Anche la Francia a rischio declassamento

da www.ragionpolitica.it

Qualche giorno prima del summit europeo del 23 ottobre la Francia rischia di dover rinunciare alla sua tripla A. Con una dichiarazione ad orologeria, Moody’s rende noti i risultati del monitoraggio su Parigi, avanzando l’ipotesi di una revisione dell’outlook in senso negativo. Perché il paese non cresce. Perché il debito aumenta. Perché, insomma, la crisi dell’eurozona sta per contagiare anche la Francia. Male. Anche perché Sarkozy non sarà l’unico a dover fare i conti futuri con pesanti e impopolari misure d’austerità, quali tagli di pensioni e stipendi, aumenti generalizzati delle tasse o fendenti sulla spesa pubblica.

Anche la Merkel, infatti, dovrà affrontare la sua recessione «importata». Se le iniziali previsioni per il 2012 davano per certo un tasso di crescita del Pil del 1,8%, il governo è stato costretto a rivedere in ribasso i suoi calcoli, ridimensionando l’avanzamento dell’economia ad un risicato 0,8%. Del resto, trattandosi di un sistema prevalentemente esportatore (export-led economy), il generale calo di domanda nel bacino europeo rischia di condurre il fortino tedesco verso una pericolosa stagnazione. Pericolosa giacché, in un momento come questo, si inficiano le premesse per una rinascita della fiducia da parte degli operatori finanziari internazionali. Quegli stessi soggetti che dovrebbero impegnare il proprio danaro per acquistare i titoli di debito pubblico emessi nel goffo tentativo di tappare la falla. I medesimi che possono impedire la crisi di liquidità delle banche, se non si dovesse giungere ad un accordo comune per un’armonica ricapitalizzazione.

Ma non sarà solo la Germania a ricevere un brusco riassestamento. Anche per il Regno Unito ci sarà un’imminente stoccata nei valori economici. Proprio quel paese che, forte di una sterlina autonoma, si è sempre guardato dall’entrare a far parte dell’Eurozona. Il Centro per la Ricerca sull’economia e sugli Affari (Cerb) avrebbe, infatti, ammonito Londra che, se la crisi del debito sovrano dovesse prolungarsi ulteriormente, ne risulterebbe danneggiata in ultima analisi anche l’economia anglosassone, che ha una forte necessità di bilanciare le recenti politiche restrittive con un aumento dei consumi interni e delle esportazioni. Cosa difficile quando si annuncia lo stallo.

Eppure, se si guarda alla situazione complessiva, la Germania rimane l’unico baluardo esente, per ora, da vizi strutturali. E il riavvicinamento alla Francia nell’ottica di riprendere le redini delle sorti d’Europa richiama vagamente epidosi già vissuti. Come agli albori degli anni ’50, quando ci si apprestava ad inaugurare il processo di integrazione comunitaria. Anni in cui la Germania era stata la fornace da cui si era costruita l’economia europea, sconquassata da due conflitti mondiali. Il modello renano era stato da esempio per gli altri stati e il marco dominava indiscusso sui mercati valutari, scatenando le invidie della Francia. Con l’obiettivo malcelato di sopire la crescente influenza teutonica, allora, i francesi avevano accettato la messa in comune del mercato del carbone e dell’acciaio. Gli altri stati si erano aggiunti a ruota.

Ironia della storia, oggi, dopo anni di dibattiti, conquiste e progressi, la Germania è rimasta nuovamente il solo paese solido, al quale gli altri si appellano come àncora di salvataggio. E, ancora una volta, Parigi corteggia Berlino e Berlino risponde per mano di Schauble, ministro delle Finanze tedesco. Occorre un’unione fiscale, una modifica radicale della governance europea. Perché non si può continuare a finanziare debito con altro debito. Giusto. Speriamo solo che, quando e se si avranno le forze per innescare questo processo di riforma, l’Italia sia in grado di porsi in una balconata abbastanza alta da far sentire la propria voce, senza essere trattata da lillipuziano in un dialogo fra giganti sordi.

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