante dispaccio che la quantità di rifiuti ancora da smaltire ammonta a 2.360 tonnellate solo a Napoli (e circa 19 mila in tutta la provincia). Un ammasso che si accumula pericolosamente di ora in ora. A peggiorare la situazione si aggiungerebbe lo sciopero dei lavoratori della Lavajet, una ditta appaltatrice incaricata di prelevare le tonnellate di immondizia del centro di Napoli. Dunque, procedere alla liberazione delle strade diventa sempre più un’operazione di straordinaria difficoltà.

Secondo: le baruffe politiche non vengono incontro all’emergenza. Solo ieri il presidente della Provincia di Napoli, Luigi Cesaro, aveva provato a scalzare l’inerzia, approvando tre diversi siti di trasferenza su cui smistare gli eccessi. Con una capienza di 21 mila tonnellate, le aree individuate fra Acerra e Caivano avrebbero consentito di mettere una pezza al problema. Ma, ancora una volta, c’è chi vuole tenersi buoni i propri elettori e così il sindaco di Caivano, Antonio Falco, ha lanciato il suo personale ultimatum: «Piuttosto che ritirare l’ordinanza, mi dimetto». Irritato per non essere stato consultato dal Prefetto (ma non era un’emergenza?), il sindaco forcaiolo aveva, infatti, emesso un’ordinanza che vietava l’accesso ai mezzi con i rifiuti nell’area designata. Col risultato di fomentare i manifestanti schierati di fronte al capannone e pronti a installare un presidio fisso, per impedire l’ingresso ai prossimi camion.

Terzo: a mettere a rischio la credibilità del sistema ci sarebbe anche il nuovo e, a quanto pare, redditizio, business della Tarsu. A ben 32 milioni di euro ammonterebbe il gettito della tanto odiata «tassa sulla monnezza», che però non sarebbe mai finito nelle casse smunte del Comune. L’Aip (Azienda Italiana Pubblicità) , con sede a Milano, era la società, oggi fallita, incaricata di riscuotere questo ed altri balzelli per conto di alcuni enti. Proprio la GdF di Milano aveva cominciato ad indagare sulla misteriosa scomparsa di circa 50 milioni di euro, riscossi e mai girati alle amministrazioni. In buona sostanza, secondo quanto ritiene il gip, l’Aip non faceva altro che spostare il denaro su altri conti correnti, per farlo poi finire nelle tasche dei consiglieri e degli amministratori furbetti. E così, mentre questi sono finiti ai domiciliari per peculato e bancarotta fraudolenta, importanti dirigenti sono indagati. Spicca fra questi Ida Alessio Vernì, compagna di Raffaele Tecce, ex senatore rifondarolo. Quattro anni di riscossione tributi e il Comune di Napoli non si era mai «chiesto» che fine avessero fatto. L’amministrazione Iervolino aveva già mostrato i suoi limiti al tempo in cui, per fronteggiare l’aggravarsi della crisi, Berlusconi aveva dovuto inviare sul posto il commissario Bertolaso. Ma i cittadini, non contenti, hanno voluto premiare alle ultime amministrative l’icona vivente delle inchieste archiviate, il beneamato «Giggino». Con il risultato che, anche stavolta, traboccano le promesse (come quella sulla raccolta differenziata). Ma quante di queste, e non è solo un gioco di parole, dovranno essere archiviate?

Insomma, De Magistris avrà un bel da fare in questi giorni. Il tempo scorre e tutti si chiedono se mai sarà in grado di mantenere la sua promessa. Ma le ore sono corte e i napoletani diventano sempre più furibondi. Chi l’avrebbe mai detto che proprio loro, quelli che pagano una tassa sui rifiuti fra le più alte d’Italia, sarebbero stati beffati così clamorosamente? Di rifiuti a Milano non ne vogliono vedere neanche l’ombra. Eppure nessuno sapeva che, grazie a quegli stessi rifiuti, qualche milanese navigava nell’oro.


Approvato il Codice Antimafia

 

da www.ragionpolitica.it

 

Svolta epocale per Angelino Alfano. Il Consiglio dei ministri ha approvato il Codice antimafia, in attuazione della delega concessa dal Parlamento. Uno strumento che non ha precedenti nella nostra storia legislativa e che farà portare a casa del Guardasigilli uno dei maggiori successi degli ultimi anni. Solo attraverso una saggia e ragionevole armonizzazione della cospicua normazione antimafia, infatti, sarà possibile svolgere un’azione efficace di lotta alla criminalità organizzata.

Giudici e Forze dell’Ordine avranno a disposizione strumenti più incisivi e agili. Ma andiamo nell’ordine. Questo codice, infatti, non giunge all’improvviso. È, piuttosto, il frutto del difficile lavoro di riforma della legislazione antimafia, inaugurato fin dall’insediamento del quarto Governo Berlusconi nel 2008. Le iniziative portate a termine sono state tante e tutte pregiudiziali all’entrata in vigore del succitato codice. Si va dal rafforzamento del ruolo di Procuratore nazionale antimafia all’istituzione dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni confiscati o sequestrati alla criminalità organizzata (che ha saputo far fruttare un vero e proprio tesoretto finanziario e immobiliare di 21,5 miliardi di euro). Tra le altre innovazioni, figuravano la possibilità di aggredire i patrimoni dei mafiosi defunti e, nella medesima ottica, la separazione delle misure patrimoniali da quelle personali.

Il nuovo codice, dunque, completa il quadro della materia, attuando un riordino con soli 132 articoli, suddivisi in cinque libri. (fonte: Ministero della Giustizia) Se parecchie norme sono meramente ricognitive della disciplina previgente, non si può disconoscere l’importanza della nuova collocazione sistematica, che elimina il disordine e la frammentarietà legislativa e smussa tutte quelle incongruenze che creavano incertezza giuridica. Da sottolineare, comunque, un paio di interessanti novità. La prima riguarda la documentazione antimafia (Libro III), che gioverà dell’istituzione di una banca dati nazionale per il monitoraggio delle imprese. Tale banca farà parte di un sistema integrato cui potranno accedere in via informatica anche le pubbliche amministrazioni che vorranno stipulare contratti con privati o procedere all’assegnazione di appalti. Inoltre, è stato aggiornato l’elenco delle fattispecie di infiltrazione mafiosa, prendendo atto delle condotte illecite degli ultimi anni. Una seconda innovazione riguarda la revocazione della confisca, possibile ormai solo in casi eccezionali. Gli enti assegnatari incaricati di valorizzare i beni sottratti alla mafia, dunque, potranno gestirli con la sicurezza dell’irreversibilità della confisca e investire sul loro uso per destinarli, ad esempio, a finalità sociale. Se prima la giurisprudenza aveva riconosciuto il diritto a chiedere la restituzione del bene, oggi la confisca del patrimonio mafioso si assimila meglio all’espropriazione per pubblica utilità.

Cosa manca al Codice antimafia per entrare definitivamente in vigore? L’iter del provvedimento, trascorsa questa fase preliminare, coinvolgerà direttamente il Parlamento, la stessa assemblea che ha approvato il piano straordinario antimafia (la legge di delega, ndr.) all’unanimità. È per questo che il ministro dell’Interno Maroni si dice fiducioso circa la possibilità che la conferma parlamentare possa avvenire anche prima dei 60 giorni di efficacia transitoria del decreto, in modo che l’ulteriore passaggio al Consiglio dei Ministri si perfezioni entro l’estate. La lotta alla criminalità organizzata è stata da sempre un fiore all’occhiello del Presidente Berlusconi. Che non ha mai esitato nel destinare gli sforzi del governo allo scopo, ottenendo clamorosi successi. Come ad esempio, la cattura di 32 pericolosi latitanti su 34, il 16% in più di operazioni di polizia giudiziaria e l’arresto di 8.466 mafiosi. Ma il fondo unico di giustizia, che sottrae alle casse delle banche le enormi ricchezze della mafia, rimane il tassello più importante della riforma: con questo si sono recuperate ben 2.166 milioni di euro. Nel nuovo codice molte misure favoriranno proprio la rivalorizzazione e la proficua gestione dei beni dei mafiosi. Dunque, largo al codice antimafia, per una spallata finale alla criminalità organizzata.


Il neopuritanesimo ipocrita

 

da www.ragionpolitica.it

 

Un rovente weekend sui fornelli è quello che si preannuncia fra sabato 12 e domenica 13 febbraio in tutte le principali piazze d’Italia. Dopo la puntatina inscenata sotto la villa di Arcore negli scorsi giorni, il Popolo Viola ritorna in scena con prepotenza e ingaggia i migliori spin doctors purpurei. Si tratterebbe nientepopodimeno che l’esortazione a formare allegri cortei di paracasalinghe/i armati di pentole, padelle, tegamini e coperchi e pronti a «far casino» con mestoli, cucchiai e spatole degne del più raffinato chef. Che dire? Sembrerebbe quasi di essere tornati alle originarie rivoluzioni sessantottine o proletarie, se non fosse che siamo passati dalle forche alle forchette.

Ma cosa bolle in pentola? Certo, i violacei e i sensibili palati hanno di che essere pizzicati. Eppure apparentemente erano loro i figli dell’età pasoliniana che, come ricorda Daniela Santanchè in un’intervista al Giornale, si fregiavano di aver vinto battaglie epiche nelle rivendicazioni sul divorzio, sull’aborto e, soprattutto, sulla libertà sessuale. Pare che adesso, invece, vada di moda un rigido puritanesimo, in quanto unica via praticabile per scacciare l’odioso tiranno dal suo scranno. Ignorano, purtroppo, gli ingenui porporini, che il loro ergersi a difesa della democrazia non è altro che un abbassarsi a favore della magistratocrazia. Montesquieu aveva profuso gran parte delle sue energie scientifiche nell’illustrare la necessaria demarcazione fra i poteri dello Stato. Eppure i suoi insegnamenti avrebbero bisogno di essere rispolverati fin dai primordi in periodi come questo, in cui poteri eminentemente depoliticizzati si arrogano la prerogativa di gettare nel tritacarne un’alta carica dello Stato. Basti pensare, a titolo di esempio, che è ormai prassi ordinaria intercettare Silvio Berlusconi, nonché molte delle persone a lui legate, pur in assenza di qualsivoglia notizia di reato e, anzi, al solo scopo di «scavare per trovare il marcio».

Le marionette ingenue, purtroppo, non sono solo colorate di viola. Anche una parte del popolo in rosa, infatti, marcerà domenica in segno di protesta: la mobilitazione di «Se non ora quando» ha come sua mascotte la Comencini, immortalata in uno spot che tanto ricorda il celebre quadro «Il quarto stato», di Pellizza da Volpedo, con donne dal volto visibilmente indignato che si schierano minacciosamente dietro la figura di spicco. E subito si sono affiancate all’appello donne come Rosy Bindi, Sabina Guzzanti, Concita De Gregorio, Miuccia Prada, Lidia Ravera. Insomma, da un lato l’occasione per un diversivo goliardico, dall’altro una protesta impegnata su uno stile radical chic (come testimonia l’adesione della Prada). Seria o faceta, questa chiamata alle armi sembra piuttosto una passeggiata tra comari, scatenata dal passaparola di chiacchiere da parrucchiere. Piuttosto, nasconde l’ennesima strumentalizzazione. Agli apparentemente ammirevoli intenti (di facciata) volti a «ridare la dignità alle donne», si potrebbe benissimo obiettare che: a) questo fanatismo moralista e un po’ bacchettone puzza un po’ di finto perbenismo; b) il vero scopo, neanche troppo nascosto, è ovviamente colpire sempre il solito bersaglio nel tentativo di estrometterlo; c)l’invidia che muove la massa di disillusi è certamente interpretabile come l’effetto scaturito dal voyeurismo scandalistico da copertina.

C’è comunque chi, nella febbre da manifestazione urbana, non si perde d’animo e punta al sostegno al premier. Giuliano Ferrara, infatti, tiene una contro-manifestazione in opposizione alla «crociata giacobina e puritana», prevista a Milano per l’infuocato sabato 12. Egli afferma, con riferimento al presidente del Consiglio: «Il problema è che vogliono mettergli le mani addosso per evidenti ragioni politiche alimentate da spirito facinoroso e da avversione antropologica a un’Italia popolare rigettata e odiata; ma non basta, dichiarano di voler “andare oltre” Berlusconi, bandiscono una crociata puritana in cui arruolano anche i tredicenni (con riferimento al ragazzino che ha parlato al Palasharp, ndr), allagano ogni spazio informativo gridando alla libertà di stampa conculcata, parlano con disprezzo del denaro di cui hanno piene le tasche e le menti, si intromettono nei capricci dell’altrui sangue senza fare i conti con le loro colpe, agitano il corpo femminile come un simbolo di vergogna. Spiano, intercettano, guardano dal buco della serratura e stanno inculcando in una generazione di italiani il disprezzo per la politica». Perché, allora, tutti i manifestanti che brandiranno alle nuvole i propri utensili da cucina non si sollevano anche contro le gravi compressioni della libertà di pensiero e del diritto alla riservatezza scatenate dalla metodologia d’indagine di certa magistratura che, in barba al più elementare principio deontologico, emette comunicati stampa per declamare a gran voce accuse contro personaggi pubblici? Un tempo valeva il principio «in dubio pro reo». Oggi, invece, in pochi si preoccupano dell’eventualità che chiunque possa rischiare di vedersi compromessa la reputazione in balia di un malcelato fumus persecutionis.


C’era una volta il femminismo…

 

DA WWW.RAGIONPOLITICA.IT

 

Inneggiano a gran voce alla dignità della donna. Si scandalizzano e tremano con guizzi e sussulti per lo stupore scatenato dalla vista delle foto scosciate di un manipolo di arriviste portate alla ribalta dai giornali. Si sgolano per inculcare anche alle nuvole che vogliono un futuro giusto per i loro figli, la meritocrazia, la tutela della donna e la pace nel mondo. Bene, bravi. Ma attenti a nascondere come si deve, sotto il giubbotto, le bandiere rosse. Che nessuno le veda. Non si voglia mica diffondere la voce che si tratta di una manifestazione partigiana. Guai a favoleggiare su presunti (neanche così tanto) finanziamenti di Pd o Cgil.

Uno sguardo sulle folle che domenica hanno fatto il girotondo su parecchie piazze italiane. Sembrano carine, viste dall’alto. E la questura conta e riconta. Si basa sul principio che non più di quattro persone stanno dentro un metro quadrato. È una questione di semplice aritmetica. Eppure, si sa, in questi casi nessuno ha le idee chiare. Chi dice mille, chi dice cento.

Ma non è di numeri che bisogna parlare. Ci tocca, invece, constatare con amarezza come l’evoluzione storica abbia innegabilmente modificato i connotati del femminismo. C’è chi rimpiange quasi l’irreprensibile girondina Olympe de Gouges, impegnata vita natural durante a dissacrare la società maschilista in cui aveva avuto la sfortuna di nascere, sbandierando la sua Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina. Poco più di un secolo dopo le suffragette inglesi avrebbero cominciato ad aprire una breccia nella circospezione maschile. E lottavano, con i loro slogan, per l’estensione del diritto di voto. Si incatenavano ai cancelli di Westminster, pur sapendo che sarebbero state arrestate. Altri tempi, quelli.

Oggi gli slogan ci sono ancora, nonostante sembrino più che altro banali cori da stadio. Eppure le ideologie sono scomparse. Le donne che hanno sfilato in piazza non sono né liberali, né anarchiche. Né radicali, nemmeno socialiste. Giusto il colore rosa può caratterizzare il loro assembramento. Sono donne che, invece, dovrebbero essere offese dal gossip morboso dei giornali, che le vilipende quotidianamente pubblicando stralci di vita privata. È stata messa a nudo con troppa veemenza l’attitudine di pochi esemplari, in voga peraltro da tempi immemori, disposti a farsi strada utilizzando il proprio corpo. Non è una novità, ma l’affronto è grande, perché si è fatto di tutta l’erba un fascio. Come se tutte le donne che lavorano in politica fossero arrivate lì attraverso scorciatoie.

È triste, allora, che la spallata rosa si sia al contrario accodata al processo ad orologeria condotto coralmente dai media e dalla procura di Milano. La gogna che tenta di manomettere la stabilità di un premier eletto dagli italiani si è rivelata un nuovo mezzo per stuprare la democrazia. Perché è prassi, ormai, che l’opposizione scalpiti non dai banchi parlamentari ma dai salotti televisivi. E l’opinione pubblica non è data dall’insieme dei cittadini, bensì dall’audience, che assolve o incrimina il capro espiatorio di turno a seconda del palinsesto televisivo. Le alluvioni in Veneto? É colpa del governo. Il terremoto dell’Aquila? È sempre il governo, non ha fatto quello che doveva. Il crollo a Pompei? È stato Bondi. E che dire degli sbarchi a Lampedusa? Sicuramente a Maroni verrà ascritta qualche mancanza.

Tutto ciò non ci stupisce più. Di conseguenza, se le pingui folle dei cortei rosa sembravano rette da ottimi intenti (la dignità eccetera eccetera), la sincera lettura che va applicata ai fatti rivela l’opera di un deus ex machina che ha manovrato tutto. Non temete, non c’è mica un nuovo leader che trama nell’ombra. L’unico collante fra le varie anime delle agorà italiane è stato, come sempre, l’antiberlusconismo. Cosa possono avere in comune, infatti, la finiana Bongiorno e Rosy Bindi?

Di nuovo, il solito «no» al quale non viene mai affiancata una proposta attiva. Distruggere, distruggere, solo distruggere. È questo quello che vogliono gli indignati sobillatori, scacciando via con ignavia la certezza che, se davvero il premier abbandonasse il suo proposito di continuare a lottare per mantenere il patto siglato coi propri elettori, si creerebbe un vuoto, anzi una voragine incolmabile nella politica italiana. L’Italia del contropotere non va da nessuna parte. Quando capiremo questo, le piazze saranno vuote e la gente penserà a lavorare.


Petroliera italiana abbordata dai pirati somali

 

da www.ragionpolitica.it

 

Savina Caylyn, la petroliera battente bandiera italiana e armata dai fratelli D’Amato, stava trasportando un carico di petrolio grezzo, con 22 marinai a bordo. Doveva dirigersi a Pasir Gudang, in Malaysia quando, alle 6.57 secondo il fuso orario italiano, è stata attaccata e, successivamente, abbordata da cinque pirati somali mentre transitava a est dell’isola yemenita di Socotra. Il gruppo avrebbe aperto il fuoco sulla nave, senza però causare ferimenti.

La fregata della Marina Militare Zeffiro, già in campo nell’ambito della missione antipirateria dell’Unione Europea «Atalanta», ha poi immediatamente modificato la sua rotta per raggiungere e soccorrere la nave abbordata, cosa che avverrà, come si presume, entro un paio di giorni, data l’attuale distanza di quasi 600 miglia. La Caylyn è costantemente sotto monitoraggio da Roma e, dato il rallentamento della sua velocità di crociera, si ipotizza che i pirati abbiano preso il controllo della nave.

Secondo i dati forniti dall’International Maritime Bureau, il fenomeno della pirateria è in preoccupante aumento. 1016 membri di diversi equipaggi sono stati presi in ostaggio, di cui 8 hanno perso la vita, solo nello scorso anno. Gli attacchi tentati o portati a termine nelle acque territoriali somale sono passati dai 10 registrati nel 2006 a ben 139 nel 2010. Una decuplicazione del fenomeno che deve le recrudescenze degli ultimi due anni alla situazione di instabilità politica e istituzionale della Somalia, in assenza di un governo effettivo dal 1991.

Seri problemi, inoltre, emergono dalla circostanza che questi attacchi, spesso condotti nell’intenzione di chiedere un riscatto, vengono portati a termine con l’uso di armi letali, suscettibili non solo di ferire o uccidere persone ma altresì di creare gravi danni ai vascelli che trasportano carichi pericolosi, financo a causarne l’affondamento, con conseguenze inimmaginabili per l’ambiente.

Se gli elevati riscatti hanno influito sul mercato assicurativo per il trasporto commerciale via nave e, di conseguenza, le navi preferiscono sempre più spesso modificare le proprie rotte per evitare le zone ad alto rischio, il fenomeno sta causando danni enormi all’economia somala, facendo arricchire le élites del Puntland che fanno affari con i pirati. Il rischio di uno spostamento o, peggio ancora, allargamento dell’area di pirateria ha portato Nato e Unione Europea a impegnarsi direttamente con le operazioni Ocean Shield e Atalanta. Altre Nazioni hanno inviato navi da guerra con funzioni di pattugliamento. Eppure, gli sforzi non sono stati sufficienti a far quantomeno diminuire il fenomeno.

In Italia, invece, il Pdl si sta già impegnando per promuovere la discussione di possibili soluzioni. Esiste già, ad esempio, un disegno di legge recante «Disposizioni in materia di misure di contrasto alla pirateria marittima», che intenderebbe consentire agli armatori italiani di imbarcare security team private in grado di porre in essere specifiche misure di difesa dalle minacce alla sicurezza. In altre parole, nelle acque internazionali in cui esiste un rischio di pirateria, si potrebbe viaggiare sicuri grazie all’impiego di guardie giurate armate, a protezione di merci e valori.

A nulla varrebbero, dunque, i timori di possibili effetti «escalatori» derivanti dal possesso di armi o ancora la preoccupazione che il particolare status giuridico internazionale delle agenzie private di sicurezza possa consentire eventuali traffici illeciti di armamenti. L’episodio che si è verificato martedì ci ha dimostrato che la presenza di navi militari nelle zone ad altissimo rischio non ha, purtroppo, un sufficiente ruolo di deterrenza. Il possesso di armi, allora, verrebbe ammesso per soli scopi difensivi, non già per fomentare poco probabili battaglie navali. Inoltre, controlli su vasta scala effettuati dalle navi in partenza dai porti italiani risulterebbero di serio ostacolo alla nascita di traffici illeciti. La situazione è talmente grave che non possiamo più restare con le mani in mano. Che il dibattito cominci, allora, nella speranza che i provvedimenti già in nuce possano entrare pienamente in vigore.


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