Gli Stati Uniti alle prese col problema del debito pubblico

 

da <www.ragionpolitica.it>

 

Anno nuovo, vita nuova, ma sempre con gli stessi, drammatici problemi. Se in Europa persiste la crisi del debito, con continui cali degli spread dei bond nelle nazioni a rischio, il gigante americano non è da meno. Nonostante una confortante diminuzione della disoccupazione, gli USA saranno costretti a dover affrontare una nutrita serie di nodi gordiani, vuoi per l’inevitabile calo dei consensi per Obama, testimoniato dalla recente vittoria dei Repubblicani nelle mid-term, vuoi per l’insostenibilità di lungo periodo del loro debito pubblico. Proprio su quest’ultimo terreno, infatti, si combatterà la battaglia più aspra nella forzata coabitazione fra Repubblicani e Democratici. Una battaglia ancor più complessa per via delle necessarie concessioni che i primi dovranno fare ai Tea Party, senza l’aiuto dei quali non avrebbero potuto raggiungere l’importante maggioranza di 242 contro 193 seggi alla Camera Bassa.

Se a marzo, come è probabile stando all’attuale trend, si dovesse raggiungere il tetto massimo di debito prefissato, il Congresso dovrebbe votare un nuovo aumento della soglia. Eppure, diversamente dalle volte passate, proprio questo voto potrebbe essere il punto di maggiore scontro non solo all’interno del Congresso, ma financo col presidente Obama, il quale non esiterebbe a porre il proprio veto su una legge che imponga tagli e misure draconiane.

Il debito pubblico americano, che nell’istante in cui scriviamo ammonta a 14.027.9506.000 $, aumenta ogni 5 secondi di centomila dollari, come mostra spaventosamente il sito http://www.usdebtclock.org/. A partire dalla recessione del 2008, la situazione fiscale statunitense ha subìto un consistente deterioramento, com’era ragionevole aspettarsi in una congiuntura economica debole. Il piano Paulson e le varie altre misure di salvataggio hanno certamente smussato parte degli effetti negativi della crisi. Eppure ancora oggi la ripresa economica d’Oltreoceano appare fragile. Bernanke, presidente della FED, ha rivelato nell’ultimo rapporto che la situazione del debito americano è strutturale e non ciclica. Dunque, anche dopo che l’economia si sarà normalizzata, il passaggio a un debito sostenibile non sarà automatico. L’invecchiamento della popolazione e il crescente costo degli ammortizzatori sociali determineranno un calo di produttività e un aumento della spesa pubblica.

Gli studi del Congressional Budget Office (CBO) prevedono, infatti, che il debito arriverà a pesare il 185% del PIL nel 2035. Oggi tale percentuale si attesta a circa il 60% del PIL. Le possibili conseguenze che potrebbero scaturire se tali previsioni si rivelassero esatte, e non fossero compensate da simili aumenti del tasso di crescita, sono note a tutti nella loro gravità: gli investitori avrebbero sempre meno fiducia e, nonostante gli elevati rendimenti dei titoli di debito, i flussi privati verrebbero dirottati verso nazioni più solide. Basta ripensare al caso della Grecia. Nell’ipotesi più grave di tutte, peraltro, le entrate dello Stato finirebbero per finanziare solo gli interessi da remunerare, e non più il capitale stesso, finché esse non riuscirebbero a pagare più nemmeno i soli interessi.

Inoltre Cina e Giappone, che attualmente possiedono quote elevatissime del debito statunitense (assieme costituiscono più del 40% dei Treasuries in mano straniera) acquisterebbero, se non ce l’hanno già, una venefica forza di ricatto a livello finanziario o, persino, la capacità di influenzare in modo pericoloso le politiche interne. John Ikenberry direbbe, allora: «Ve l’avevo detto! La strategia imperialista americana è crollata sotto le macerie dei suoi palazzi finanziari, a causa del rogo acceso dal dragone cinese. Il modello occidentale è fallito. Gli Stati Uniti sono definitivamente tramontati».

Forse, tuttavia, la scossa innescata dall’ascesa repubblicana potrebbe rendere visionarie le previsioni di molti opinion maker. Se l’ostruzionismo dei Democratici, che già hanno cominciato a ripassare i regolamenti procedurali della Camera per escogitare le prime astuzie, non impedirà di realizzare nuove riforme, probabilmente si metterà in atto il cavallo di battaglia elettorale dei Repubblicani: invece di incrementare il gettito fiscale, gli aumenti nella spesa pubblica dovranno essere finanziati da tagli. Il contenimento della spesa sarà, dunque, accompagnato da nuove politiche occupazionali e da un’auspicata riforma delle leggi sull’immigrazione, scacciando così il timore che ulteriori aumenti delle tasse rallentino la già debole crescita.

Ma è sull’inflazione che si concentrano le attenzioni di molti economisti. Krugman e Rogoff, per citarne alcuni, hanno suggerito che un aumento del tasso di inflazione non farebbe affatto male all’economia statunitense, rendendo più leggeri i costi da rientro nel deficit. Il problema, di conseguenza, verterebbe sul ruolo della Fed. Questa, infatti, persegue fin dagli anni ’80 una politica anti-inflazionistica e la sua indipendenza dal governo impedirebbe un qualsivoglia raccordo fra politiche monetarie e politiche fiscali.

Insomma, di mix di politiche economiche ce n’è per tutti i gusti. Le misure di austerity e l’attenzione sul livello dei prezzi dovranno essere dosate in modo oculato, per evitare che il trade-off con la disoccupazione aumenti. Se gli economisti si concentreranno sulla curva di Phillips, i Repubblicani guarderanno dritto negli occhi dei loro elettori.

About these ads


Lascia un Commento

Fill in your details below or click an icon to log in:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 497 follower