Un’Europa senza Grecia?
Pubblicato: 11 maggio 2011 Archiviato in: Economia, Unione Europea | Tags: atene, bailout, claude junker, ecofin, governance economica, governance politica, grecia, irlanda, papandreou, Portogallo, Unione Europea Lascia un commento »
C’è una singola affusolata candelina che fa capolino sulla torta. L’Europa «festeggia», se così si può dire, il suo primo anno di austerità finanziaria. E lo fa con una notizia inquietante. La celebre testata tedesca «Der Spiegel» annuncia con squilli di tromba che misteriose «fonti governative» avrebbero spifferato l’imminente uscita della Grecia dall’Eurozona. Lo scoop sarebbe assicurato dall’aggiunta di un incontro segreto fra i Ministri europei con un odg sul caso greco e il ritorno alla dracma. Il castello crolla dopo le dichiarazioni di Claude Junker, presidente dell’Eurogruppo, secondo il quale si tratta di «notizie infondate che fanno il gioco degli speculatori», mentre per il premier greco George Papandreou sono affermazioni «al limite del criminale».
Anche la stampa tedesca, dunque, ogni tanto combina qualche guaio. E non di poco conto, visto che Standard&Poor’s ha sferrato un’ulteriore stoccata ai titoli di debito pubblico ellenici, declassandoli ancora di due livelli. Da BB- a B. Praticamente, il messaggio è: meglio non investire in quei titoli, perché le variazioni di mercato sono talmente oscillanti da renderli pura «spazzatura finanziaria» (junk bonds). Da Atene si sono levate grandi voci di protesta, accusando l’agenzia di rating statunitense di alimentare i rumours sui mercati e di operare downgradings sulla base di semplici turbolenze, scatenate dalla pubblicazione di false notizie. Eppure, l’emergenza c’è. Pur non essendo state emesse dichiarazioni ufficiali, orientate verso una possibile ristrutturazione del debito greco, tutti ne parlano. Analizzano la situazione e tirano le somme finali. Orsù, la Grecia ha bisogno dell’Europa, ma l’Europa può vivere senza la Grecia, ammonisce Bild, un altro settimanale tedesco. Tuttavia, non è solo quello lo Stato a rischio. Solo un anno fa si varava il piano di salvataggio per Atene, un bailout di 110 miliardi di euro. Ma dopo è stato il turno dell’Irlanda e adesso del Portogallo. E se ci fosse un effetto domino?
La riunione straordinaria dei Ministri a Lussemburgo, che effettivamente si è tenuta, ma con un odg non incentrato sulla Grecia, si è trovata costretta ad affrontare il problema, prevedendo la discussione di aggiustamenti del programma di aiuti nel prossimo Ecofin. Esclusa quindi qualsiasi menzione a una eventuale ristrutturazione del debito pubblico greco. Se Atene dovesse effettivamente tornare alla dracma, posto che ciò sia giuridicamente possibile senza comportare anche l’uscita della Grecia dall’Unione Europea, ci sarebbe un enorme deflusso di capitali, che causerebbe uno shock sul mercato. Per fronteggiarlo, il governo probabilmente imporrebbe dei tetti e delle barriere, contravvenendo ai basilari principi di mobilità dei capitali. L’area euro perderebbe parte della fiducia degli investitori, meno propensi ad immettere capitale nel Vecchio Continente perché non si escluderebbero ulteriori defezioni. La bordata si trasmetterebbe sul già debole settore bancario, al quale verrebbe a mancare la base monetaria, cedendo a paurose insolvenze. Ne risentirebbe persino la Banca Centrale Europea e, infine, tutti noi contribuenti. Anche la ristrutturazione del debito, probabilmente, farebbe affacciare sulla scena simili scenari. Perché il verbo «ristrutturare», che sembra quasi comportare un abbellimento della tetra scenografia a cui assistiamo, comporta in realtà un alleggerimento dell’onere debitorio, dato da una modifica delle condizioni del prestito. In parole povere, Atene pagherebbe, ma di meno.
Sarebbe, allora, più auspicabile una cornice di regole più ferree e uniformi, capaci di orientare i governi più indisciplinati per il bene comune di tutta l’Europa. Perché la stretta integrazione fa sì che la forza meccanica di traino operi non solo sul piano dello sviluppo economico ma anche su quello della crisi. La crisi della Grecia, allora, diventa la crisi di tutti. Sorprende, quindi, che i quotidiani teutonici facciano i dispetti a Papandreou, visto che le banche tedesche sono fortemente esposte verso i titoli spazzatura dell’Egeo. Forse tutto ciò non sarebbe avvenuto, se la governance economica europea fosse stata sostenuta da un’adeguata e sollecita governance politica.






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