Riportiamo a casa i due marò!
Pubblicato: 22 febbraio 2012 Archiviato in: Esteri | Tags: battaglione san marco, india, italia, Jolly Roger, Kerala, pena di morte 1 Commento »
Quello che il Presidente della Repubblica Napolitano ha definito come un vero e proprio «caso diplomatico» fra Italia e India è, effettivamente, un episodio denso e ricco di implicazioni. Non si tratta solo di un omicidio di due stranieri da parte di due cittadini italiani. È il faccia a faccia di due potenze che rappresentano blocchi diversi: da un lato l’Italia, Stato europeo e Paese di antica civilizzazione occidentale; dall’altro lato l’India, tuttora afflitta da picchi di estrema povertà ma dotata di arsenale atomico e fieramente inclusa nei BRICs, grazie al Pil in crescita e al seggio di membro non permanente del Consiglio di Sicurezza, fattori che le danno dignità di potenza in ascesa. In quest’ottica, il caso dei due marò non è una semplice questione di competenza giurisdizionale fra autorità. Rappresenta, piuttosto, il preludio di una commedia già nota in cui Roma ha paura di mostrare i muscoli e, per diplomatica pusillanimità, preferisce accondiscendere ad ogni richiesta. Nuova Delhi, invece, se ne infischia e sbandiera fieramente il suo nazionalismo, come dimostrano le proteste inscenate dai militanti del partito Bharathya Janata, appunto, ipernazionalista.
Paesi come gli Stati Uniti, ad esempio, non avrebbero mai consegnato i propri militari a qualsivoglia autorità straniera, a maggior ragione se c’era l’ipotesi anche solo remota che questi rischiassero l’ergastolo o, financo, la pena di morte. Per capire solo una parte delle implicazioni, basti pensare che i cittadini italiani coinvolti nel caso rivestono la qualifica di militari, e, facendo parte delle forze armate, dipendono, in ultima analisi, dal Presidente della Repubblica. Ogni indebita offesa a loro, dunque, è un’indiretta offesa al nostro Stato.
Come si può pensare che il giudizio nei confronti dei fucilieri del battaglione San Marco sarà distaccato e imparziale, visto che attualmente le autorità della regione del Kerala sono in fermento per le prossime elezioni del 18 marzo? Non è da escludere che le stesse, per imbonirsi la popolazione, mantengano un atteggiamento fortemente nazionalistico e anti-occidentale, quasi a volersi prendere una rivincita nei confronti di una vecchia potenza, come l’Italia, associata a quel nucleo di Stati da sempre disprezzati dagli ex paesi coloniali. Inoltre, la strategia italiana di contrasto alla pirateria marittima internazionale ha avuto ultimamente una serie di sviluppi che, in considerazione dell’inerzia legislativa della comunità internazionale, avevano legittimato la presenza di militari armati a bordo delle navi mercantili battenti bandiera italiana.
La sorveglianza dei due marò sulla petroliera «Enrica Lexie», quindi, era pienamente legittima e non contestabile. Resta da capire la qualità delle vittime dell’incidente, quei due pescatori indiani che, pare, siano stati «erroneamente» scambiati per pirati. Ora, è pacifico che i pirati non issano più sulle loro imbarcazioni la Jolly Roger e non portano più la benda nera sull’occhio. Piuttosto tendono spesso a camuffarsi su vecchie tonniere per essere identificati come innocui pescatori. Alcuni, poi, si inoltrano in alto mare su delle vere e proprie bagnarole per abbordare più facilmente le navi ed evitare quelle manovre complicate che sarebbero necessarie se si muovessero su navigli ingombranti. Ai pirati, del resto, servono solo le armi, poiché è sotto tale minaccia che i mercantili normalmente sprovvisti di sorveglianza armata si arrendono, non potendo rispondere al fuoco. Dunque, non possono essere biasimati gli operatori militari italiani accusati di aver reagito eccessivamente a fronte di un semplice «avvicinamento di pescatori» poiché, alla base di questo errore, ci sarà di certo stata una condotta offensiva da parte dei pescatori stessi, in mancanza della quale non si capirebbe una reazione di tal fatta. Tutt’al più che i nostri militari, che di certo non hanno il grilletto facile, avevano sparato i tre colpi di avvertimento a vuoto, tradizionalmente deterrenti verso ogni minaccia.
Forse ai pirati indiani non era ancora giunta la notizia che le navi italiane oggi possono finalmente proteggersi con dei militari delle forze armate e così, nell’ambiguità, ci hanno rimesso la pelle. Perché dico pirati indiani e non semplicemente pescatori? Perché c’è un’altra nave che ha affermato, dopo le precedenti smentite, di aver subito attacchi pirateschi in quella stessa zona, nello stesso giorno. Le dichiarazioni dell’armatore proprietario del mercantile greco Olympic Flair, allora, dimostrerebbero tutto il contrario di quanto asseriscono le autorità portuali indiane.
Insomma, è un vero giallo, reso ancora più fitto dalla considerazione che non si è ancora capito se nel momento in cui è avvenuto l’incidente, l’Enrica Lexia si trovasse in acque internazionali o fosse all’interno della fascia di 33 miglia che travolgerebbe la competenza italiana per consegnarla irrimediabilmente alle autorità indiane. La prova regina, in questo caso, sarebbe la registrazione satellitare della posizione della nave. Ciò non toglie, comunque, che se si dimostra la competenza italiana o la qualità di pirati dei pescatori uccisi, i nostri marò potrebbero non tornare in patria così facilmente come sono stati arrestati.






Il caso dei due nostri soldati, vigliaccamente consegnati alle autorità indiane, a mio parere è di una gravità inaudita non solo per la loro incolumità ma perchè è stato calpestato l’onore e l’orgoglio del nostro Paese. Senza giri di parole i vertici responsabili della consegna dei nostri soldati sono: il Presidente della Repubblica, il Capo del Governo e il Ministro degli Esteri.
Questi signori dovrebbero avere il pudore di dimettersi: non hanno saputo difendere il nostro Paese dall’arroganza ed ignoranza dell’India. Avrebbero dovuto richiamare nostro Ambasciatore in India, espellere l’Ambasciatore indiano in Italia, richiamare in patria tutti gli italiani in India e minacciare la cacciata di tutti gli indiani dall’Italia.Così si difende il proprio Paese sapendo di stare dalla parte della ragione.
Ma questo atteggiamento senza “spina dorsale” non è comune a molti nostri governanti; ricordo il caso di Cesare Battisti. Prima la Francia e poi il Brasile si sono presi gioco di noi e per questo si possono indicare a vario titolo sempre i nostri Presidenti della Repubblica e i vari Capi di Governo che si sono occupati del problema. Reagimo i chiediamo le dimissioni dai loro incarichi, sia politici che tecnici, delle persone coinvolte.