Il «capitalismo egoista» di Pechino
Pubblicato: 4 maggio 2011 Archiviato in: Economia | Tags: capitalismo, competitività, crisi economica, inflazione, Pechino, yuan Lascia un commento »
Europa e Stati Uniti sembrano dei goffi giganti col fiatone nella maratona per la crescita contro il dragone cinese. Quest’ultimo non guarda più in faccia a nessuno, non si volta indietro. E non si accorge che l’Europa annaspa nella stagnazione e soffoca sotto le spire di un debito opprimente. Né si avvede che il vecchio colosso americano arranca nello svolgere il suo inveterato ruolo di tutore dell’ordine internazionale. La Cina dell’era post-moderna si fregia di essere la seconda potenza economica del mondo e può, di conseguenza, permettersi di considerare gli altri stati alla stregua di meri acquirenti di beni da esportazione, con furbetto occhio da capitalista. Ma fino a che punto politiche economiche egoistiche possono risultare efficaci in un’economia sempre più integrata e globalizzata?
Pechino conta su una moneta nazionale dal valore mantenuto artificiosamente basso, che funge da stimolo per la competitività delle proprie esportazioni. Ciò si collega direttamente all’annuncio fatto di recente dal Governatore della Banca Popolare della Cina, Zhou Xiaochuan: le riserve in valuta straniera detenute dalle autorità monetarie cinesi, da tempo le più cospicue del mondo, avrebbero raggiunto i 3 mila miliardi di dollari, a causa del bassissimo valore dello yuan. Si tratta di un ammontare mostruosamente eccessivo, se si pensa a quanto possa essere difficile collocare sul mercato finanziario un investimento di queste dimensioni. Questo spiega perché circa il 70% di tali riserve è stato impiegato nel finanziamento dei titoli di debito pubblico statunitense (i «Treasuries»). Diretta conseguenza è che la Cina è molto vulnerabile alle perturbazioni del dollaro, così come Washington è ormai prudente nel dialogo col «padrone» cinese.
Sorge a questo punto un duplice problema. Da un lato questi soldi, invece di essere parcheggiati negli assets a stelle e strisce, potrebbero essere utilizzati per investire in spesa pubblica. Secondo la maggior parte delle stime, infatti, la Cina avrebbe bisogno al massimo di 780 miliardi di dollari in riserve per far fronte alle esigenze di liquidità o in caso di crisi finanziaria. Dall’altro lato, però, una maggiore spesa pubblica influirebbe negativamente sull’inflazione, il cui trend è già pericolosamente in salita. L’unica soluzione, dunque, dovrebbe essere la rivalutazione dello yuan. In questo modo, infatti, a fronte di un dollaro in riserve, l’autorità monetaria dovrebbe emettere meno moneta cinese (attualmente ne occorrono 6.53). Ma Pechino non riuscirebbe mai a rinunciare a parte dei vantaggi provenienti dalle massicce esportazioni. Non metterebbe mai a repentaglio la «special partnership» commerciale con gli Stati Uniti.
L’atteggiamento «capitalisticamente egoistico» di Pechino, allora, arroccato sulla ferrea volontà di non rivalutare lo yuan, crea degli effetti che sono lungi dal rimanere circoscritti al territorio cinese. L’integrazione a maglie strette dei mercati fa sì che l’inflazione di un Paese come la Cina, dagli enormi flussi economici e commerciali, si diffonda velocemente nel resto del mondo, creando una vera e propria spirale impossibile da neutralizzare. L’inflazione coincide con l’aumento generalizzato dei prezzi dei beni e con l’erosione del potere d’acquisto della moneta. Con un tasso di inflazione in crescita, anche le esportazioni diventerebbero più care. I paesi che acquistano beni dalla Cina sarebbero costretti a pagare di più per avere la stessa quantità di merce. Parte degli acquirenti, quindi, si rivolgerà a beni di altri Stati o al mercato interno, accrescendo la domanda di tali altri beni e facendone quindi aumentare il prezzo. Assieme ai beni si esporterà anche inflazione. Una delle cause dell’aumento dei prezzi, peraltro, è ritenuta essere proprio l’eccesso dell’offerta di moneta.
Da qui è facile evincere che se la Cina dovesse persistere in un atteggiamento protettivo della propria valuta, finirà per subire il contraccolpo estero della propria inflazione. Le parole di Hu Jintao, nel suo ultimo discorso al Forum per l’Asia di Boao, sembrano profetiche. Egli mostra una maggiore apertura nell’esaltare il processo di cooperazione in atto fra le economie asiatiche, includendovi la voglia di collaborazione con altri Stati, anche al di fuori del contesto regionale. «Dovremmo integrarci per aprirci al regionalismo e per rispettare la presenza e gli interessi di altri Stati, al di fuori della regione asiatica. Diamo il benvenuto», ha affermato Jintao, «all’attiva partecipazione di tutti gli Stati, compresi i Brics, nel processo di cooperazione in Asia, affinché saremo in grado, tutti assieme, di rendere l’Asia più pacifica, stabile e prospera». Degni di menzione anche i cenni alle tematiche ambientali e alla tutela dei diritti dei lavoratori. L’auspicio, dunque, è che tali affermazioni non rimangano meramente programmatiche.






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