Afghanistan: illogico parlare di ritiro

da www.ragionpolitica.it

Le vittime delle nostre Forze Armate sul campo afghano sono quarantuno ormai. L’ultimo è il coraggioso David Tobini, primo caporalmaggiore ucciso a Bala Murghab dal fuoco nemico. E l’effetto psicologico conseguente è una generale ripugnanza per il conflitto e la sensazione che l’impegno nel medesimo sia, come affermato dal capogruppo dell’Idv al Senato, Belisario, «inutile». Ebbene, non c’è nulla di più sbagliato. Fanno sorridere gli esiti delle «domande del giorno» poste al pubblico da Sky Tg24. Chiedono: per te ha senso restare nel paese? E l’81% risponde «no». Esito lapalissiano, direi. Come quando abbiamo votato per il referendum sul nucleare immediatamente dopo la grande tragedia di Fukushima. Ieri abbiamo detto «no» alle centrali, oggi vorremmo dire «no» all’Afghanistan. Se si potesse, si indirebbe un referendum anche su questo. Così Di Pietro sarebbe ben felice di prendersi un’altra sbornia elettorale. Per fortuna, in questo caso, ci tutela il secondo comma dell’art. 75 della Costituzione. Un comma che tenta di circoscrivere l’euforia demagogo-popolare, sottraendola ad alcune leggi che, per tale effetto, diventano atipiche, cioè dotate di una particolare forza di resistenza passiva.

Ben contenti che gli argini costituzionali garantiscano, almeno stavolta, le prerogative delle Camere, ai giustizialisti dipietristi non rimane, dunque, che fare svettare in Senato il loro unico e flebile rifiuto all’importante provvedimento di rifinanziamento delle missioni internazionali che, invece, riunisce il consenso unanime di maggioranza e opposizione. Proprio in tale ddl (2824), infatti, si conferma l’impegno italiano in Afghanistan. Un impegno che vede in campo circa 4200 unità, delle quali almeno 600 sono attive nell’addestramento delle forze dell’ordine locali.

Eppur si muove. La strategia è mutata ma la missione rimane sempre difficile. Dopo l’apoteosi raggiunta con la cattura e immediata esecuzione di Osama Bin Laden, le recrudescenze sono aumentate. È stato assassinato il fratello del Presidente Karzai, che era governatore della provincia di Kandahar ma anche uomo di fiducia della Cia. Quindi l’obiettivo era sferrare un attacco indiretto anche agli americani, all’Occidente in genere. La ricostruzione in Afghanistan non è, allora, un processo confinato all’interno del paese. Non è solo una questione regionale. Perché l’Isaf ha influenzato anche la Nato, facendo sì che venisse rielaborato il suo approccio alla crisi. L’inasprirsi delle polemiche tra i vari alleati, che hanno fatto sembrare spesso la Nato un’alleanza «a due velocità», derivano dalla diversa percezione della missione negli Stati membri. Ciascun governo ha posto i suoi caveat e determinato le sue restrizioni numeriche all’impiego dei militari.

Bisogna comprendere che lo state-building è un processo che ha dei costi elevati. Proprio per questo dalle alleanze non si può prescindere. Solo la condivisione degli oneri rende accettabile l’impegno. Il supporto e il sostegno che da sempre l’Italia ha garantito a tale missione non può venire a mancare proprio adesso. Sarebbe un danno enorme non solo per i militari, che svolgono quotidianamente il loro dovere credendo nella possibilità di vincere il terrorismo, ma anche per la popolazione, che ha bisogno di soldati che agiscano come tutori della pace, che proteggano le donne e i bambini dai soprusi quotidiani, che garantiscano l’attività delle organizzazioni umanitarie per scongiurare l’emergenza.

Allora, quando sentiamo certi esponenti politici che si fanno portavoce della voglia di «far tornare a casa i nostri ragazzi», teniamo sempre a mente che si tratta di pura e semplice propaganda. Perché, sotto sotto, neanche loro sarebbero disposti a rinunciare all’amicizia con gli Stati Uniti né a far regredire l’Italia a peso piuma nel sistema di gestione delle crisi internazionali. Tutto ciò, dunque, non sarebbe espressione di una pura e incondizionata democrazia. Sarebbe solo la forma più becera e svilita di oclocrazia, un governo della plebe che si ferma sulla soglia dell’ovvio, senza considerare approcci strategici o ragionevoli ai problemi.

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